Sofferenze del ministro Tria. Istat: Pil, non c’è crescita, spread a 310 punti, miliardi buttati. Da Bruxelles nuova lettera: manovra incompatibile con il debito. Risposta entro il 13 novembre. Cgil, Cisl, Uil: pronti a mobilitazione

Sofferenze del ministro Tria. Istat: Pil, non c’è crescita, spread a 310 punti, miliardi buttati. Da Bruxelles nuova lettera: manovra incompatibile con il debito. Risposta entro il 13 novembre. Cgil, Cisl, Uil: pronti a mobilitazione

Si racconta in ambienti di governo che il ministro Tria sia vicino ad una crisi di nervi, ossessionato da letterine, dichiarazioni di Commissari Ue, capi di governo, ministri dell’economia, esponenti politici, ce ne fosse una che concordi con le posizioni del governo gialloverde. Anche dei partiti cui si richiama Salvini, populisti, sovranisti, insomma  partiti e movimenti di destra estrema non ce n’è uno che pronunci una parola buona, magari anche solo di conforto, nei confronti del governo italiano. Per quanto riguarda il ministro Tria, si dice a Bruxelles che se ne comprendono le difficoltà a dover rispondere al triumvirato Salvini, Di Maio, Conte, ritenuti quando va bene del tutto a digiuno in materia di economia, finanza, banche. Ma è lui che aveva siglato una bozza di accordo a partire dal problema centrale, il rapporto fra deficit e Pil. Sempre lui che in prima persona si era impegnato sul debito da tenere a freno.  Da qui nasce l’ossessione per le letterine. Forse se le sogna anche la notte e, puntuali, arrivano. Così è accaduto martedì proprio mentre i fringuelli, Conte, Salvini, Di Maio, facevano notare, di primo mattino che, la Borsa partiva in positivo e che lo spread faceva altrettanto, rimaneva al di sotto di quota 300. Essendo dei dilettanti allo sbaraglio non pensavano che lo spread anche sotto quota 300 significa miliardi che se ne vanno. Ma il trillo del trio durava poco. E anche per il ministro Tria, strana l’assonanza, deve essere stato il destino cinico e baro a comporre il trio governante, arrivava una notizia pessima. Istat annunciava che nel terzo trimestre il Pil era rimasto invariato rispetto al precedente trimestre. Gli analisti, forse in amicizia con il trio di cui sopra, attendevano un +0,2. Un tasso tendenziale di crescita pari allo 0,8.

Le crescita per il 2018 prevista dal governo resta nel libro dei sogni, solo proposte elettorali

Il target di +1,2 nel 2018, fissato dal governo nella nota di aggiustamento del documento di economia e Finanza resta nel libro dei sogni e delle promesse elettorali. Non passano molte ore e lo spread  fra i Bund tedeschi e  i nostri Btp tende a salire per collocarsi a conclusione della giornata sopra i 310 punti, in zona Cesarini si direbbe usando termini calcistici. Non ci voleva molto a pensare che sarebbe arrivata, in tempi rapidi, una letterina da Bruxelles. Detto e fatto. Istat aveva commentato: “Nel terzo trimestre del 2018 la dinamica dell’economia italiana è risultata stagnante, segnando una pausa nella tendenza espansiva in atto da oltre tre anni”. “Giunto dopo una fase di progressiva decelerazione della crescita – continua l’istituto – tale risultato implica un abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che passa allo 0,8%, dall’1,2% del secondo trimestre”. La colpa? Tutta di Renzi Matteo, dice il Di Maio. Certo l’ex premier ne ha molte, troppe di colpe. Ma scaricare su di lui è come sparare sulla Croce Rossa. La realtà è che il Pil è fermo, l’economia ristagna, le misure introdotte dalla manovra economica rischiano di far schizzare il debito in una zona inaccettabile. Istat tenta un rimedio ma è fuori tempo massimo. In un comunicato uscito poco dopo quello che annuncia la non crescita, parla di crescita della fiducia da parte dei consumatori. Si chiede Viafora, presidente di Federconsumatori, come sia possibile che mentre siamo in una situazione in cui non c’è crescita, diminuisce la fiducia delle aziende, aumenti invece la fiducia dei consumatori. Annunci e promesse diffuse a piene mani in particolare da radio e tv hanno il loro effetto, ma a pagare sono proprio le famiglie costrette a fare i conti  con un sistema in crisi, dove la produzione è destinata a diminuire, sulla spinta della contrazione della domanda interna e  la disoccupazione aumenterà.

