Siria. L’invasione turca nel Rojava curdo non trova ostacoli. L’Onu è bloccata dai veti Usa e russi. L’Europa si limita alle parole, mentre esporta arsenali verso Ankara. Solidarietà al popolo curdo a Roma il 15

Siria. L’invasione turca nel Rojava curdo non trova ostacoli. L’Onu è bloccata dai veti Usa e russi. L’Europa si limita alle parole, mentre esporta arsenali verso Ankara. Solidarietà al popolo curdo a Roma il 15

Per fermare l’invasione militare turca in Siria, tutti cercano l’Onu, tutti vogliono l’intervento dell’Onu, e c’è chi, come il ministro italiano D’Incà, si spinge perfino a chiedere l’uso dei caschi blu. Le agenzie Onu per la protezione dei bambini e dei rifugiati continuano a martellare la comunità internazionale sulla situazione dei centomila sfollati nel nord est della Siria. Ma nell’incontro a porte chiuse chiesto dai membri europei, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non è riuscito a trovare uno straccio di accordo su una dichiarazione comune per condannare l’offensiva militare della Turchia nel nordest della Siria. Nessuno – hanno spiegato fonti diplomatiche dell’organo delle Nazioni Unite – ha espresso il suo supporto all’incursione di Ankara, ma per ora non si è riusciti ad arrivare ad un compromesso. In particolare, mentre i Paesi europei vorrebbero una condanna più esplicita dell’offensiva turca, Usa e Russia frenano sui toni. Washington ha diffuso una bozza di dichiarazione in cui si afferma che le preoccupazioni per la sicurezza della Turchia sono “legittime” ma dovrebbero essere “affrontate attraverso i canali della diplomazia e non quelli militari”. L’ambasciatore russo al Palazzo di Vetro, Vassily Nebenzia, invece, parlando con i giornalisti ha spiegato di volere una soluzione che “tenga conto anche di altri aspetti della crisi siriana, non solo dell’operazione turca”. E inoltre “dovrebbe affrontare la presenza militare illegale nel paese e il bisogno che vi si ponga fine immediatamente”, ha aggiunto, riferendosi alle truppe Usa in Siria. Intanto, l’ambasciatore sudafricano all’Onu Jerry Matthews Matjila, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, ha detto che i Quindici stanno continuando i colloqui per arrivare ad una dichiarazione comune, e spera che verrà approvata “all’inizio della prossima settimana”.

E giunge anche la beffa dal Pentagono, secondo il quale l’offensiva di terra della Turchia nel nord-est della Siria è “relativamente limitata”, ha sostenuto il capo di stato maggiore degli Stati Uniti. Il Pentagono ha inoltre rinnovato il suo “forte” invito alla Turchia a interrompere l’azione militare ‘Fonte di pace’ nella zona al confine sotto il controllo dei curdi. Nel frattempo è salito ad almeno 9 il numero delle vittime civili in Turchia a seguito di attacchi con razzi o colpi di mortaio lanciati verso le località di frontiera dalle zone sotto il controllo curdo nel nord-est della Siria. Lo riferisce Anadolu, secondo cui altre due persone sono morte per attacchi avvenuti oggi e una terza a seguito di ferite riportate in un raid di ieri. Tra le 9 vittime ci sono 4 adolescenti e un bimbo rifugiato siriano di 9 mesi. E dall’altra parte, l’amministrazione autonoma curda nel nordest della Siria ha iniziato a evacuare il campo di Mabroka, in cui vivono 7mila persone, per proteggerle dai bombardamenti turchi. Il campo, 12 chilometri a sud del confine siriano, è stato colpito da bombardamenti “che hanno costituito una minaccia diretta alle vite di oltre 7mila sfollati”, ha comunicato una nota. I civili saranno trasferiti nel campo di Arisha, più a sud in una regione che non è stata presa di mira dalle forze turche. Ankara ha usato attacchi aerei e d’artiglieria pesante, nonché truppe di terra, contro la resistenza curda in alcune città di confine, da cui la popolazione è quasi totalmente fuggita. Secondo le Nazioni unite, 70mila persone giovedì sera avevano già lasciato le loro case. La dichiarazione dei curdi dà anche notizia di spari d’artiglieria contro il campo Ain Issa, più a ovest, dove vivono 13mila persone, tra cui oltre 700 parenti di uomini sospettati di essere membri dello Stato islamico. Da questo campo non sono in corso trasferimenti, ma le autorità curde hanno precisato che stanno lavorando per trovare una soluzione. I curdi e molti leader europei temono che l’invasione turca allontani le forze di sicurezza dai campi dove sono detenuti gli jihadisti e le loro famiglie, creando opportunità di fughe di massa.

