Giustizia. Il giudice Di Matteo intervistato a La7 accusa Bonafede: nel 2018 gli aveva fatto due proposte, poi rimangiate. Il ministro replica duramente

Giustizia. Il giudice Di Matteo intervistato a La7 accusa Bonafede: nel 2018 gli aveva fatto due proposte, poi rimangiate. Il ministro replica duramente

Investe direttamente il capo delegazione del M5s, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, il caso aperto dalle dichiarazioni del magistrato antimafia Nino Di Matteo nel corso della trasmissione “Non è l’arena”. Chiamato in causa dai presenti in studio, Di Matteo rivela “un episodio relativo al giugno 2018”, subito prima che venisse nominato Basentini a capo del Dap. Ecco le parole di Di Matteo: “Venni raggiunto da una telefonata del ministro che mi chiese se ero disponibile ad accettare il ruolo di capo del Dap o in alternativa il posto di direttore generale degli affari penali. Io chiesi 48 ore di tempo per dare una risposta. Nel frattempo – e questo è molto importante che si sappia – alcune note che il Gom della Polizia penitenziaria aveva trasmesso alla Procura nazionale antimafia ma anche alla direzione del Dap e che quindi penso fossero conosciute dal ministro – avevano descritto la reazione di importantissimi capi mafia alla indiscrezione che io potessi essere nominato a capo del Dap. Quei capi mafia dicevano ‘se nominano Di Matteo è la fine’. Al di là delle loro valutazioni, io chiesi 48 ore di tempo. Io andai a trovare il ministro che mi disse che nel frattempo ci avevano ripensato. Nel giro di 48 ore sono stato per iniziativa del ministro designato come capo del Dap e quando sono andato lì per comunicare la mia risposta affermativa mi trovai di fronte a un dietrofront. Rimasi colpito da un improvviso cambiamento della proposta. Il ministro chiuse quella telefonata dicendo: scelga lei. Il ministro ci ha ripensato o qualcuno lo ha indotto a ripensarci”.

Parole durissime che aprono un dibattito nella maggioranza e nel governo. Mentre le opposizioni chiedono le dimissioni del ministro della Giustizia, il Pd lo invita a riferire in aula e in commissione antimafia. Italia viva con Matteo Renzi non esclude la richiesta di dimissioni, ma prima, dice, serve la verità. “Siamo in presenza di una clamorosa vicenda che rischia di essere il più grave scandalo giudiziario degli ultimi anni. Prima ancora di arrivare a mozioni di sfiducia voglio vedere se è un regolamento di conti, voglio sapere la verità”, spiega Renzi. “So che Bonafede forse non ragionerebbe così, ma se un ministro dovesse dimettersi per i sospetti di un magistrato, si creerebbe un precedente gravissimo. Il sospetto non è l’anticamera della verità, sinché non verificato resta un sospetto”. Lo scrive su Twitter il vicesegretario del Pd Andrea Orlando.

Quanto al ministro Bonafede, si e’ difeso con una successiva telefonata alla trasmissione condotta da Giletti. Ecco la sua versione dei fatti: “Si lascia trapelare un’informazione sbagliata: e cioè che io sarei andato indietro rispetto alla scelta di proporre al dottor Di Matteo” la direzione del Dap “perché avevo saputo di intercettazioni. Dobbiamo distinguere i fatti dalle percezioni. Io nei primi due anni da ministro ho portato avanti solo leggi scomode, motivo per cui vivo sotto il più alto livello di scorta. Ho firmato, tra nuove applicazioni e rinnovi, 686 atti per 41 bis. 100 di questi sono persone che ho mandato io, con la mia firma, al 41 bis”. Rispetto ai fatti contestati da Di Matteo, Bonafede dice: “L’idea per cui io il giorno dopo per chissà quale paura sopravvenuta avrei cambiato idea, non sta né in cielo né in terra. E’ una percezione del dottor Di Matteo. Io dissi a Di Matteo che tra i due ruoli – il Dap e la direzione degli affari penali – vedevo più di frontiera nella lotta alla mafia il ruolo di direttore degli affari penali, che era stato il ruolo di Falcone. A me era sembrato che alla fine dell’incontro io e Di Matteo fossimo d’accordo”. Alla risposta del ministro è seguita la controreplica di Di Matteo: “Non ho fatto interpretazioni. Ho raccontato dei fatti che Bonafede conferma”. Il deputato e responsabile giustizia del Partito democratico, Walter Verini, e il senatore e capogruppo in commissione antimafia Franco Mirabelli, affermano che “le dichiarazioni televisive del magistrato Di Matteo su vicende e ipotesi risalenti a due anni fa hanno prodotto elementi di confusione in un campo nel quale confusione non deve essere ammessa: la lotta alle mafie”. In una nota i parlamentari democratici aggiungono: “Per la stessa ragione appare irresponsabile l’atteggiamento di chi usa un tema come la lotta alle mafie per giustificare l’ennesima richiesta di dimissioni di un ministro, approfittando di queste dichiarazioni estemporanee. Siamo certi che il ministro al più presto verrà a riferire in commissione e in parlamento sull’impegno del governo contro le mafie”.

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