L’Aquila a luci spente undici anni dopo il sisma

L’Aquila a luci spente undici anni dopo il sisma

Undici anni fa ci siamo svegliati con L’Aquila in terra. Chi non lo ricorda? Alle 3.32 il terremoto devastante che ha tirato giù case, scuole, basiliche, palazzi delle istituzioni. Immagini rimaste impresse nella nostra mente come quelle della Casa dello studente collassata su se stessa o della frazione di Onna, sbriciolata come un castello di sabbia. In effetti proprio la sabbia di mare nelle fondamenta delle case è stata uno dei motivi di una catastrofe che ha prodotto 309 morti, 1.600 feriti e circa 80 mila sfollati. Questa notte, per la prima volta dal 2010, la fiaccolata non si è tenuta a causa delle rigide misure restrittive legate all’emergenza Covid, mentre, in tutta Italia, molti hanno tenuto una luce o una candela accesa per stringersi intorno agli aquilani in un momento così difficile per il Paese. Intanto, l’ospedale G8 del capoluogo abruzzese da qualche giorno ospita chi è stato colpito dal coronavirus. Medici, infermieri, operatori, fino a chi garantisce i pasti e le pulizie, sono tornati – insieme – a rimboccarsi le maniche per combattere un nemico invisibile, come il terremoto.

A 11 anni da quella tragica notte, in città ci sono ancora molti cantieri, ma decine di palazzi sono stati riconsegnati all’antico splendore. L‘opera non è certo completa e i prezzi non sono proprio bassi. Non è facile decidere di tornare a vivere nel centro, soprattutto se in affitto. Così la maggior parte della popolazione opta ancora per le new town, quartieri dormitorio senza servizi e socialità, tra cedimenti e infiltrazioni. L’Aquila rimane un simbolo. Ma il sisma ha creato danni materiali e sociali in tutta la provincia, dove le cose vanno decisamente peggio. Paesi come Cagnano Amiterno, Montereale, Campotosto non sono nemmeno riusciti a rialzarsi dal terremoto dell’Aquila che sono stati travolti dalla violenza degli eventi che tra il 2016 e il 2017 hanno devastato il Centro Italia. Campotosto e Amatrice distano meno di 10 Km in linea d’aria. Sono collegate da un sentiero battuto dagli escursionisti alle pendici delle cime della Laga e dal quale si puù ammirare il Gran Sasso. Una passeggiata di 4 ore e mezza.

Alfredo Perilli conosce bene quei sentieri. Suo padre e suo nonno li percorrevano prima di lui. È il responsabile del gruppo locale degli Alpini che qui hanno realizzato un grande centro polivalente divenuto importante centro di aggregazione per le 90 famiglie rimaste in questa comunità. “Qui viviamo nei MAP, le case di emergenza. Le macerie in gran parte le hanno portate via. Ma la piazza, le case, non ci sono più. La ricostruzione è a zero, la situazione è spettrale. E poi c’è il virus. Noi siamo agli arresti domiciliari ma da quella strada non arrivano più i turisti. Nei giorni scorsi ha fatto 10 cm di neve e si prevede ne farà ancora. Potenzialmente le piste, i boschi, il lago, le nostre mortadelle artigianali, potrebbero darci sviluppo, ma siamo rimasti meno di 200”.