Intanto, in alcuni paesi europei qualcosa si muove, non solo sul piano diplomatico. L’Olanda ha sospeso la vendita di armi alla Turchia, ha riferito una nota del ministero degli Esteri olandese. Analogo provvedimento è stato preso anche da Norvegia e Finlandia, mentre il ministro degli Esteri svedese, Ann Linde, ha annunciato che Stoccolma chiederà l’introduzione di un embargo Ue alla vendita di armi alla Turchia nella riunione dei ministri degli Esteri europei di lunedì. L’embargo della vendita di armi alla Turchia è intanto un primo segnale forte che la comunità dei paesi europei potrebbe lanciare subito. Non è un caso che la Turchia sia tra i principali acquirenti di armamenti dell’Europa. E il corollario tragico è che i curdi verranno spazzati via con armi di fabbricazione europea. L’esercito turco infatti potrebbe impiegare carri armati tedeschi Leopard 2A4 e Leopard A1. Come riferisce il quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, le truppe corazzate turche dispongono di più di 370 Leopard 2A4 e di diverse centinaia di Leopard A1 in varie versioni. Con i carri armati di fabbricazione statunitense, i Leopard prodotti dall’azienda per la difesa tedesca Krauss-Maffei Wegmann (Kmw) costituiscono dunque “la spina dorsale” dei reparti corazzati turchi. Come reso noto dal ministero dell’Economia e dell’Energia tedesco, nel primo trimestre dell’anno la Germania ha esportato in Turchia dotazioni militari, soprattutto per la marina, del valore di 184,1 milioni di euro. Per l’industria della difesa tedesca, la Turchia rimane quindi il principale mercato di sbocco tra gli Stati parte della Nato.

Certo, l’Europa, di questi tempi, non brilla per capacità diplomatiche. Come ha sottolineato il Capo dello Stato Mattarella. L’Europa rischia di rimanere “marginale” per quanto riguarda la politica estera se non diventa un grande progetto unitario, come testimonia la crisi siriana. Sergio Mattarella lo ha affermato durante il suo intervento alla riunione del Gruppo Arraiolos ad Atene. Mattarella ha ricordato che già da anni gli “avvenimenti in Siria comportavano conseguenze molto gravi innanzitutto per i siriani e in secondo luogo l’Europa era priva di influenza sostanziale in quel teatro”. Per questo, ha evidenziato il capo dello Stato, “i protagonisti erano altri ma le conseguenze si scaricavano sull’Europa, oggi è ancora più così”. Secondo Mattarella, “e’ indispensabile rafforzare in maniera veloce e determinata la configurazione politica estera e di sicurezza comune”. Da parte sua il nostro presidente del Consiglio Conte afferma che “l’Unione europea non può accettare questo ricatto”. Conte ha sottolineato che la posizione italiana sarà esposta in maniera “forte e chiara” nel prossimo Consiglio europeo della prossima settimana. “Non può essere – ha rimarcato – che l’attività fin qui svolta dalla Turchia per l’accoglienza dei profughi siriani, tra l’altro da noi sostenuta con cospicui investimenti, diventi uno strumento di ricatto per una iniziativa militare che non possiamo accettare, che deve immediatamente cessare e che non può non avere la riprovazione della comunità internazionale”. “Su questo – ha detto Conte – l’Europa non può assolutamente cedere. Dovremo parlare all’unisono, con una voce sola e dovrà parlare tutta la comunità internazionale. Non è quello il modo per risolvere i problemi. Lo sappiamo, storicamente, per andare un po’ indietro, a quello che accade in Libia. E’ sempre il medesimo schema: ad un certo punto c’è qualcuno che pensa di risolvere i problemi di stabilizzazione di una regione con una opzione militare. L’opzione militare, storicamente, è il fallimento più totale di una stabilizzazione. E noi – ha concluso Giuseppe Conte – non la possiamo accettare”.

Fiaccolata di solidarietà al popolo curdo a Roma, Pantheon, il 15 ottobre

“Fermiamoli. Stop alla guerra. Solidarietà con il popolo curdo”. E’ l’appello con cui viene promossa una fiaccolata in solidarietà al popolo curdo martedì 15 ottobre alle ore 19 al Pantheon. Alla manifestazione hanno già aderito Pd, Siamo Europei, +Europa, Articolo 1. “L’offensiva turca contro il Kurdistan siriano – si legge nell’appello – è inaccettabile e rischia di far precipitare la Siria in una nuova spirale di violenze, insicurezza e distruzione che sta già causando i primi morti e migliaia di profughi. I curdi in questi anni sono stati una delle forze sul campo che hanno fermato e sconfitto Daesh e hanno stabilizzato e pacificato il nord-est della Siria. Un attacco ingiustificato contro di loro è inconcepibile e va fermato. In gioco non c’è solo il futuro di un paese, la Siria, che ha già sofferto troppo. C’è anche la stabilità della regione e la lotta contro il terrorismo di Daesh. Il voltafaccia del presidente Trump che ha abbandonato le forze curde e il ricatto di Erdogan non devono spaventarci. L’Europa deve rispondere unita e con fermezza a una azione sconsiderata”. “Scendiamo in piazza – prosegue l’appello – al fianco del popolo curdo per dire no alla guerra e per chiedere che l?Italia, insieme agli alleati europei, faccia il possibile nelle sedi europee, Nato e Onu per fermare questa invasione, evitare il disastro umanitario e i rischi di sicurezza”.

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