Franco Lotito. Crisi della sinistra. Peggiore della sconfitta è la fuga dalla responsabilità politica di indagarne le ragioni di fondo

Franco Lotito. Crisi della sinistra. Peggiore della sconfitta è la fuga dalla responsabilità politica di indagarne le ragioni di fondo

La brutale sconfitta subìta il 4 marzo dalle forze della sinistra, in tutte le proposizioni con le quali si è presentata davanti all’elettorato, ha messo queste forze completamente fuori gioco. Nulla è stato capace di fare il PD per trattenere i quasi 3 milioni di elettori che lo hanno abbandonato per acquartierarsi presso il M5S. Erano voti di sinistra. Ancor meno è stato capace di fare “Liberi e Uguali” – gracile ed esangue creatura nata da una coabitazione forzosa – per trattenere a sinistra quell’elettorato. Adesso il sistema politico si interroga sulle sorti del futuro governo (o, in alternativa, sulla data di nuove elezioni anticipate) e la rappresentazione mediatica del confronto fra le posizioni politiche appare per quello che è: commedia, pura commedia. Una commedia nella quale non vi è nessun ruolo disponibile per il PD. Non c’è nessuna possibilità che possa partecipare ad una qualsiasi combinazione per formare una maggioranza. Il PD – piaccia o no – dovrà rieducarsi al compito di forza di opposizione; non per scelta politica, ma perché è lì che lo hanno spedito gli elettori.

In questo senso prendere atto della realtà è il primo passo da compiere. In secondo luogo occorre preparare le condizioni di un radicale ricambio dei gruppi dirigenti che hanno guidato il PD; “padri nobili” compresi. Questo vale anche per LeU, per i quali c’è da chiedersi se esistano – o se mai siano esistite – le condizioni per diventare un soggetto politico vero e proprio. In terzo luogo occorre scavare impietosamente sotto le macerie rimuovendo “l’autismo” di una classe dirigente che – soprattutto nel PD –  si ostina a non guardare in faccia la realtà. Se c’è una cosa peggiore della sconfitta è la fuga dalla responsabilità politica di indagarne le ragioni di fondo. Invece è ciò che è necessario fare e per farlo in maniera seria, occorre andare ben oltre la denuncia delle responsabilità soggettive (che pure esistono!) di chi ha retto il Governo e guidato il Partito nel corso degli ultimi anni. Matteo Renzi e ciò che resta del gruppo dirigente che ha rappresentato le varie anime del Partito sono storia passata.

Dottrine pseudoriformiste di una democrazia senza partecipazione

La Sinistra ha perso perché si è divisa; perché, come forza di governo ha favorito “riforme” impopolari; perché si è abbandonata alle dottrine pseudo-moderniste di una democrazia senza partecipazione, nella quale la funzione della delega verticale è tutto ed il Partito smette di essere un soggetto di organizzazione della rappresentanza sociale per diventare mero strumento di rappresentazione della volontà di potere del capo e dei suoi interessi elettorali. Tuttavia sappiamo bene che il disastro della sinistra italiana fa parte di quello più generale che ha messo in ginocchio quasi tutte le forze del socialismo europeo. Ecco dunque il punto. Mentre l’assetto socio-economico del mondo occidentale veniva travolto da una crisi finanziaria senza precedenti, il cui costo veniva messo a carico degli strati popolari più esposti, sotto i piedi della sinistra di tradizione socialista e socialdemocratica si è spalancata una faglia culturale che ha inghiottito ogni capacità di analisi originale e di lettura della fase storica. Una faglia di origini antiche, almeno quanto l’affermazione del “pensiero unico” neo-liberista che celebrava il trionfo della globalizzazione guidata dalla completa finanziarizzazione del capitale e dalla potenza delle nuove tecnologie digitali e della comunicazione.

Si potrebbe parlare di smarrimento identitario che ha privato le forze della sinistra della necessaria autonomia culturale senza la quale è mancata la capacità di elaborare una teoria dei cambiamenti  coerente con il suo sistema di valori. Così ha preso piede una teoria “adattiva” ai modelli culturali neo-liberisti che ha impedito di coglierne le contraddizioni di fondo. Ad un certo punto questa teoria “adattiva” ha avvertito la necessità di dotarsi di una sua personalità politica, proponendosi come “terza via”. A quanto pare la “terza via” non ha portato da nessuna parte, né in Italia, né nel resto d’Europa. Ancora nel 2004 le forze socialiste e socialdemocratiche erano alla guida di 14 paesi. Oggi ne guidano soltanto due se, oltre al Portogallo, si considera anche la Grecia di Tsipras.

Una critica serrata e sistematica della società di mercato

Allora è dalla dimensione internazionale della crisi di queste forze e dal loro ripiegamento culturale che occorre necessariamente ripartire, cominciando per questo a mettere sul tavolo una critica serrata e sistematica della società di mercato e del modello economico neo-liberista che l’ha plasmata nel corso degli ultimi 3 decenni. Ed occorre farlo con quel tanto di radicalità  che serva a rendere riconoscibili i connotati identitari di una nuova sinistra.

E’ il neo-liberismo che ha generato la crisi profonda nella quale è immerso il mondo occidentale da quasi un decennio. In questo senso occorre innanzitutto un’attenta opera di demistificazione e di ridefinizione della realtà, a partire dai grandi temi della globalizzazione e della disuguaglianza.

