Alberto Benzoni. Nunca mas, mai più

Alberto Benzoni. Nunca mas, mai più

“Nuntio vobis gaudium magnum”, verrebbe da dire. Perché questo annuncio è accolto dai fedeli accorsi in piazza san Pietro come segno di speranza e di rinnovamento. Come possibile nuova apertura verso il mondo e verso gli uomini. E perché segnali di questo tipo si manifestano e si moltiplicano nel tempo che stiamo vivendo. È vero: la storia ci insegna che i forti prevalgono sui deboli, il potere sui senza potere, un ordine ingiusto sulle sue vittime, chi urla su chi riesce appena a far sentire la sua voce. Al punto di alimentare in noi, e penso in particolare ai politici e agli opinionisti del  nostro paese, rassegnazioni, viltà, conformismi e autocensure. Ma ci insegna, anche, che questo accade quasi sempre. Ma non sempre.

Può accadere, infatti, che, improvvisamente, il potere, l’ordine costituito appaiano ai nostri occhi per quello che sono. E che ciò ci porti, improvvisamente, a “non accettare più ciò che prima appariva normale” (lo ha detto in questi giorni Barack Obama). Ed è ciò che sta accadendo, davanti ai nostri occhi in due paesi decisivi per il futuro del mondo: Stati uniti e Israele. L’evento è magico (stavo per scrivere miracoloso) perché totalmente imprevisto. E quindi non pianificato, organizzato, diretto e, aggiungiamo, dipendente da un qualche mutamento nei cosiddetti “rapporti di forza”. La rivoluzione russa, quella vera, quella di febbraio, vinse quando i cosacchi non se la sentirono più di difendere un regime che gli ordinava di sparare su una folla inerme di donne che chiedevano pane. L’avevano fatto sempre; ora non più. La Resistenza italiana nacque spontaneamente, nel settembre del ’43, di fronte allo sfacelo vergognoso di uno Stato che gli aveva chiesto di morire per la Patria e nella prospettiva di una patria in cui fosse giusto vivere. Le primavere arabe sono nate e sono destinate a risorgere; e sempre, davanti ai loro occhi, l’immagine  di un povero venditore ambulante suicidatosi perché vittima della vessazione del potere; e di quelli che stanno subendo, oggi, lo stesso destino. Non è la vittoria dell’Opposizione. È la nemesi del Potere. E della sua convinzione di potere continuare all’infinito a fare tutto quello che vuole; e senza pagare dazio. Perché è stato sempre così; è sarà sempre così.

Accade, però – e questa è la parte dell’imprevisto – che questa terribile hybris si manifesti, negli Stati uniti, con due immagini oggettivamente intollerabili. Quella del poliziotto che si fa filmare per nove, eterni, minuti con lo sguardo sereno e soddisfatto di chi ha appena catturato un animale, seguendo tutte le regole; mentre, però, si tratta di un essere umano che sta per morire e invoca pietà nella stessa sua lingua. E quella del presidente che fa sgombrare, con idranti e manganelli vari, una folla che manifesta pacificamente davanti alla Casa bianca per potersi esibire, faccia bovina e Bibbia in mano, davanti al popolo americano. Sono immagini che nulla e nessuno potrà mai cancellare. E che hanno cambiato da così a così la percezione che gli americani hanno di sé stessi e del loro paese. “Mai vista una cosa del genere” scrive un sondaggista repubblicano. E ha ragione. Mai visti rappresentanti del potere che si inginocchiano e che chiedono scusa. Mai visti i massimi esponenti delle forze armate che rimbeccano bruscamente il loro Comandante in capo. Mai viste tante manifestazioni (furono circa seicento verso la fine degli anni sessanta; oggi si avviano a superare le quattro mila; e in tutte le aree del paese, comprese quelle della provincia profonda), a rinsaldare l’alleanza tra liberal bianchi e neri (Clinton se la cavò costruendo migliaia di piccoli campi di basket; Obama con la sua faccia e i suoi discorsi; Biden dovrà fare di più). Mai vista infine una campagna elettorale con lo sfidante 15 punti sopra il presidente uscente. Molte cose potranno cambiare di qui a novembre. Ma non la faccia del poliziotto e del Presidente. E questo ci fa ben sperare.

In Israele, così come in Palestina, a comparire improvvisamente davanti a noi, è un intero popolo. Quello palestinese: che si tratti degli arabi d’Israele o degli abitanti  dei territori occupati. Anche qui registriamo visivamente l’arroganza del potere. Convinto che i palestinesi non esistano. E  che quindi sia lecito e non sindacabile da alcuno spossessarli delle loro proprietà e delle loro vite; o annettere i loro territori sulla base di un accordo concluso e gestito ad uso e consumo del più forte nella intima certezza che il più debole sia destinato a subire senza reagire, circondato, come è da tempo, dall’indifferenza generale. Pure, anche qui, si è varcato un limite. E quello che prima appariva  normale ora diventa inaccettabile. Non è accettabile che un palestinese autistico, uscito per un attimo dalla scuola che frequentava, sia oggetto di un ripetuto tiro a segno da parte di alcuni poliziotti. Ed ecco lo stesso Netanyahu (che, a differenza di Trump, non è stupido) parlare di tragedia e offrire le sue scuse. Non è accettabile che quattro coloni occupino la proprietà privata di contadini arabi. Ed ecco la Corte suprema – otto voti contro uno- dichiarare l’occupazione del tutto illegale. E, infine e soprattutto, non è concepibile che l’Autorità palestinese, corrotta e impotente quanto volete, possa continuare a subire senza reagire la politica dei fatti compiuti, portata avanti nell’arco degli ultimi decenni. Ed ecco allora l’annuncio della costituzione di uno stato (che, per inciso, è parte integrante dello “accordo del secolo” annunciato da Trump) nel caso che Israele proceda con le annessioni. E, cosa ancora più importante, l’avvio di un pur doloroso recupero dell’indipendenza:  raccogliere da soli le proprie tasse, usare le proprie risorse per pagare i propri dipendenti, al costo di pagarli di meno, lottare da soli contro il  terrorismo; fine di ogni collaborazione subalterna. È poco. È tanto. È comunque quanto basta per far nascere nuove e insperate solidarietà tra i due popoli. Nello stesso Israele, dove da qualche tempo si manifesta insieme la propria opposizione. Ma anche tra israeliani e abitanti dei territori. E magari quanto basta per indurre, già ora, lo stesso Netanyahu ad un qualche ripensamento. Eccolo, allora, convocare una rappresentanza di coloni “moderati” per dirgli che forse il 30% più la valle del Giordano è troppo; e che bisognerà accontentarsi di molto ma molto meno.

E questo anche perché l’Europa comincia ad agitarsi. E Trump rischia di non esserci più. Il futuro è, naturalmente, tutto aperto. Ma il messaggio c’è ed è forte. Ed è identico a quello che viene d’oltreoceano. Sarebbe bene che se ne accorgessero i media e i politici del nostro paese. Che, non a caso, hanno dedicato alle faccende israeliano-palestinesi un’attenzione ben al di sotto del minimo sindacale. Forse perché non si può criticare il governo israeliano nel timore di essere denunciati come antisemiti. Sicuramente perché non si possono criticare Agnelli, Colao, Bonomi, Berlusconi e compagnia cantante perché sono quelli che vincono sempre.

O magari quasi sempre ?

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