Carceri. Marcia di Pasqua virtuale. Il Partito Radicale organizza una maratona oratoria. Si chiede un’amnistia per la Repubblica, e interventi concreti di Mattarella, giudici e prefetti

Carceri. Marcia di Pasqua virtuale. Il Partito Radicale organizza una maratona oratoria. Si chiede un’amnistia per la Repubblica, e interventi concreti di Mattarella, giudici e prefetti

Da anni, ogni Natale e Pasqua, il Partito Radicale, aderendo a una “tradizione” inaugurata da Marco Pannella quando il pontefice era Karol Wojtyla, organizza una “Marcia”: lambisce i luoghi istituzionali dello Stato laico, e sfocia a piazza San Pietro, luogo caro ai credenti del cristianesimo cattolico. Ogni anno, da anni: per chiedere quella che, riassunta in uno slogan, è “un’amnistia per la Repubblica”. Ci si appella all’articolo 27 della Costituzione: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”; alla Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo; alle svariate sentenze delle Corti Europee sempre dei Diritti dell’Uomo che ripetutamente condannano l’Italia; al “semplice” buon senso e umanità, per chiedere che siano salvaguardati e garantiti i diritti degli ultimi tra gli ultimi, l’umanità in carcere; e la più generale comunità penitenziaria, composta dagli agenti di custodia, dai volontari, dal personale amministrativo: migliaia e migliaia di persone costrette a vivere in ambienti malsani, in promiscuità inaccettabili; in condizioni che costituiscono (dovrebbero costituire) una letterale vergogna per un paese che si picca di essere civile. Uno Stato che non riesce a garantire i requisiti essenziali che spontaneamente si è dato, e dunque è tecnicamente fuori-legge. Per questo si invoca un’amnistia e un indulto, nei confronti di quelle persone cui resta solo qualche mese da scontare; che già si trova in regime di semi-libertà; che non si sono macchiate di reati di sangue o che hanno comunque a che fare con stragi, mafia e simili. Provvedimenti tampone, certo: ma necessari per guadagnare tempo, e poter con più agio metter mano a quelle riforme da tempo in cantiere, auspicate, promesse, e mai concretamente decollate.

Per le note vicende del Coronavirus, quest’anno non sarà possibile il tradizionale “appuntamento”; avrà però luogo con modalità diverse. Sarà una marcia virtuale, sonora: si partirà alle 11 e proseguirà ad oltranza: una vera e propria maratona oratoria dalle frequenze di “Radio Radicale”. Ai microfoni si alterneranno gli esponenti del Partito Radicale, e un ventaglio di personalità che hanno assicurato il loro contributo e adesione. C’è davvero di tutto: da Clemente Mastella a Giuliano Pisapia; dall’ex presidente dei medici penitenziari Francesco Ceraudo, all’ex presidente dei cappellani penitenziari don Ettore Cannavera; Riccardo Iacona a fianco di Vittorio Feltri; da Corradino Mineo a Renata Polverini ed Enrico Sbriglia, già dirigente generale dell’Amministrazione Penitenziaria… chiederanno che il presidente della Repubblica faccia ricorso in modo massiccio al suo potere di grazia; che i procuratori della Repubblica verifichino fisicamente le reali condizioni di detenzione e la loro rispondenza alle leggi; che i prefetti verifichino che nelle singole celle siano applicati decreti e ordinanze emanate. Il segretario radicale Maurizio Turco, e la tesoriera Irene Testa si fanno interpreti di una proposta solo apparentemente provocatoria: “Mentre ci si svena pubblicamente per evitare il contagio economico dopo non aver saputo evitare quello sanitario, si continua pacificamente a incrementare le spese militari. Per parafrasare il Presidente Pertini, svuotate gli arsenali e riempite gli ospedali, anche perché non è finita e non è l’ultima. A cosa potrebbero servire questi armamenti; quali eserciti potremmo affrontare; stiamo per dichiarare guerra all’Austria, alla Croazia, forse all’Albania?”. Cosa chiedete agli altri leader politici? “Tutte le classi dirigenti europee sanno, soprattutto quella italiana, che da soli non si va da nessuna parte. Il Parlamento italiano dovrebbe avere il coraggio di riprendere il filo federalista europeo dei De Gasperi, Spinelli, Pannella e farsi promotore, oggi, di una riforma istituzionale delle istituzioni europee. E’ evidente che gli eurobond avrebbero senso solo se fossero federali, altrimenti si continuerà nell’errore di Maastricht, ripetuto con l’allargamento del 2004, di rinviare quella che sarebbe dovuta essere la precondizione a qualsiasi “riforma” sin qui fatta: l’Europa federale, con il suo esercito, la sua economia, la sua diplomazia”.

Per tornare alla questione carceraria, una parziale, utile ma significativa rassegna stampa.