Non è il virus ad aver messo in ginocchio Campotosto, ma un sistema burocratico che non lascia intravedere alcuna luce in fondo al tunnel. Due negozi di generi alimentari, una trattoria, una farmacia, la posta e un bar dove i vecchietti giocano a carte. Una bottega di manufatti di cotone, lino e di canapa. Un gruppo di baracche di legno al centro di una doppia corona di cime argentate e una più incombente fatta di scheletri di case e macerie. Anche il municipio è ospitato da un container e il sindaco, Luigi Cannavicci, può contare su una squadra efficiente ma non numerosa: “Riguardo al coronavirus, per fortuna non abbiamo evidenze di persone infette. Abbiamo avuto un caso sospetto, ma nonostante il tampone non sia stato fatto, la Asl ci ha assicurato che non si trattasse di Covid. Subiamo il disagio della mancanza di  dispositivi di sicurezza. Preferisco sorvolare sulla qualità delle mascherine fornite dalla Protezione civile. Ci stiamo organizzando per comprarle per conto nostro”. Anche l’Ordinanza n. 658 del 29 marzo 2020, quella con cui sono stati stanziati 400 milioni per i Comuni al fine di distribuire aiuti alimentari a chi, in questa fase di emergenza, è in stato di bisogno, non potrà vedere la luce subito. “Dovremo raccogliere le domande – spiega il sindaco – e poi farle valutare dagli assistenti sociali dell’Ecad 5 (l’ambito distrettuale sociale locale), perché qui non abbiamo accesso ai dati su chi percepisce il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione o ad altre sovvenzioni.

A Campotosto sono davvero in pochi, non gira nessuno, non ci sono assembramenti. Qui se qualcuno si allontana da casa – una struttura di legno di pochi metri quadri – non rischia di infettare nessuno perché mantenere le distanze in un luogo reso quasi spettrale dal terremoto è relativamente facile. “Qui siamo quasi tutti anziani – è la constatazione di Alfredo Perilli – ci siamo organizzati, c’è un reciproco aiuto per quanto possibile. Il comune ha istituito un servizio per portare la spesa o le medicine a chi non riesce a uscire. Tutti cerchiamo di dare una mano ma in realtà è tutto bloccato: gli uffici non funzionano. Non parlo in particolare di quelli di Campotosto, ma degli uffici di riferimento per proseguire nella nostra opera di messa in sicurezza e ricostruzione del paese. Attendiamo. Aspettavamo prima, continuavamo ad aspettare”.

Più a valle di Campotosto c’è Montereale, centro – sulla carta – da 3 mila abitanti, a 30 minuti di macchina dal capoluogo, traffico permettendo. Oggi a presidiare la zona sono soprattutto gli anziani. Tra i loro figli, in molti lavorano a Roma. Una volta tornavano tutti i fine settimana, ma in tempo di coronavirus bisogna decidersi: o dentro o fuori. “Con l’emergenza qualche famiglia è tornata. Ma in questi casi preferiremmo lo facessero per restare tutto l’anno – racconta Sante Sebastiani, segretario della Lega territoriale dello Spi Cgil – . Qui è come se fossimo in guerra: con la gente che non può uscire, i bar e i negozi chiusi. Qui dopo i terremoti del 2009, del 2016 e 2017, abbiamo sempre provato a rialzarci. La ricostruzione per il terremoto dell’Aquila è a livelli irrisori, i cantieri sono fermi e la disoccupazione è galoppante. Anche se il governo darà qualcosa ai disoccupati, il vero problema è che i nostri paesi sono sempre più disabitati”. E gli incentivi per rimanere non sono molti in una cittadina in cui le banche non concedono mutui alla gente del posto, perché il mercato immobiliare si svaluta di giorno in giorno.

Chiediamo allora al sindaco, Massimiliano Giorgi, quante potranno essere le famiglie beneficiarie degli ultimi aiuti stanziati dal governo.  “Non lo sappiamo ancora – risponde – . Abbiamo degli elenchi ma a questi dovremo aggiungere i nuclei familiari che scontano il disagio di non poter lavorare, le partite iva, le persone che lavoravano con aziende proprie. Dobbiamo prestare attenzione: è un momento particolare e non possiamo lasciare indietro nessuno”.

Questa è L’Aquila con la sua provincia. Mondi e disagi diversi a una manciata di chilometri di distanza. Il capoluogo – il polo attrattivo – che con le energie di migliaia di persone prova a rimettersi in piedi. Poco più in là le rovine di un Appennino che necessita di nuova linfa: risorse, persone, progetti, interventi lungimiranti per cambiare passo rispetto all’attuale isolamento infrastrutturale, sociale, umano.

Da rassegna.it

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