Il libro. Luca Ricolfi, “La società signorile di massa”, La nave di Teseo, Milano, 2019

Il libro. Luca Ricolfi, “La società signorile di massa”, La nave di Teseo, Milano, 2019

Luca Ricolfi ha dato alle stampe “La società signorile di massa” (La nave di Teseo, Milano, 2019, 267 pagg., 18,00 euro). Come dice chiaramente il titolo ci troviamo dinanzi a una nuova definizione della società. Per la precisione: non di tutte le società contemporanee, ma della società italiana. Che il sociologo torinese ritiene un unicum nel mondo occidentale; beninteso un unicum negativo.

Ma perché la nostra società sarebbe “signorile di massa”? Perché la maggioranza degli italiani vive in una condizione paragonabile a quella dei signori feudali. Ipotesi parecchio audace ma che incuriosisce. Per dimostrarla la prima cosa che fa Ricolfi è sgombrare il campo da ricostruzioni pessimistiche della realtà. E così le prime pagine del suo libro presentano un affresco del nostro Paese in cui, a fianco di un’Italia che se passa male (per esempio i 13 milioni di anziani che vivono con una pensione inferiore a mille euro al mese), c’è un’Italia che se la spassa alla grande: milioni di persone che pur non lavorando conducono una vita agiata, a cui vanno aggiunti i ristoranti pieni, il tutto esaurito dei luoghi di villeggiatura, i giovani che “apericenano” e così via. Tuttavia, l’attuale società opulenta ha fondamenta assai differenti da quella che si sviluppò nel trentennio di crescita ininterrotta (1946-1975) per il semplice fatto che la crescita non c’è più da lungo tempo e oggi viviamo sulle spalle del surplus accumulato dalle generazioni passate. In sintesi le condizioni della società signorile di massa sono tre: le persone che non lavorano sono più numerose di quelle che lavorano; i consumi opulenti avvengono in assenza di lavoro; l’economia stagna.

Per dimostrare l’esistenza della società signorile di massa Ricolfi ricorre a una serie di dati statistici. Dei quali va tenuto ovviamente conto, ma decidere cosa significano è tutt’altra storia. In altre parole, i numeri in sé non dicono tutto del fenomeno che rappresentano. Occorre interpretarli. E le strade sono in genere due. Una lenta, costosa e comunque incerta, ossia attraverso indagini qualitative che confermino quelle quantitative; l’altra rapida, economica e ancora più incerta, ossia attraverso personali interpretazioni. Ricolfi sceglie la seconda strada con tutti i rischi che essa comporta. Soprattutto quello di far rientrare il suo sforzo intellettuale nel campo delle opinioni più che in quello della scienza.

Prendiamo il fronte dei consumi. Negli anni ‘60 gli italiani ebbero accesso alle cure mediche, all’istruzione, ai servizi igienici in casa e così via. Consumi (così li intende Ricolfi, ma forse sarebbe più opportuno chiamarli diritti) che nel Medioevo si potevano permette solo i nobili. Da questo livello di benessere negli anni ’80 si è passati a consumi di massa decisamente voluttuari, che Ricolfi stima posseduti o fruiti da oltre metà degli italiani. Quali sono? La seconda auto, la seconda casa, costose attrezzature da sub o da sci, weekend lunghi e ripetuti, vacanze in località esotiche, abbonamenti televisivi, svariati corsi extrascolastici per i figli, cibi e medici alternativi, tecnologia e così via. Tutto vero. Ma siamo proprio sicuri che il possesso dell’abbonamento alla Tv satellitare e dell’attrezzatura da sub da parte di un impiegato del Comune (il cui stipendio è mediamente molto basso) sia sufficiente a metterlo sullo stesso piano del medioevale signore del castello o anche dell’agiato cardiochirurgo dei nostri giorni? Inoltre è la struttura economica della società che ha reso indispensabili a chi non può permetterseli consumi non necessari. E spesso lo ha fatto imponendoli: tralasciando la violenza simbolica della pubblicità, milioni di italiani non si sarebbero indebitati per decenni se la casa fosse stata davvero un diritto, forse avrebbero investito altrove i soldi destinati per la seconda casa se le città non fossero invivibili e probabilmente neanche avrebbero comprato la seconda auto se i trasporti pubblici fossero economici e efficienti.

