Locarno ’70 (2). Follia e dramma dei migranti. In prima serata temi forti e coraggiosi

Locarno ’70 (2). Follia e dramma dei migranti. In prima serata temi forti e coraggiosi

Da sempre quello di Locarno è un festival del cinema con un’ “anima”, capace di affrontare temi “forti” e sofferti. Questa settantesima edizione non si snentisce. Scelta coraggiosa, quella di affidare la prima serata nella Piazza Grande, al francese “Demain et tous les autres jours”, della regista Noemie Lvovsky, che affronta la questione della follia in un suo aspetto poco indagato: che non è quello “solito” dell’istituzione psichiatrica totalizzante, ma il rapporto tra una madre e una figlioletta, con la figura del padre assente. In estrema sintesi: Mathilde è una bimbetta di nove anni. I suoi genitori si sono separati, lei vive con la madre: donna psichicamente fragile, diciamo pure che è sull’orlo della follia; e qui entra in campo una storia d’amore, delicata e tenera.

Non è la prima volta che la Lvosky si “presenta” a Locarno. Alle spalle esperienze di attrice e sceneggiatrice, firma il suo primo film, “Oublie-moi”, selezionato a Berlino, nel 1994. Nel 1999 gira “La Vie ne me fait pas peur”, con il quale vince il Pardo d’argento a Locarno, e il Prix Jean Vigo. Vengono poi “I sentimenti”, “Faut que ca danse!”, “Camille redouble”, con il quale vince il Variety Piazza Grande Award”.

In “Demain et tous les autres jours” La Llovsky si triplica: regista, sceneggiatrice, interprete della madre. Ha voluto strafare, peccato. La regia e la sceneggiatura reggono; l’interpretazione decisamente non è all’altezza. Una recitazione legnosa, poco credibile. Le “stranezze” cui la madre si abbandona (andare in giro con il vecchio e logoro abito da sposa; vagare senza meta a bordo di treni senza preoccuparsi della sorte della figlia, appaiono posticce, poco convinte). Luce Rodriguez, nel ruolo di Mathilde, invece è straordinaria, è la bambina a salvare il film: è grazie a lei che una tematica coraggiosa e audace, si salva. E’ grazie a lei che si raggiunge una poetica dimensione fantastica e fiabesca.

L’altra pellicola che affronta una questione di scottante attualità è la produzione svizzero-tedesca “Willkommen in der Schweiz”, di Sabine Gisiger. Storia vera. Nell’estate del 2015 un milione di profughi cerca rifugio in Europa. In 40mila riescono a varcare i confini con la Svizzera. Andreas Glarner, sindaco del comune piu’ ricco del cantone Argovia si rifiuta di accogliere, per questioni di principio, spiega, dieci profughi che hanno fatto richiesta di asilo. Johanna Gündel, figlia di un orticoltore locale, trova la decisione ingiusta e si ribella: dà cosi’ vita a un comitato che si oppone alla decisione del sindaco, ne nasce un movimento, l’”IG-Solidarität”, che si oppone alla “politica” delle porte chiuse. Questo dato di cronaca, in confronto/conflitto tra Glarner e la Gündel, fornisce alla Gisiger il “pretesto” per tracciare un discorso sulla “politica” elvetica nei tempi della cosiddetta crisi dei rifugiati, metafora per raccontare quello che la Svizzera vorrebbe essere, effettualmente è, potrebbe a breve divenire. Tetragoni nelle loro convinzioni, Glarner e Gündel rappresentano le due “anime” della Confederazione: da una parte chi considera i profughi sempre e comunque dei criminali, dei potenziali terroristi, quando va bene una minaccia per il benessere delle popolazioni locali. Dall’altra chi li considera una risorsa, e “sente” come un dovere etico quello di una solidarietà nei confronti di chi è costretto all’espatrio e alla fuga.

La Gisiger segue le accese discussioni che hanno luogo nel consiglio comunale, dove umori e passioni si manifestano e susseguono in maniera accesa e spesso viscerale. Un montaggio abile, intercalato da una quantità di “inserti” sapientemente cercati in cineteca. Si tratta di filmati d’epoca, pellicole in bianco e nero, che ricordano capitoli storici come il respingimento degli ebrei perseguitati dai nazisti, i veri e propri ghetti destinati agli operai del Sud dell’Europa; e “spezzoni” di reportages giornalistici che documentano na realtà dei campi profughi in Grecia.

Chi conosce la Gisiger non sarà sorpreso dalla sua scelta di affrontare questioni spinose e controverse. Zurighese, laureata in storia a Zurigo e a Pisa, nel 1989 comincia a collaborare con la Televisione Svizzera Tedesca, e realizza numerosi reportages su tematiche sociali e politiche. Dal 1991 lavora come regista indipendente: “Motor Nasch”, “Do it”, “Gambit”, “Yalom’s Cure”, i film finora realizzati. Il suo ultimo documentario è del 2015: “Dürrenmatt. Eine Liebesgeschichte”. In Svizzera, un campione di incassi.

Prima di finire, un po’ di storia di questo festival, arrivato alla rispettabile età dei settant’anni.

Era il 1946, la prima edizione quando nel teatro all’aperto allestito nel parco del Grand Hotel di Muralto (allora non esisteva l’attuale imponente schermo della Piazza Grande), viene proiettato “O sole mio”, di Giacomo Gentilomo. Dalla cronaca de “Il Corriere del Ticino” di quei giorni: “Gentilomo non puo’ essere assegnato al manipolo dei cineasti italiani di gran classe, ma con la sua direzione ha mostrato di avere sentito il dramma dell’insurrezione patriottia del popolo napoletano. Il film ha, secondo noi, il pregio di immergere lo spettatore in una temperie cordialmente, schiettamente, a volte ingenuamente partenopea. Veniamo a contatto attraverso molte inquadrature con una ‘umile Italia’, le cui spontanee reazioni ai tragici eventi hanno valore di spontaneità genuina”.

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