Roberto Biscardini. La Lombardia allo sbando in un Paese fragile

Roberto Biscardini. La Lombardia allo sbando in un Paese fragile

Non è bello sparare sulla “croce rossa”, ma è difficile stare zitti di  fronte ai ritardi, inefficienze e tragici errori commessi dalla Regione Lombardia in questi mesi. Errori del presidente, del suo assessore, della giunta e anche di tutte le forze politiche, che forse per evitare di disturbare troppo il manovratore gli hanno consentito di andare a sbattere. Questo è al momento lo stato delle cose. Circa 12.000 vittime, 2000 solo a Milano con un tasso di letalità senza precedenti. E una popolazione piegata. Che ha voglia di uscirne, vorrebbe capire se c’è un minimo piano di riapertura delle attività economiche, ma ha la piena la consapevolezza che questa vicenda non è finita. I contagi non calano di molto e i decessi anche. Quindi una popolazione impaurita e delusa. Che, se da un lato può giustificare la debolezza della politica a fronte della grandezza del fenomeno, non è ben disposta ad accettare furbizie, le speculazioni sulla testa dei morti e degli ammalati, incursioni da sciacalli sulla testa della popolazione e la propaganda politica.

Non sono amico di Salvini, anzi lo considero da tempo una delle più gravi sciagure che ci potevano capitare. E come detesto il suo modo di fare nei confronti del governo, detesto da ultimo il tentativo di attribuire al governo le responsabilità maggiori del disastro in Lombardia. Un atteggiamento furbesco che ha imposto al presidente Fontana, che non agisce più secondo logica e coerenza. Né sulla base dei dati scientifici di cui dovrebbe disporre. Ma anch’esso in logica politica a comando di Matteo Salvini. Così nella debolezza oggettiva della istituzione regionale diventa palpabile la pochezza della sua classe politica. Non a caso quando Conte si attardava sulle chiusure, la Lombardia rivendicava “chiudere tutto”  e adesso vista le difficoltà vorrebbe “aprire tutto”.

Ma andiamo al punto centrale.

La Lombardia è l’epifenomeno del caos. Da una settimana all’altra abbiamo aggiunto allo scandalo dell’ospedale di Alzano Lombardo, la gestione scellerata delle Rsa e del Pio Albergo Trivulzio dove è potuto succedere che circa 100 persone (il numero esatto sarà accertato dalle indagini in corso) morissero ingiustamente e si propagassero contagi agli altri ospiti, al personale medico e ai parenti, per aver mandato in quelle strutture dagli ospedali pazienti positivi al coronavirus.

Che dire, l’eccellenza lombarda si è in poco tempo dimostrata debole, un gigante dai piedi di argilla, mala sanità, e solo la sottovalutazione del valore della vita degli anziani poteva portare a tanto.

Dentro una Italia fragile, anche la Lombardia non e stata da meno.

L’Italia non è il Paese con il “migliore sistema sanitario del mondo” e l’eccellenza ciellina si è dimostrata un grande bluff. Errori che vengono da lontano e che oggi solo un grande salto di qualità potrebbe rappresentare l’inizio di una risposta concreta.

Ma chi lo fa? Per affrontare una contraddizione in termini. Se da un lato Milano e la Lombardia possono disporre (pur con la carenza di personale medico a attrezzature) di istituti ospedalieri e di ricerca di altissimo livello, con medici specialisti di grande valore, che sanno combattere alla perfezioni malattie molto gravi, dall’altro le carenze più gravi sono nella cura della salute tout court. L’assenza di una sanità diffusa sul territorio, che già faceva acqua nelle condizioni normali, è la causa prima del disastro. E elevato a potenza questo è anche il caso italiano. È vero che non se la cavano bene neanche le altre “potenze” nel mondo, ma bisogna ammettere che c’è qualcuno che se la sta cavando meglio. Perché abbiamo in Italia un tasso di letalità del 12,7% e in Lombardia del 17 % a fronte del 2% della Germania? Come mai? Perché sottostimiamo troppo i nostri contagi veri? Non basta. La verità è che la Germania ha costruito nel corso degli anni ciò che noi abbiamo distrutto. Ha costruito un sistema sanitario molto diffuso sul territorio. Qualcuno irrideva al suo sistema sanitario, nelle mani del sistema federale dei Lander, ma con quel sistema la Germania ha conservato tantissimi posti letto e molti presìdi sanitari sul suo territorio. 1400 ospedali contro i nostri 1000, la metà dei quali privati e quindi in caso di pandemia praticamente indisponibili. La Germania ha 33,9 posti letto per 100 abitanti contro l’8,6 dell’Italia. Ha avuto a disposizione 40 mila posti in terapia intensiva contro i nostri 5300 al 16 marzo (pare), quando ci eravamo dati l’obiettivo di aggiungerne 1850 nelle settimane successive. Oltre 30 mila respiratori, da noi il dato non è certo, ma si sa però che ai primi di marzo la Consip ha indetto una gara per acquistarne 1850, con una disponibilità prevista di averne 500 al mese. Siamo al ridicolo. Quando il virus è arrivato, la Germania era superattrezzata con i tamponi, ai primi di aprile già ne effettuava circa 120 mila al giorno. Dulcis in fundo disponevano di un vero piano pandemico definito nel 2016, che ha funzionato. Sintesi: la fragilità del nostro Paese, e persino delle regioni più forti e più ricche, è la vera questione politica. Che si può affrontare guardando da subito lontano. Come si legge in una nota dei socialisti milanesi inviata a tutte le forze politiche della regione “bisogna cambiare il motore della macchina con la macchina in corsa, con un piano di ricostruzione della sanità pubblica e territoriale utile ad affrontare contemporaneamente l’ipotesi di un allungamento dei tempi della pandemia e la programmazione dei servizi di una nuova sanità regionale a regime, negli ospedali e sul territorio”, eccetera.

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