I teorici della globalizzazione neo-liberista sostengono che questo processo trae la sua legittimità morale dal fatto che, comunque ha sollevato dalla povertà assoluta vaste aree del mondo in via di sviluppo. Non è così. Il miglioramento relativo della condizione di queste aree non è altro che il riflesso di una politica di pesante sfruttamento di intere popolazioni trasformate in forza-lavoro a bassissimo costo e privi di qualsiasi forma di diritti sociali i civili.

Gli stessi teorici avevano promesso alle classi medie del mondo occidentale sviluppato un avvenire di libertà individuale, di un benessere generato dalla competizione di mercato, di dinamismo sociale e di opportunità crescenti. Non è andata così. Strati sociali sempre più ampi hanno scoperto di essere in realtà su un piano inclinato lungo il quale stanno scivolando indietro la certezza del diritto al lavoro, la condizione reddituale, e la disponibilità di un adeguato livello di sicurezza sociale. Per queste ragioni generali le diseguaglianze stanno ormai raggiungendo livelli di insostenibilità sociale, politica ed economica.

La promozione della “società di mercato” ha messo grande cura nell’opera di smantellamento delle identità collettive sostituendole con quella “modernità liquida” di cui ci ha parlato Z. Bauman,  nella quale il primato dell’economia reale viene soppiantato dall’economia di carta, mentre quello della produzione viene sostituito dal primato del consumo. Dalle promesse alla realtà. Il congegno di carta è saltato. La crisi finanziaria si è rapidamente trasformata in crisi economica e sociale aprendo falle terribili che hanno preso ad inghiottire il lavoro, il reddito ed infine i risparmi di quel ceto medio che doveva godere le beatitudini del liberismo. Insomma la diseguaglianza economica e la competizione sociale senza rete, anziché un ammiccamento accattivante alle aspettative individualistiche sono tornate ad essere percepite come una minaccia generale. Questo è il prodotto della globalizzazione neo-liberista e della disuguaglianza.

Illusoria la ricerca di una  “terza  via” tra liberismo e socialdemocrazia

In questo contesto generale è indispensabile considerare i limiti profondi rivelati dalle forze della sinistra storica, di cui si è accennato prima, nell’analisi delle trasformazioni in atto ed in termini di risposta politica ai nodi posti dal cambiamento. La ricerca di una “terza via” tra liberismo e socialdemocrazia di cui Tony Blair e Gerard Schroeder in Europa e Bill Clinton negli Usa sono stati i principali protagonisti, si è rivelata illusoria.

Accettandone sostanzialmente le categorie interpretative della realtà, le forze della sinistra impegnate nella ricerca della “terza via”, hanno finito per essere accolte nello spazio culturale del pensiero neo-liberista e da questa posizione hanno accettato di fatto l’idea che il loro compito non era più quello di rappresentare gli strati popolari e le forze del mondo del lavoro, dando per scontato che questa rappresentanza si era trasferita sotto l’usbergo liberista.

In simili condizioni l’azione di queste forze è divenuta pura tecnica del potere di governo lasciando tuttavia che fossero le istanze liberiste a determinare il senso e la direzione di marcia. E’ stato cosi negli USA, dove B. Clinton decide di smantellare  il “Glass-Steagall Act” spalancando le porte alla speculazione finanziaria;  in Gran Bretagna, dove T. Blair promuove la massima precarizzazione del lavoro; ed è stato così in Germania, dove G. Schroeder promuove l’ “Agenda 2010” tutta centrata sui c.d. “mini-job”

La prospettiva di una “terza via” si è dunque  rivelata un’offerta politica priva di senso reale. Il declino del modello liberista in atto ormai da quasi un decennio ed il disastro elettorale di quasi tutte le formazioni politiche della sinistra tradizionale a partire dal 2008, sono due facce dello stesso ciclo storico che va finalmente esaurendosi, lasciando sul terreno – insoddisfatta –  una domanda di cambiamento profondo, che da una parte alimenta i movimenti populisti, ma che dall’altra prende la forma di nuovi soggetti di massa che si muovono a sinistra al di fuori ed in aperta polemica con le formazioni tradizionali.

Per ricostruire le basi culturali della sinistra serve uno spazio unitario di tipo nuovo

Questo è il contesto generale in cui è maturata la sconfitta del 4 marzo. Ed allora, di fronte a questo quadro, l’opera più urgente da compiere è proprio quella di ricostruire le basi culturali della sinistra, ripartendo necessariamente dall’insegnamento delle sconfitte. Il primo e più importante è che la divisione delle forze conduce inevitabilmente alla sconfitta. Fuori da una prospettiva unitaria non esiste futuro né per il PD, né per le forze che si muovono alla sua sinistra.

E’ illusorio pensare che questo processo possa realizzarsi “nel” PD; in questo PD! Occorre uno spazio unitario di tipo nuovo di cui, al momento non se ne possono definire i contorni e l’estensione, nel quale però occorre rimettere al centro la questione della rappresentanza sociale a partire da quella del mondo del lavoro. Occorreranno sicuramente nuove forme di promozione e di organizzazione della partecipazione democratica. Ma ancora più importante – lo ripeto – sarà ricostruire un piattaforma di valori che restituisca identità ad una sinistra che voglia essere nuovamente protagonista dei cambiamenti.

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