Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Avviare la discussione su un nuovo Statuto dei lavoratori”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Avviare la discussione su un nuovo Statuto dei lavoratori”

A causa della crisi innescata dal coronavirus il nuovo presidente della Confindustria, Carlo Bonomi, chiede al governo sussidi economici, l’impunità per eventuali contagi dei lavoratori in azienda, nessuna partecipazione dello Stato alle imprese salvate con soldi pubblici. Non le pare un po’ troppo?

Dinanzi a dichiarazioni di questo tipo penso tre cose. La prima, che costituiscano un metodo sbagliato di affrontare il rapporto tra Stato e imprese; la seconda, che rappresentino una linea di pensiero superata perché in questo momento di tutto c’è bisogno tranne che di un conflitto tra sindacato e datori di lavoro; la terza, che non rappresentino la linea della stessa Confindustria. Oggi la situazione è talmente complessa che occorre istituire un tavolo in cui siano presenti il governo, i sindacati e le imprese. I momenti più difficili della storia nel nostro Paese sono stati affrontati e risolti con questo approccio negoziale e non alzando la posta ognuno per conto proprio. Cosa che mi sembra abbia voluto fare il neopresidente della Confindustria. Ma con questo criterio non avremmo ricostruito l’Italia nel secondo dopoguerra, non avremmo affrontato adeguatamente il terrorismo, né la crisi del 2008 né l’ingresso in Europa e così via. Con la globalizzazione dei mercati, la finanziarizzazione dell’economia, la sfida dell’intelligenza artificiale e questa sciagura dell’epidemia bisogna trovare accordo nell’interesse di tutti, non di una parte. Anche perché se il governo stipulasse un accordo con gli industriali escludendo il sindacato nascerebbe un conflitto. Non è una strada percorribile. In questa fase storica è necessario che prevalgano le forze che vogliono dialogare. E un dialogo sicuramente da avviare è intorno a un nuovo Statuto dei lavoratori. Quello che abbiamo in vigore appartiene a un mondo che non c’è più e che non prevede per esempio il lavoro agile.

Soprattutto a causa dei problemi che si stanno manifestando in agricoltura il governo sembra intenzionato a regolarizzare gli immigrati che lavorano in nero. Ma ci sono frizioni al suo interno e una levata di scudi delle opposizioni. Come spiega questa ostilità al riconoscimento di un diritto sacrosanto?

Francamente non me la spiego perché impedire la regolarizzazione del lavoro nero favorisce forme di sfruttamento così terribili che non possono avere diritto di cittadinanza nel nostro Paese. Non è possibile tollerare un’illegalità così diffusa per diversi motivi. Intanto perché impedisce di controllare l’immigrazione che non è alla luce del sole, poi perché non tutelare i lavoratori immigrati ha aperto un dumping sociale che limita l’esercizio dei diritti anche per i lavoratori italiani e in terzo luogo perché è terreno fertile per le varie forme di criminalità. Su quest’ultimo punto mi permetta poi di aggiungere che chiunque soffochi i diritti esercita una forma di criminalità. Il fatto che in agricoltura si sia tornati al caporalato e al paraschiavismo mi pare un’insensatezza. Per qualcuno il reddito di cittadinanza avrebbe dovuto permettere l’emersione del lavoro nero e creato nuova occupazione. Invece, di nuovi posti di lavoro non se ne sono visti, il lavoro nero non è emerso e il reddito di cittadinanza si è trasformato in un sostegno economico per stare a casa. Allo stesso tempo, i disoccupati italiani si rifiutano di fare i braccianti in agricoltura. Perciò, sia per una questione di civiltà sia per una questione economica, la situazione dei lavoratori immigrati va regolarizzata. E non penso solo ai braccianti agricoli, penso anche alle badanti e alle collaboratrici domestiche che in Italia sono centinaia di migliaia. So bene che in questa situazione c’è chi alimenta paure. Ma governare è un’altra cosa. Significa trovare soluzioni e far prevalere i diritti, la trasparenza e la legalità.

Con l’avvio della fase 2 il conflitto tra Regioni e governo nazionale sembra acuirsi. Da una parte gli Enti locali cercano di anticipare l’apertura dei negozi e di altre attività, dall’altra il governo nazionale li stoppa. Sembra proprio che non si riesca a uscire da un contenzioso tra istituzioni che disorienta non poco i cittadini…

In questi giorni ho letto come ha risolto il problema della fase 2 la Germania, che come lei sa ha i Lander. Ai quali la Merkel ha detto alcune cose interessanti anche per noi sul piano del metodo con cui si affrontano le emergenze. In estrema sintesi questi sono i passaggi principali del suo discorso. Innanzitutto che non si deve alimentare la paura ma spingere al coraggio e all’audacia, seppur con i piedi per terra. Poi, che per sua necessità la fase 1 doveva essere gestita dal governo centrale, mentre la fase 2 deve essere gestita con flessibilità. Ciò significa che sulla questione dell’apertura delle attività economico-commerciali ogni Land può trovare delle soluzioni coerenti ma differenti dal punto di vista temporale. Ha aggiunto inoltre che una cosa deve essere chiara: i Lander si assumono la responsabilità di questa flessibilità. Infine, se si registra una ripresa del contagio quantificata in cinquanta persone ogni mille la fase 2 viene sospesa e il Land considerato un focolaio di infezione. Tutto questo per dire che in Germania si sono stabilite poche regole molto chiare e un criterio oggettivo per decidere se la fase 2 può essere mantenuta o meno. Mentre da noi si cerca di imporre un criterio che vale per tutto il Paese. Non funziona. Intanto perché da noi ci sono regioni dove il contagio ha avuto un’incidenza assai contenuta, perciò non possono essere trattate alla stessa stregua della Lombardia, del Veneto e del Piemonte dove invece le proporzioni del contagio sono state terribili. È chiaro allora che si deve differenziare e come per i Lander si deve lasciare l’autonomia decisionale alle nostre Regioni per gestire in maniera flessibile la fase 2. Certo, responsabilizzandole e introducendo un criterio per decidere se la gestione funziona o meno. Questo significa che governo nazionale e enti territoriali dovrebbero in squadra. Tutte le istituzioni ne uscirebbero più forti e i cittadini si sentirebbero più sicuri. Purtroppo questo non avviene e allora bisogna prendere atto che il Titolo V della nostra Costituzione non funziona e va rivisto.

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