Cinema, audiovisivo, fondazioni lirico-sinfoniche: la legge Bonisoli è di destra e un ritorno al passato

Cinema, audiovisivo, fondazioni lirico-sinfoniche: la legge Bonisoli è di destra e un ritorno al passato

È iniziato l’iter parlamentare di conversione del decreto legge del 28 giugno 2019, n.59, intitolato “Misure urgenti in materia di personale delle fondazioni lirico sinfoniche, di sostegno del settore del cinema e audiovisivo…”. La prima puntata è al senato, dove è stato ascoltato dalla commissione competente il ministro. A proposito di Bonisoli, una considerazione generale va fatta. Il titolare del dicastero per i beni e le attività culturali, pur espressione del Mov5Stelle, ha superato a destra il predecessore Franceschini. Come una turbolenta volata da Tour de France. Il testo in discussione, infatti, rivede proprio il decreto legislativo dell’allora titolare del dicembre 2017 in merito alla promozione delle opere europee e italiane da parte dei fornitori di servizi di media audiovisivi.

Non solo. Il male non si limita alla parte sulle quote. Il primo articolo riguarda il personale delle fondazioni lirico sinfoniche e il malcapitato lettore si trova davanti ad un groviglio normativo terribile, che evoca in controluce probabili vicende particolarissime, forse persino ad personam: magari per evitare vertenze o cause di lavoro che, al contrario, rischiano così di essere sollecitate. Con qualche aspetto persino bizzarro: come il limite di 48 mesi per i contratti a tempo determinato (perché, allora, non 47 o 49?) e molti altri commi tesi ad alimentare uno stato già confusionale nell’assetto legislativo del settore. Se è vero che l’opera e la musica sinfonica sono una vera eccellenza italiana, un maggiore ordine democratico sarebbe indispensabile.

Ma torniamo al cinema e alla fiction, con una doverosa premessa. Dopo la direttiva europea “Tv senza frontiere”, si introdusse con la legge n.122 del 1998 la riserva per la produzione e la diffusione di film e audiovisivi italiani-europei. Tale impostazione, pur con qualche modifica, riuscì a valicare lo scoglio del Testo unico del 2005 firmato da Gasparri. Anzi. L’articolo 44 del dlgs n.177 fu “novellato” piuttosto bene dal decreto del 2017, che innalzò e rese più cogenti le soglie, con una specifica attenzione verso le opere di espressione originale italiana e al repertorio più recente. Entravano in scena, poi, i servizi pay e on demand. La diffusione obbligatoria andava, giustamente, applicata alle ore di maggiore ascolto e non conteggiata di notte.

Ecco, il nuovo testo fa diversi passi indietro. Si rinvia al 2020, se non al 2021, l’entrata in vigore dei passaggi cruciali e si annacquano i diversi tetti. Per rendere l’idea, i primi quattro commi dell’articolo 3 sono una sequenza di rimandi, con ulteriori commi a seguire sulla medesima linea. Viene persino eliminato il parere preventivo delle commissioni parlamentari. E poi una componente dei contributi selettivi è legata – secondo la moda liberista – “all’impatto economico del progetto”. Insomma, Bonisoli sembra avere abbracciato l’estetica del “conte zio” manzoniano: sopire, troncare… Curiosa parabola.

Eppure, le quote hanno un valore per il sistema mediatico assai rilevante. Pensate alla Rai senza le sue serie, o a Sky o Mediaset privati dei film televisivi. Stiamo parlando, tra l’altro, di circa 300 milioni di euro per l’industria culturale. Per non dire del non casuale successo della recente serata de “La pellicola d’oro” dedicata alla fiction e alla premiazione delle sue maestranze. In quella sede era evidente il successo di un modello espressivo che spesso ha la stessa qualità del cinema autoriale. Dobbiamo sottometterci a Netflix, agli Over The Top, alle piattaforme diffusive che inondano senza regole il nostro immaginario?

Dal quotidiano Il Manifesto di mercoledì 10 luglio 2019

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