Caso Regeni. Cosa scrive davvero Declane Walsh sul New York Times Magazine, e perché il suo racconto è credibile e le sue domande al governo italiano inquietano

Caso Regeni. Cosa scrive davvero Declane Walsh sul New York Times Magazine, e perché il suo racconto è credibile e le sue domande al governo italiano inquietano

Sul caso Regeni si è aperta una vera e propria battaglia politica dopo che il New York Times Magazine del 15 agosto, ha pubblicato un articolo a firma di Declane Walsh, dal titolo: “Perché un ricercatore universitario italiano è stato rapito e ucciso in Egitto?”. Il lungo articolo riepiloga l’intero caso Regeni, dai suoi viaggi in Egitto, dagli interlocutori della sua ricerca sul campo, fino al rapimento e al ritrovamento del cadavere. Parla dei primi, e tanti, depistaggi che vennero lanciati a mezzo stampa egiziana (“era gay, ed è stato ucciso da un amante tradito”, “era un drogato”, scrive l’articolista, ricordando le prime rozze uscite), si sofferma sui rapporti tra Regeni e l’Università di Oxford, e in particolare con la Oxford Analytica, la società per la quale lavorava. Così, scrive Walsh, dopo aver seguito molto da vicino le politiche del nuovo presidente egiziano, Al Sisi, Regeni riuscì a risparmiare denaro sufficiente per chiedere all’Università di Cambridge di poter realizzare una ricerca sui sindacati egiziani (l’autore dell’articolo ci informa che con l’avvento di Al-Sisi si moltiplicarono e si parcellizzarono in migliaia di sigle), scegliendo come focus il sindacato degli ambulanti. “Regeni si spinse nel loro mondo”, scrive il Nyt, “sperando di riuscire a valutarne il potenziale per guidare un cambiamento politico e sociale”. Ma dal 2015 le cose in Egitto cambiarono drasticamente, e per Regeni, prosegue il racconto del Nyt, non fu semplice dare seguito alla sua inchiesta, perché giornalisti e avvocati venivano spiati e interrogati, e gli informatori della polizia erano praticamente dappertutto. La stessa polizia conduceva ispezioni proprio nei luoghi dove Regeni era stato, mentre alla tv di stato si susseguivano notizie false su presunte cospirazioni estere contro il governo. Poi, l’articolo si dilunga in un meticoloso e giornalisticamente prezioso lavoro di ricucitura delle settimane che precedettero la sua scomparsa, avvenuta il 25 gennaio del 2016. A dimostrazione del fatto che tutto ciò che è contenuto nell’articolo è il frutto di un’inchiesta giornalistica puntuale, con un racconto dei fatti riscontrabile nelle carte documentali.

La rivelazione che oggi turba i sonni di Renzi e del suo governo: “la Casa Bianca aveva informato il governo italiano di quanto sapeva il governo egiziano”

Ad un certo punto, Walsh fa una rivelazione, che è piombata a turbare i sonni tranquilli del governo italiano, proprio mentre annunciava la riapertura dell’ambasciata del Cairo, la ripresa dei contatti commerciali con l’Egitto e la consegna di alcuni atti dell’inchiesta su Regeni alla Procura di Roma, da parte della Procura del Cairo. Una decisione duramente contestata dai genitori di Giulio Regeni, dai loro legali, e dalle associazioni che da un anno e mezzo chiedono la verità. Il giornalista del New York Times parla della rabbiosa reazione di Matteo Renzi nei confronti dell’Egitto dinanzi ai giornalisti: “Ci fermeremo solo quando avremo scoperto la verità”, scrive il Nyt, citando le parole dell’allora premier, “ma la verità vera, non quella conveniente”. Tuttavia, prosegue Walsh, “la rabbia di Renzi si basava su qualcosa che andava oltre il semplice sospetto. Nelle settimane successive alla morte di Regeni, gli Stati Uniti avevano acquisito notizie riservate esplosive dall’Egitto: la prova che funzionari della sicurezza egiziani avevano rapito, torturato e ucciso Regeni”. Walsh, a questo punto, cita fonti dell’amministrazione Obama: “avevamo la prova incontrovertibile della responsabilità ufficiale degli egiziani. Non v’erano dubbi”. Poi Walsh aggiunge che su “raccomandazione del Dipartimento di stato e della Casa Bianca (Obama), gli Stati Uniti informarono delle conclusioni il governo Renzi. Ma per evitare di identificare la fonte, gli americani non condivisero l’intera informativa, né dissero quale agenzia della sicurezza essi ritenessero fosse responsabile della morte di Regeni”. Walsh sente un’altra fonte della Casa Bianca, che gli racconta: “non era chiaro chi diede l’ordine di rapirlo e forse di ucciderlo”. E il giornalista del Nyt commenta:

Quel che gli americani sapevano con certezza, ciò che essi rivelarono agli italiani, era che la leadership dell’Egitto era pienamente consapevole delle circostanze della morte di Regeni”.

