Par condicio televisiva: pensata in età e per l’età analogica. Nulla esiste sulle possenti piattaforme digitali

Par condicio televisiva: pensata in età e per l’età analogica. Nulla esiste sulle possenti piattaforme digitali

Bentornata par condicio. La commissione parlamentare di vigilanza e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni hanno varato i regolamenti (l’uno per le politiche di marzo, l’altro per le regionali) che applicano la legge n.28 del febbraio 2000. È bene ricordare il valore e il limite di quel testo: da una parte fu l’unico argine per frenare l’alluvione di spot a pagamento – vietati – e il predominio dei più forti e potenti. Senza un’adeguata legislazione antitrust, in assenza di una regolazione del conflitto di interessi, quei tredici articoli votati dopo un lungo ostruzionismo delle destre sono stati e sono un antibiotico ostico ma necessario. Tutt’altro che innocuo, visto che Berlusconi disse dopo la (sua) vittoria del 2001 che la “brutta” legge gli aveva tolto l’8% dei voti. L’anno della pubblicazione nella Gazzetta ci illumina, però, sul difetto principale, l’essere l’articolato pensato in età analogica. Tant’è che nulla esiste sulle possenti piattaforme digitali.

I regolamenti si assomigliano moltissimo l’un con l’altro nel corso degli anni, non potendo cambiare la fonte primaria. Quasi, non completamente. In quest’ultima edizione si è presentato il caso di Fabio Fazio e Bruno Vespa, contrattualizzati come “artisti” per non avere il vincolo del tetto annuo del compenso. Bocciati gli emendamenti (politicamente fondati, perché esiste una questione di stile, che va al di là dei commi) di 5Stelle sull’argomento, la strana coppia avrà facoltà di fare come gli altri programmi legati ad una testata. Del resto, chi si azzarda a mettersi contro i due big proprio in una campagna elettorale così trash e mediatizzata? E, a dispetto dei santi, proprio la notte scorsa “Porta a porta” ha ospitato Luigi Di Maio. C’è bisogno di par condicio, perché nei giorni passati in Rai si è stravisto Matteo Renzi, e a Mediaset Silvio Berlusconi. Il “duopolio” è più forte di qualsiasi legge elettorale. E non si poteva. I periodi protetti, infatti, sono due: dalla data di convocazione dei comizi elettorali (29 dicembre) fino alla presentazione delle liste (29 gennaio); dal 30 gennaio al 2 marzo. Nella prima fase sono ammessi nei programmi di comunicazione politica i soggetti già rappresentati nelle assemblee elettive. Dovrebbero essere 20. Nella seconda almeno 15, ma si capirà a liste depositate. Il palinsesto è sempre quello: tribune, interviste in entrambi i periodi; conferenze stampa, messaggi autogestiti, tribune per l’estero nell’ultima fase. Nelle news imparzialità e pari opportunità tenendo conto delle notizie e, soprattutto, presenze istituzionali e politiche consentite solo per assicurare le notizie. Comunque, negli altri contenitori si fa divieto di invitare qualsivoglia soggetto politico. Va sottolineato, perché è nei palinsesti diurni che spesso si cela l’inganno. E, a scanso di equivoci, le presenze politiche sono un diritto di tutti, non solo delle forze maggiori. Lo scritto dell’Autorità introduce, poi, due significative puntualizzazioni: attenzione alla parità di genere e rotazione dei commentatori.

Il punto di ambiguità riguarda le coalizioni che, nelle elezioni del 2013, erano maggiormente definite e formali. Ora costituiscono un materiale incerto e gassoso. Qui i regolamenti sono dubbi. Si aggiungono ai soggetti politici nel conteggio o, come sarebbe preferibile, non entrano neppure nel computo? Per esempio, che coalizione è il centro-destra se si leggono simboli con Salvini presidente e Berlusconi pure? Tra l’altro, è legittimo che elettrici ed elettori siano invitati a votare per chi è incandidabile?

Soprattutto, l’Agcom intervenga in tempi reali sulle infrazioni, entro il voto e non per i libri di storia.

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