Alfonso Gianni. Fondo salva-Stati, quel pasticciaccio brutto in quel di Bruxelles

Alfonso Gianni. Fondo salva-Stati, quel pasticciaccio brutto in quel di Bruxelles

Fumata nera da palazzo Chigi. Il vertice di maggioranza convocato di primo mattino venerdì non ha partorito alcun accordo sulla vischiosa questione dell’atteggiamento italiano in merito alla riforma del Mes, acronimo italiano per meccanismo europeo di stabilità (l’acronimo inglese è Esm), detto anche Fondo Salva-Stati. Nelle dichiarazioni post vertice emerge che si è discusso approfonditamente ma si sono manifestate valutazioni differenti. Intanto si avvicina il giorno dell’audizione del ministro Gualtieri, uno dei sostenitori della riforma, presso la Commissione Finanze del Senato e poi Conte riferirà al parlamento il 10 dicembre, quando probabilmente le opposizioni chiederanno di mettere al voto le loro risoluzioni. In effetti le scadenze internazionali premono. L’Eurogruppo è fissato per il 4 dicembre e il vertice dei capi di Stato e di governo si terrà 13 dello stesso mese.

Ovviamente la polemica infuria. Salvini è arrivato al punto di denunciare Conte di alto tradimento per avere firmato cose su cui il governo precedente non era d’accordo. Dal canto suo Conte e il Pd fanno sapere che la trattativa è stata condotta in particolare dall’ex ministro dell’economia Giovanni Tria, il quale lo conferma, dichiarando tra l’altro che “Salvini è un capo politico, forse qualcuno che lo consiglia ha avuto qualche amnesia” e ribadisce che bisogna arrivare ad un accordo complessivo su un pacchetto di misure. Gualtieri dal canto suo è molto più tranchant, cosa imprudente come vedremo, accusando tutti di non sapere di cosa si stia parlando. Stefano Folli scrive su Repubblica di giovedì scriveva che “nessuno crede, è ovvio, che il governo Conte possa cadere sul Mes … perché sarebbe troppo complicato spiegare agli elettori cosa è successo”. Ma le fibrillazioni interne al governo si sommano e si surriscaldano,  non vengono solo dalla legge di bilancio su cui piovono migliaia di emendamenti, buona parte dei quali dall’interno delle stesse forze di maggioranza, ma anche da una vicenda tenuta fin qui come la polvere sotto il tappeto, quale è appunto quella del Mes.  Alcuni commentatori, che come al solito leggono le questioni europee dal buco della serratura degli scenari politici del nostro paese, hanno parlato del risorgere di una tenaglia pentaleghista che assedia il Conte due. Mettendo insieme cose tra loro diversissime, come lo ius culturae e la revisione dei decreti “sicurezza” con la “riforma” in itinere del Mes. Se la prima questione riporta in superficie la vena xenofoba e securitaria che attraversa il M5s, a cominciare dal suo “capo politico”, la seconda merita tutt’altra valutazione. Il che comporta la necessità di entrare nel merito dell’ingarbugliata questione.

Il Mes nasce nell’ottobre 2012, in sostituzione del Fondo europeo di stabilità (Fesf) creato nel 2010 per operare nel pieno della crisi del debito sovrano.  Sono oltre 250 miliardi di euro gli “aiuti” che vennero forniti a Grecia, Irlanda, Cipro, Portogallo e Spagna alle ben note condizioni vessatorie soprattutto nel primo caso. Delle modifiche al funzionamento del Mes avevano cominciato a parlare la Merkel e Macron nel vertice franco-tedesco, tenutosi nel castello di Mesemberg il 19 giugno dell’anno scorso. Da lì era cominciato un cammino che passando attraverso diverse riunioni europee, dal vertice euro del dicembre 2018 all’Eurogruppo dello scorso 7 novembre, ha infine portato il presidente Centeno ad affermare che i lavori tecnici e legali erano stati concordati e chiusi. Quindi il pacchetto sarebbe pronto per giungere nei parlamenti europei, dai quali come al solito si pretende una semplice ratifica.  Ma non si tratta di questioni tecniche, ma di grande sostanza. La modifica delle regole del Mes corrisponde in realtà ad un ulteriore giro di vite nella governance del tutto a-democratica della Ue. Infatti il potere decisionale passa dalla Commissione al Mes, che è un organismo intergovernativo formato da  tecnocrati. Questo dovrebbe valutare la sostenibilità del debito pubblico di un paese dell’eurozona ai fini della concessione di aiuti finanziari. Né la Commissione né la Bce potrebbero agire senza la decisione del Mes che disporrebbe di due linee di credito, una a paesi ritenuti solidi sulla base di una semplice lettera di intenti, l’altra a paesi che non soddisfano tutti i requisiti, in questo caso sottoponendoli a un preciso Memorandum.

