Gialloverdi allo sbando. I vicepremier, vincoli o sparpagliati giocano una partita pericolosa. Di Maio accusa Draghi. Manovra di Bilancio in tilt. La ribellione dei pentastellati: no al gasdotto

Gialloverdi allo sbando. I vicepremier, vincoli o sparpagliati giocano una partita pericolosa. Di Maio accusa Draghi. Manovra di Bilancio in tilt. La ribellione dei pentastellati: no al gasdotto

Siamo vincoli o sparpagliati” si chiedeva Pappagone, un personaggio televisivo degli anni ’60, interpretato da Peppino De Filippo. Una domanda famosa che è entrata nel linguaggio popolare. Risposte non ce ne sono mai state, ma il significato è inequivoco. Il grande Peppino quando poneva questa domanda aveva lo scopo di  provocare una riflessione sullo stato della nostra società. Vale ancora oggi. Anzi oggi vale ancor più, è un’unità di misura, se così si può dire, un termometro che ci racconta quanto sia sparpagliata la compagine che governa, si fa per dire, il nostro Paese. Sono loro, i leghisti e pentastellati, che, sparpagliati  stanno portando il Paese alla deriva. I due capibastone, il Salvini e il Di Maio, ministri ma soprattutto vice di un premier, che si chiama Conte ma che non ha gran voce in capitolo, anche se è lui che mette il bollino a quanto i suoi vice producono. Dovrebbe muoversi in sintonia con il ministro Tria cui spetta l’onore della manovra di Bilancio, tenendo conto di come si muove il ministro Savona, il quale era stato il candidato al posto ora occupato da Tria. Ma, come è noto, Mattarella, aveva insistito per Tria. Ancora, c’è pure il ministro Moavero che si occupa di Europa. Ebbene i tre non sono d’accordo quasi su niente. E non sono d’accordo con i due vicepremier, Salvini e Di Maio, che si guardano in cagnesco.  Se uno dice a, l’altro dice b. Non solo, Di Maio, che di economia conosce forse solo la parola, dà lezioni a Draghi. In una delle fasi più delicate di questa legislatura i due vice stanno giocando una partita pericolosa. La manovra di Bilancio non è, come dovrebbe essere, il documento da presentare alla Commissione Europea in piena sintonia da parte del governo.

La manovra, una rincorsa a chi arriva prima e porta a casa

Invece è una rincorsa a chi arriva prima: i pentastellati di Di Maio vogliono portare a casa il cosiddetto reddito di cittadinanza, i leghisti di Salvini sono invece impegnati sulla flat tax, di fatto un condono fiscale. Poi c’è la questione delle pensioni, il superamento della legge Fornero. Da sola, avvertono i commissari di Bruxelles, sulla scia delle prese di posizione del presidente dell’Inps, di  esperti di sistemi previdenziali, si porta via gran parte del Bilancio. Per non parlare della rissa che si sta aprendo addirittura all’interno dei pentastellati sul gasdotto che dall’Azerbaigian dovrebbe arrivare in Puglia, stazione di arrivo il paese di Melendugno. I leghisti sono disinteressati. Se la veda Di Maio e tutti quelli che sono andati a fare campagna elettorale per M5S promettendo che mai e poi mai il gasdotto sarebbe sbarcato in paese. E il Di Maio chiede aiuto al presidente Conte il quale  aveva promesso che il gasdotto non sarebbe sbarcato nel paese pugliese. Accade così che il Di Maio e prima di lui Conte fanno sapere che il gasdotto sbarcherà a Melendugno.

Le bugie sul gasdotto. Le penali da pagare non ci sono

Leggiamo quanto afferma il vicepremier: “Non sapevo – dice – che c’erano delle penali da pagare. L’ho scoperto una volta diventato ministro quando ho studiato le carte Tap (il gasdotto) per tre mesi”. Poi fa la vittima: “E sono voluto andare allo Sviluppo economico anche per questo. Vi posso assicurare che non è semplice dover dire che ci sono delle penali per quasi 20 miliardi di euro. Ma è così, altrimenti avremmo agito diversamente. Le carte un ministro le legge solo quando diventa ministro e a noi del M5s non hanno mai fatto leggere alcunché. Quelli che sono andati a braccetto con le peggiori lobby del Paese l’unica cosa che ci dicevano è che eravamo nemici del progresso. Non ci hanno mai detto che c’erano delle penali da pagare”. Insorgono gli stessi pentastellati di Melendugno, negano che ci sia una penale, non ci può essere perché non c’è un contratto. Qualcuno strappa la tessera. Vengono chieste le dimissioni dei parlamentari pentastellati eletti in Puglia e della ministra Lezzi. Silenzio di Salvini, il problema non lo riguarda. Parla invece l’ex ministro Carlo Calenda, suo predecessore. “Di Maio si sta comportando da imbroglione, come su Ilva. Non esiste – afferma Calenda – una penale perché non c’è un contratto (fra lo Stato e l’azienda Tap ndr) ma, in caso, una eventuale richiesta di risarcimento danni”  da parte dell’impresa “visto che sono stati fatti investimenti a fronte di un’autorizzazione legale”. “Di Maio sta facendo una sceneggiata – prosegue – e sta prendendo in giro gli elettori ai quali ha detto una cosa che non poteva mantenere”. Domani, 28 ottobre, ci sarà una manifestazione a Melendugno, accanto al punto in cui dovrebbe sorgere il terminale del gasdotto.

