Roberto Bertoni. Iqbal Masih, una storia da non dimenticare

Roberto Bertoni. Iqbal Masih, una storia da non dimenticare
Non dev’essere dimenticata per nessun motivo al mondo la tragedia del piccolo Iqbal Masih, l’attivista pakistano per i diritti umani che venne assassinato a Muridke il 16 aprile 1995 in seguito alla sua battaglia contro il lavoro minorile. Non bisogna dimenticare il suo coraggio, la sua passione civile, la sua storia tremenda e incredibilmente significativa. Non bisogna dimenticare che nelle sue stesse condizioni vivono ancora milioni di bambini in tutto il mondo. Non bisogna dimenticare che sono questi bambini a cucire i palloni con cui giochiamo, le magliette che indossiamo, talvolta le nostre scarpe e che non è con vane e impossibili azioni di boicottaggio individuale che si combatte la piaga del lavoro minorile ma tenendo sempre viva l’attenzione su un fenomeno così esecrabile e chiedendo a gran voce che siano gli Stati a battersi per porre fine a questo intollerabile abuso.
Non bisogna dimenticare il dramma dell’infanzia negata, delle speranze uccise, dei sogni infranti. 
Non bisogna dimenticare che storie come quella di Iqbal sono rese possibili da un modello di sviluppo violento e insostenibile, della voracità di chi detiene il potere e il denaro, dalla sete di profitto di multinazionali che non hanno alcuna remora nel calpestare i diritti di chiunque, dalla salute all’istruzione, pur di alimentare il proprio ipertrofico ego economico. Non bisogna dimenticare Iqbal e la sua lotta ma neanche essere ipocriti. Non basta, infatti, commuoversi per un istante per il povero bambino assassinato, salvo poi andare avanti come se niente fosse, convinti di avere la coscienza a posto. Il demone della nostra società è l’indifferenza, sono le campane che non suonano mai, sono i troppi giornalisti che si voltano dall’altra parte, i troppi politici che fanno finta di niente, i troppi cittadini che non pretendono un’altra idea di società e di mondo, le troppe persone perbene che hanno smesso da tempo di lottare, chi si è arreso e chi non ci ha mai nemmeno provato.
Iqbal Masih, nel suo piccolo, ci ha provato a costo della vita. Ha denunciato la barbarie dello sfruttamento selvaggio di cui lui stesso è stato vittima, ha provato a risvegliare le coscienze del mondo sugli abusi e l’orrore cui sono sottoposti i bambini che lo subiscono, ha parlato con toni chiari e forti ma non è stato ascoltato, se non per qualche flebile applauso che non costa nulla e ispira sempre simpatia. Iqbal è il simbolo della nostra coscienza sporca, del nostro non porci mai le domande necessarie, del nostro non interrogarci sulla logica dell’arricchimento di pochissimi a scapito del novantanove per cento della popolazione globale e del nostro dare tutto per scontato, come se un modello complessivamente alternativo fosse impossibile per definizione.
Ricordare concretamente Iqbal significa, invece, porsi contro un sistema di sfruttamento planetario delle persone e delle risorse che ci sta conducendo nel baratro. Significa affermare in tutte le sedi che i bambini hanno il diritto di andare a scuola e di giocare. Significa che non è accettabile questa follia che marginalizza l’uomo e ne offende costantemente la dignità. Significa dire basta e comportarsi di conseguenza, che è la cosa di gran lunga più difficile. E significa, in conclusione, mettere da parte la finta pietà: Iqbal meriterebbe, difatti, il rispetto che non siamo stati capaci di dargli allora e che non sembriamo intenzionati ad accordargli nemmeno oggi.
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