Roberto Bertoni. Senza partiti, umanità e progettazione non se ne esce

Roberto Bertoni. Senza partiti, umanità e progettazione non se ne esce
Inizia davvero la Fase 2 ed è superfluo sottolineare che rischia di essere un bagno di sangue. È superfluo mettere in evidenza che molti esercizi commerciali non riapriranno e che quelli che lo faranno dovranno fronteggiare le innumerevoli difficoltà di un protocollo che sembra concepito apposta per rendere la vita impossibile a chi vorrebbe provare a ripartire. Certo, nulla sarà come prima e sarebbe solo populismo demagogico affermare il contrario. Certo, bisogna mantenere le distanze, rispettare le regole e stare molto attenti perché i rischi di una recrudescenza del virus sono altissimi e una nuova paralisi infliggerebbe il colpo di grazia a un Paese che già si regge sui gomiti. Certo, non potremo andare al bar, al ristorante o in spiaggia come ci andavamo in passato, e la prospettiva di un’estate “di guerra” è un dato di fatto inoppugnabile. Ciò premesso, va detto che il problema di questo governo, anzi il suo dramma, sta nella mancanza di progettazione. Fatto salvo il presidente Conte, che pover’uomo fa quel che può in condizioni ai limiti dell’impossibile, molti ministri danno l’impressione di avere come unico interesse quello di salvarci la vita, senza rendersi conto che la vita è sacra ma bisogna anche avere una ragione per viverla. In un deserto, in un cimitero, in un contesto di miseria e disperazione, magari si vive lo stesso ma si vive male. Il punto è che questo esecutivo sconta l’assenza di partiti seri e credibili, di una visione del mondo, di un’idea condivisa di società, di quei princìpi di umanità e rispetto per il prossimo e i suoi drammi che potremmo definire empatia e di cui, ora più che mai, si avverte il bisogno. Il punto è che mai come ora non basta gestire l’esistente. Il clima è fetido, gli attacchi rivolti contro Silvia Romano sono la cartina al tornasole della barbarie cui è giunta la società, la paura per il futuro fa il resto, mista alla sfiducia in se stessi e nel prossimo che rende inimmaginabile ciò che già prima era difficile.
La politica è all’anno zero, le istituzioni sono svuotate, esautorare delle proprie funzioni, ridotte a bivacchi di manipoli senza che un dittatore le abbia espugnate. I partiti, al netto della validità di alcuni loro esponenti, sono complessivamente dei gusci vuoti: un tutti contro tutti generalizzato in cui svaniscono le idee, le buone intenzioni rimangono tali, le intuizioni scarseggiano e il massimo obiettivo è sopravvivere, sperando che la buriana non travolga definitivamente tutto. Un Paese in crisi nera, messo sotto osservazione dalle agenzie di rating, con un debito pubblico esorbitante, una crescita prima assente e ora gravemente deficitaria, una mole di nuovi poveri che desta spavento e un inaridimento culturale senza precedenti si trova ad affrontare una stagione di incertezza totale, senza sapere da che parte andare, senza qualcuno che la guidi, senza un timoniere e nemmeno un equipaggio a disposizione. Per dirla con l’Alighieri, siamo a bordo di una “nave sanza nocchiere in gran tempesta”.
Conte, come detto, recita la sua parte con estrema dignità. Di più non può fare, nessuno potrebbe fare meglio nelle condizioni date e, pertanto, sarà bene tenerselo e difenderlo. La difesa acritica, tuttavia, non ce la possiamo permettere: il primo che ne verrebbe danneggiato è proprio lui, a capo di una compagine che non esiste più da mesi e che solo l’emergenza tiene artificialmente in vita. L’auspicio è che quest’amalgama mal riuscita resista ancora un po’, pur sapendo bene che non è con il presentismo che si possono offrire speranze a un’Italia arrabbiata e prossima alla catastrofe.
Speriamo che il genio italico, la resilienza insita nel nostro DNA e quel pizzico di follia creativa che ci è rimasta facciano la differenza in positivo, ma ciò non toglie che sarà poi necessario ricostruire quel tessuto sociale cui il Coronavirus ha inferto il colpo di grazia, a cominciare da partiti solidi e istituzioni degne di questo nome. Ci vorranno anni: vivremo un nuovo dopoguerra e le macerie non saranno certo solo morali. Averne la consapevolezza, non perdere la calma e la testa, rimboccarsi le maniche e andare avanti con ostinazione e tenacia sono i primi passi verso la ricostruzione. Di elezioni anticipate e nuovi rodei non se ne avverte il bisogno, proprio per difendere quel valore supremo che è la democrazia. O quel poco che ce ne resta.
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