“La manovra del popolo”, la “sovranità”, la Costituzione

Di Maio, imperterrito, a fronte del responso negativo dato sulla manovra da parte di Standard&Poor’s, vola alto, almeno così pensa lui, tanto da affermare che “la legge di Bilancio va avanti così perché è la manovra del popolo”. Non gli bastava il richiamo al popolo. Ha aggiunto una parola, “sovranità” del popolo affermando che la parola “sovranità non è una brutta parola. È nella Costituzione”. Ma lui la Carta non l’ha letta bene. Perché l’articolo 1 non finisce così. A proposito della sovranità del popolo afferma che “la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ma il Di Maio non si accontenta mai. Salvini preferisce non pronunciare mai il nome del presidente della Banca centrale europea cui il Di Maio si è rivolto in modo, diciamo, del tutto inusuale per non dire peggio. L’ha affrontato a brutto muso, accusandolo di non tutelare gli interessi dell’Italia, lui che è un italiano. Non solo, l’accusa è ancor più bruciante, quella di “avvelenare il clima”. E si prende anche il rimbrotto del presidente di Confindustria che gli ricorda il ruolo svolto da Draghi che nella difficile gestione della politica creditizia, la sua imparzialità ha portato qualche giovamento al nostro paese. Lo stesso Salvini, a proposito del giudizio negativo dato alla manovra di Bilancio  da  Standard & Poor’s, si è ben guardato dal nominare Draghi affermando che “è un film già visto. Le agenzie di rating non si sono accorte della crisi mondiale? In Italia non saltano né banche né imprese”. E già che c’era, forse per la prima svolta esprimeva “preoccupazione” per il rischio che possono correre alcune banche. E il leghista Garavaglia, viceministro dell’Economia, affermava che “se dovesse servire aiuteremo le nostre banche”. Guai a dirlo. Di Maio assentiva, ma precisava, “neppure un soldo dei cittadini italiani”.

Dichiarazioni preoccupanti dell’economista Tabellini , ex rettore Bocconi

Per completare il quadro da registrare alcune dichiarazioni, molto preoccupate, sul giudizio negativo dato sulla manovra da  Standard& Poor’s, mentre da Salvini, Di Maio, Conte si è fatto di tutto a partire dalle prime dichiarazioni per minimizzare la portata dell’intervento dell’agenzia di rating. In particolare il ministro Savona tiene molto a portare a casa la flat tax, che lui chiama con il suo vero nome, condono  che ritiene indispensabile per  una redistribuzione dei redditi. Davvero singolare per un consumato economista far ricorso ad un condono invece di far pagare le tasse agli evasori.

Fra i primi commenti quello dell’economista Guido Tabellini, simpatie M5S, docente ed ex Rettore della Bocconi, che intervistato dall’AdnKronos dice che “la conferma del rating sovrano dell’Italia a BBB di Standard&Poor’s è una buona notizia perché poteva andare peggio, ma l’outlook che passa a negativo da stabile, accompagnato dall’idea che le politiche del governo non consentano al debito di diminuire e le previsioni di crescita siano troppo ottimistiche, non permettono di essere fiduciosi. Rimane la preoccupazione che l’Italia stia andando a finire come la Grecia”. L’idea è che si tratti di un “sollievo di breve durata” in uno scenario in cui il confronto tra Europa e Italia non sembra destinato a placarsi. “L’Ue non cambierà atteggiamento se l’Italia non cambia la manovra e al primo segnale di turbolenza lo spread tornerà a salire, senza dimenticare che nei prossimi mesi la Bce interromperà l’acquisto di nuovi Titoli di Stato. Di fronte a un vero braccio di ferro, “credo che il governo non riuscirebbe ad arrivare a maggio”, data delle prossime elezioni europee.

Sapelli: preoccupa una manovra che non guarda a investimenti e crescita

GiulioSapelli, economista, professore ordinario di Storia economica all’Università degli studi di Milano che è stato in predicato come possibile premier prima della scelta di Conte, dice che “L’Italia non è in pericolo. Non c’è da stare tranquilli, ma non è certo lo spread, il debito pubblico o il braccio di ferro con l’Europa a preoccuparmi, quanto una manovra che non guarda agli investimenti e alla crescita. La tensione tra Europa e Italia sulla manovra è diventata uno scontro elettorale”, più che una questione di regole, e lo spread “un’invenzione per spaventare i popoli, non c’è nessuna relazione con l’andamento di una buona economia. Gli investitori se ne fregano del differenziale tra Btp-Bund e guardano alla capacità di investimento. Il ministro Giovanni Tria non dovrebbe parlare o farlo meno”, dice. I “rischi veri” per il Paese sono dunque legati per l’economista Sapelli “alle grandi turbolenze sui mercati che non risparmiano nessuno e a una manovra che non guarda agli investimenti e alla crescita ma al reddito di cittadinanza”.

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