Un debito pubblico così elevato fonte di preoccupazione per  l’area euro nel suo complesso

Che sarebbe arrivata una nuova lettera da Bruxelles era facile da prevedere. CI si poteva scommettere sopra anche alla luce delle continue offese indirizzate da Salvini e Di Maio nei confronti dei “burocrati”.  Ed  è arrivata al Mef, con raccomandata di ritorno già prenotata. La risposta è attesa entro il 13 novembre. Si  legge nella lettera: “L’ampia espansione di bilancio prevista per il 2019 è in netto contrasto con l’aggiustamento di bilancio raccomandato dal Consiglio. Questa traiettoria di bilancio, unita ai rischi al ribasso per la crescita del Pil nominale – si legge – sarà incompatibile con la necessità di ridurre in maniera risoluta il rapporto debito/PIL dell’Italia”. Un debito pubblico così elevato “è anche una fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso”, scrive la Commissione. Il Mef avrà tempo fino al 13 novembre per  “fornire una relazione sui cosiddetti ‘fattori rilevanti’ che possano giustificare un andamento del rapporto Debito/PIL con una riduzione meno marcata di quella richiesta”. Lettera analoga era stata inviata, si ricorda, anche negli anni passati. La risposta “sarà inviata a Bruxelles rispettando la scadenza indicata”. “Il debito pubblico italiano rimane una vulnerabilità cruciale”. “L’Italia ha notificato a Eurostat un debito lordo delle amministrazioni pubbliche per il 2017 pari al 131,2% del Pil, confermando così che l’Italia non ha compiuto progressi sufficienti verso il rispetto del parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/Pil nel 2017”. “Il Dpb 2019 prevede una leggera diminuzione del rapporto debito/pil dal 131,2% del Pil nel 2017 al 130,9% nel 2018 e al 130,0% nel 2019. La diminuzione del rapporto debito/pil è poi attesa continuare, fino al 126,7% del Pil nel 2021. Nonostante la riduzione prevista del rapporto debito/pil, non si prevede che l’Italia soddisfi ‘prima facie’ (a una prima impressione, ndr) il parametro di riferimento relativo all’adeguamento del rapporto debito/pil nel 2018 e nel 2019” sulla base del documento programmatico di bilancio presentato dal governo italiano. Secondo Bruxelles “un debito pubblico così elevato limita lo spazio di manovra del governo per spese più produttive a beneficio dei suoi cittadini. Date le dimensioni dell’economia italiana, è anche una fonte di preoccupazione per l’area euro nel suo complesso”.

L’Unione europea si salva se torna in campo lo spirito che animò il Manifesto di Ventotene

Non servono commenti. La lettera parla chiaro. Ci vorrebbe un governo che avesse il coraggio e la forza di porre i  problemi  di fondo che  angustiano la vita della Unione europea. Certo anche quelli relativi al deficit, al debito pubblico. Ma il problema vero è quello di prendere il toro per le corna. Affrontare i problemi   relativi alla sopravvivenza o meno di una Unione europea, alla sua organizzazione, alla necessità di politiche  comuni per quanto riguarda i bilanci o, più precisamente, un bilancio europeo, politiche fiscali , del lavoro, politiche sociali, strutture amministrative europee. Insomma il ritorno allo spirito del Manifesto di Ventotene e alla politiche che proponeva. Una direzione, un senso di marcia in cui dovrebbe muoversi un governo che vuole definirsi del “cambiamento”. La Cgil, impegnata nel dibattito congressuale, in una intervista rilasciata a Radio Articolo 1 dal segretario confederale Nino Baseotto, parla di “grande preoccupazione da parte nostra, perché non scorgiamo nelle iniziative del governo, che sono poche, e nelle parole dei suoi esponenti, tante, una direzione convincente per il lavoro. La necessità di creare nuovi posti è scomparsa, non è più nell’agenda del governo, non ne parlano. E intanto stanno predisponendo una manovra che rischia di metterci nella posizione peggiore con le istituzioni europee. Il problema con Bruxelles – prosegue – non è tanto lo sforamento del debito. Se fosse immaginato per fare investimenti finalizzati alla ripresa della produzione e all’occupazione, sarebbe da sostenere. Il problema è che c’è un’idea di sforamento tutta concentrata sulla spesa corrente, e questo è un disastro per l’economia italiana, per i lavoratori e per i pensionati”. Baseotto ricorda che Cgil, Cisl e Uil hanno presentato una piattaforma unitaria per discutere e confrontarsi con i delegati e le delegate, per aprire il confronto con governo e Parlamento. “Se non batteranno un colpo, ragioneremo su un’iniziativa forte di mobilitazione per conquistare un tavolo di confronto e il diritto di essere ascoltati. Il ministro del Lavoro si sta rivelando un propagandista, ma un conto è la propaganda, un altro conto è la realtà. Se fosse davvero una ‘manovra sociale’, dovrebbe guardare alle risposte sul tema dell’occupazione, a un piano straordinario per l’occupazione giovanile, e non tagliare la sanità pubblica, come pensano di fare, per alimentare un reddito di cittadinanza che ha tutte le sembianze di un intervento assistenziale e quindi non strutturale”. Poi ci sono le iniquità in campo fiscale: “Sono dei condoni, anche se hanno cambiato il nome, li hanno camuffati”.

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