In sostanza il Mes agirebbe come una sorta di Fondo monetario europeo, sostituendo il Fmi in una rinnovata Troika (anche se l’intervento di quest’ultimo è sempre ritenuto possibile) o agendo in un “duo” con la Commissione. La vicenda greca si ripropone quindi sotto altre vesti. L’invasività del Mes nelle politiche di bilancio degli stati membri diventerebbe clamorosa, tale da porre seri aspetti di incostituzionalità alla luce della nostra Carta fondamentale. Sarebbe un’applicazione perversa, ma dal loro punto di vista logica, di quell’austerità espansiva di cui hanno straparlato le elites europee. Anche da parte dell’ex capoeconomista della Confindustria, Giampaolo Galli, nonché dallo stesso Governatore di Bankitalia, sono emerse preoccupazioni e aperte critiche. Alcune di queste sono state fatte rientrare, come nel caso di Ignazio Visco, per non mettere in eccessiva difficoltà il governo italiano ma  confermando nei fatti che il testo appare di controversa o quantomeno non lineare lettura e interpretazione. La polemica verte soprattutto sul fatto se il progetto di riforma comporta la richiesta di una ristrutturazione del debito da parte del Mes per dare il via agli aiuti oppure no. Anche Ignazio Visco aveva recentemente avvertito, il 15 di novembre, che gli eventuali benefici di una ristrutturazione del debito dovrebbero essere messi a confronto col fatto che il solo suo annuncio potrebbe innescare aspettative di default.

Gualtieri ha respinto con sdegno questa interpretazione, dicendo che tutto rimane come nel testo del 2012. Ma se fosse così non si capirebbe il motivo di attuare una modificazione delle regole. In effetti, per quello che siamo in grado di conoscere, la locuzione “ristrutturazione del debito” non compare nel testo. Non è prevista automaticamente. Tuttavia, come afferma anche il Sole24Ore, al Mes viene assegnato un compito nuovo: quello di fare da mediatore per facilitare il dialogo fra lo Stato che intende ristrutturare il debito pubblico  e i creditori privati. Questo rafforza molto quanto già era previsto nel testo originario del 2012 (12b) ove si poteva leggere che “In linea con la prassi del Fmi, in casi eccezionali si prende in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato nei casi in cui il sostegno alla stabilità sia fornito in base a condizioni sotto forma di un programma di aggiustamento”. Ed è precisamente questo che ha messo in allarme più d’uno. Infatti tutti quanti si sono ricordati della famosa passeggiata sulla spiaggia di Deauville, il 18 ottobre 2010, di Sarkozy e della Merkel durante la quale parlarono di “private sector involvement”, appunto di coinvolgimento del settore privato nell’affrontare le crisi. Bastò questo per gettare il panico. Del resto il debito pubblico del nostro paese è in maggioranza in mano a italiani e quindi sarebbero questi a vedersi ridurre i loro risparmi e le loro aspettative dagli investimenti effettuati sui titoli di Stato. Visto che il vertice di maggioranza di venerdì non ha dato esiti, si può pensare che la linea del Conte due possa essere quella del rinvio delle decisioni, con la richiesta di varare un pacchetto che comprenda anche passi avanti in tema di unione bancaria. Ma non è detto che la soluzione più tradizionale, il rinvio appunto, sia facile o gradita. Anzi piovono dichiarazioni a livello europeo per cui bisognerebbe stringere. Del resto una richiesta italiana in questo senso potrebbe irrigidire gli organi europei nel giudizio sulla manovra. L’apertura di una procedura per infrazione è allontanata, ma non per questo le misure del governo sono salve se non produrranno effetti sulla riduzione del debito. E non si vede come lo potrebbero

D’altro canto l’Unione bancaria pare arenata sul tema dell’assicurazione comune dei depositi, avendo contro la Germania e i Paesi del Nord Europa, che vorrebbero che gli istituti bancari italiani si alleggerissero del fardello degli Npl (i crediti non o difficilmente esigibili) e che i titoli di stato non siano più risk-free, un guaio per le nostre banche che si sono riempite di Btp. Come si vede e comunque la si metta questa vicenda del Mes appare un brutto pasticcio, che sottolinea ancora una volta la necessità di avere una linea chiara sulle questioni europee, improntata a una riforma dei trattati che punti sulla solidarietà e non sulla condizionalità, ovvero ti aiuto ma ti sottopongo a così pesanti condizioni che non so se ne uscirai vivo. Nel XIX secolo Henry Thornton e Walter Bagehot hanno definito in ben altro modo le caratteristiche di un lender of last resort (prestatore in ultima istanza), sostenendo che la dotazione deve essere illimitata (e non lo è nel caso del Mes, il cui capitale sarà poco superiore ai 700 miliardi), in modo da allontanare la possibilità di attacchi speculativi e tempestiva per massimizzare l’efficacia dell’intervento. Tutte caratteristiche mancanti in questa modifica del Mes, che meriterebbe quindi di non essere ratificata, ma, al contrario, ridiscussa su nuove basi.

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