Questo tipo di lettura dei dati statistici è assente dalle interpretazioni di Ricolfi. La sua critica è sempre in termini di efficientamento dell’attuale società e non del suo superamento (come ormai suggerisce il buon senso più che le posizioni politiche). Anche quando affronta le peggiori forme di sfruttamento del lavoro. Su tale aspetto il filo del suo ragionamento è il seguente: come nelle società signorili i vantaggi della nobiltà comportavano gli svantaggi della servitù della gleba, oggi i consumatori di beni voluttuari godono della loro condizione di privilegio grazie alla riduzione a una condizione paraschiavistica di una serie di categorie sociali. Ecco quali: i lavoratori stagionali (circa 200mila persone, per lo più di origine africana); le prostitute (tra 75mila e 120mila unità), il personale di servizio (865mila soggetti secondo l’INPS, circa 2 milioni secondo altri studi); i lavoratori in nero (450mila). Totale: quasi 3 milioni di persone, in maggioranza straniere. A queste figure Ricolfi ne aggiunge altre collocandole in quelle che definisce “situazioni di confine”. Esse sono: la massa di persone sottopagate nei settori del commercio, della ristorazione e non solo, a cui vanno aggiunti: gli spacciatori di sostanze stupefacenti, i lavoratori della gig economy (economia dei lavoretti) e quelli delle aziende esternalizzate. Si tratta complessivamente di un numero che oscilla tra 2.700.000 a 3.500.000 unità.

La ricostruzione dell’infrastruttura paraschiavistica del lavoro nel nostro paese fornisce il quadro di un’impressionante condizione di sudditanza di diversi milioni di persone e costituisce la parte più interessante del libro di Ricolfi. Il quale legge in termini politici la crisi italiana. Interpretata dal sociologo torinese come un caso esemplare di immobilismo. Tra i responsabili di tale immobilismo: la scuola che non boccia più e i giovani che preferiscono stare a casa nel dolce far niente piuttosto che accettare lavori non corrispondenti alle loro aspirazioni. Si tratta di problemi reali, non c’è dubbio. È dannoso per la società e per gli stessi studenti che la scuola promuova tutti. Fenomeno da cui però non è immune una parte consistente dell’università (e che dire delle lauree on-line?). Ma la soluzione non è certo quella di tornare alla scuola e all’università di classe com’era ai tempi di don Milani e come invece il ragionamento di Ricolfi induce a fare (e non solo nel caso dell’istruzione).

Allo stesso tempo è vero che molti giovani attendono l’impiego dei loro sogni e non si sporcano le mani con attività di second’ordine. Ma è altrettanto vero che troppe volte questi rimproveri sono mossi da chi non considera le paghe ridicole che vengono offerte, ha un ottimo posto di lavoro e non manderà mai i suoi figli a farsi sfruttare in un call center. Anzi, troverà, per le italiche vie traverse, un posto ben retribuito ai propri rampolli, magari da dirigente nella tanto disprezzata pubblica amministrazione. Evento che Ricolfi avrà sicuramente notato nell’università italiana. Notoriamente un mondo dove il nepotismo impera, proprio come in epoca feudale.

Ricolfi non fornisce ricette per uscire dalla società signorile di massa. E tuttavia sia la sua interpretazione dei dati statistici sia l’approccio ai problemi che affronta lasciano intendere che in Italia sono necessari più ordine e disciplina. A vantaggio di chi? In genere la richiesta di ordine e disciplina va a vantaggio del potere economico, il grande assente del libro di Ricolfi pur essendo il maggior responsabile della crisi italiana dato che, direttamente o indirettamente, da decenni controlla tutte le leve di comando della società. Eppure all’inizio del suo libro Ricolfi sostiene che il corpo principale della società italiana è capitalistico. Poi però se ne dimentica. E a ben guardare la società signorile di massa ha fatto soprattutto la fortuna dei capitalisti. I quali effettivamente somigliano sempre più alla nobiltà di un tempo che al ritratto dipinto da Max Weber.

Patrizio Paolinelli, Via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 1° febbraio 2020.

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