Papa Jorge Bergoglio non perde occasione per richiamare l’attenzione sulla condizione delle carceri e dei detenuti. Non è il solo. La commissaria europea per i diritti umani Dunja Mijatovic ammonisce che è urgente proteggere i diritti alla salute e all’integrità psico-fisica dell’intera comunità penitenzia. Tra i rimedi indicati la drastica riduzione del numero dei detenuti, “in questo momento, indispensabile…”. La presidente del tribunale di Sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa denuncia che “non viene garantito il distanziamento sociale”. E’ in corso una raccolta firme promossa dai familiari dei detenuti di tutt’Italia per la tutela dei loro cari: “State violando la Costituzione e condannando a morte i nostri congiunti”. Padre Alex Zanotelli definisce la situazione all’interno delle carceri “una bomba atomica per il rischio contagio nell’emergenza coronavirus”; ed esprime grande preoccupazione per la situazione di sovraffollamento nei penitenziari. Pino Apprendi, presidente di Antigone Sicilia definisce le carceri “una polveriera”.

Nel frattempo, nel carcere di Aversa un detenuto romeno di 32 anni, Emil V., si impicca; avrebbe finito di scontare la sua pena nel prossimo novembre. A Brescia muore Salvatore Ingiulla, medico sessantenne delle carceri Canton Mombello e Verziano; aveva contratto il virus nel marzo scorso. Si potrebbe andare avanti a lungo. Cosa si fa, nel frattempo, di concreto? Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, tra un sorriso e l’altro, predispone un “piano” nell’ambito del decreto “Cura Italia”. Nel migliore dei casi, saranno tremila i beneficiari della detenzione domiciliare prevista dal decreto; al tempo stesso, si prende atto che “non si possono stabilire distanze di un metro in celle di tre metri per tre se al loro interno sono recluse quattro persone. Si azzera ogni reattiva difesa immunitaria”. Via Arenula guarda, non “vede”, passa oltre. Sostanzialmente inerte, mentre è caos per quanto riguarda l’interpretazione e l’applicazione delle misure detentive, farraginose e complicate. Si procede in ordine sparso. Senza eco gli appelli dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, del Consiglio Superiore della Magistratura, dello stesso Pontefice, volti a convincere il governo perché affronti con determinazione la situazione all’interno degli istituti penitenziari.

Il 15 marzo scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha redatto delle linee guida da applicare allo scopo di prevenire la diffusione del Covid-19. Tra queste raccomandazioni osservare la distanza fisica di un metro. Impossibile nelle carceri italiane. Secondo i dati del 29 febbraio forniti del Ministero della Giustizia, in Italia ci sono 61.230 detenuti (solo 41.873 risultano essere condannati in via definitiva) a fronte di una capienza pari a 50.931 posti. Contagi: secondo i dati forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria, sarebbero appena 37 i detenuti “positivi”. Nove sono ricoverati in ospedale, otto i guariti. Tra i 38mila agenti di polizia penitenziaria sono 158 a essere risultati “positivi” al tampone. Sedici i ricoverati e dispensati dal servizio. Cinque i contagiati fra il personale dell’Amministrazione Penitenziaria appartenenti al comparto funzioni centrali. E’ lecito pensare che la realtà sia meno rosea. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda misure di protezione personale: igiene delle mani, disinfestazione degli ambienti, uso di mascherine protettive. Non sono assicurate in ospedale e nelle strutture sanitarie; non sono assicurate alle persone impegnate ogni giorno in quella che viene definita “la prima linea”. Figuriamoci se sono assicurate in carcere. Il carcere, per la sua stessa natura, provoca un indebolimento del sistema immunitario; lo dimostrano i dati relativi al dilagare dell’epatite C, dell’HIV e dei problemi psichiatrici e astinenza da sostanze stupefacenti. Il Decreto Cura Italia, che introduce misure per contrastare gli effetti provocati dall’emergenza epidemiologica in atto, prevede la detenzione domiciliare per chi debba scontare una pena o un residuo di pena fino a 18 mesi. Perché questo limite, e non prevedere i tre anni, comunque restando all’interno delle previsioni “liberatorie” dello stesso ordinamento penitenziario.

Dunque, poco meno di tremila i beneficiari di questa misura; si consideri, comunque, che il 30 per cento dei detenuti è in carcerazione preventiva, in attesa di un esito definitivo; almeno la metà, come documentano le statistiche, vengono poi dichiarati innocenti. In questo contesto, e con la pandemia in corso, non è irragionevole incentivare l’utilizzo di misure alternative alla detenzione. Considerare il Covid-19 elemento oggettivo di inapplicabilità della custodia carceraria, consentirebbe di alleggerire la pressione delle presenze non necessarie nelle carceri. Un po’ ovunque, nel mondo ci si sta ponendo il problema: dal Marocco all’Albania, dall’Iran alla Turchia, dalla Francia a molti stati degli Stati Uniti, si sono sfoltite massicciamente le carceri proprio per meglio far fronte all’emergenza Coronavirus.

In Italia? In Italia il ministro della Giustizia sorride.

 

 

 

 

 

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