Il cuore dell’articolo che tante polemiche sta suscitando in queste ore è proprio qui: le autorità del governo Renzi erano state informate di quel che le autorità egiziane sapevano sulla morte di Regeni. La conferma, sostiene ancora il giornalista del New York Times, giunse alcuni mesi più tardi, quando il segretario di stato americano John Kerry incontrò a Washington il suo omologo egiziano Shoukry, col quale, sembra, parlò della morte di Regeni. E sembra anche che si trattasse di un incontro assai “spinoso”, e “brusco”, perché alla domanda di Kerry, il ministro degli esteri egiziano “raised eyebrows”, dice la fonte, “si accigliò”, si arrabbiò, e non si fu in grado di interpretare questo gesto, come una sorta di ostruzionismo, oppure la confessione che non ne sapesse nulla. Certo, il ministro egiziano degli esteri non si aspettava da Kerry una tale richiesta, perché il segretario di stato americano passava per uno che considerava l’Egitto il fulcro della politica estera americana, da trattare “coi guanti bianchi”.

Palazzo Chigi smentisce, ma non si sa bene cosa. Invece dovrebbe rispondere alla domanda finale dell’articolo: “l’omicidio di Regeni fu un segnale degli alti gradi dell’Egitto ai governi esteri?”

Abbiamo riportato fedelmente ciò che scrive l’inchiesta di Declane Walsh sul New York Times, poiché in queste ore piovono smentite dal governo Gentiloni, all’epoca dei fatti ministro degli esteri nel governo Renzi, chiamato in causa direttamente. Palazzo Chigi fa sapere che in merito all’inchiesta dedicata dal New York Times alla morte di Giulio Regeni in Egitto pubblicata a Ferragosto, “nei contatti tra amministrazione Usa e governo italiano avvenuti nei mesi successivi all’omicidio non furono mai trasmessi elementi di fatto, come ricorda tra l’altro lo stesso giornalista del New York Times, né tantomeno ‘prove esplosive'”. Ed è stato altresì sottolineato dalle stessi fonti del governo italiano che “la collaborazione con la procura di Roma in tutti questi mesi è stata piena e completa”. Ma come abbiamo visto, le “prove esplosive” si riferiscono al fatto che la leadership egiziana sapeva del coinvolgimento dei loro servizi nel rapimento, nelle torture e nella uccisione di Giulio Regeni, e che questa informazione, sia pure non del tutto completa, fu inviata dalla Casa Bianca (non da sconosciuti) a Palazzo Chigi. Invece, Renzi e i ministri coinvolti dovrebbero rispondere all’interrogativo cruciale che Declane Walsh lancia al termine del suo articolo:  la “più allarmante ipotesi è che la morte di Regeni fosse un messaggio deliberato, un segnale sul fatto che sotto Sisi anche un occidentale può essere sottoposto ai più brutali eccessi. Un funzionario di Obama ha detto di credere che qualcuno tra gli ‘alti gradi’ del governo egiziano potrebbe aver ordinato la morte di Regeni per ‘mandare un messaggio agli altri stranieri e ai governi stranieri di smettere di giocare con la sicurezza dell’Egitto”. È da questo interrogativo che parte la ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni.

La cortina fumogena lanciata dai senatori Casini e Latorre, nel tentativo di proteggere il governo

Perciò sono da considerare come una sorta di cortina fumogena i comunicati stampa che piovono sulle agenzie a difesa del governo Renzi. Il presidente della Commissione esteri del Senato, Casini, parla esplicitamente di una bufala e addirittura si chiede cosa si nasconda dietro articoli di questo genere, ovvero, la possibilità di sfruttare il caso Regeni per colpire gli interessi dell’Eni nella regione. Insomma, per Casini, il New York Times pubblica un’inchiesta durata mesi su Giulio Regeni perché pagata da qualche petroliere interessato ai deserti africani? Ma andiamo. Per Nicola Latorre, Pd, presidente della Commissione Difesa del Senato, si tratta invece di una strumentalizzazione del caso Regeni per alimentare le tensioni tra Italia ed Egitto. Caro presidente Latorre, c’è un solo modo per saperlo, costringere Renzi e i suoi a dire la verità. E guarda caso, proprio Renzi non interviene sul tema, né dal suo libro emerge alcunché al riguardo. Molto strano, parla di tutto tranne che di questo. È un indizio?

Sinistra Italiana chiede l’informativa urgente alla Camera da parte del governo, e 5Stelle la convocazione di Renzi al Copasir

Fa dunque bene il capogruppo di Sinistra Italiana alla Camera, Giulio Marcon, a chiedere in una lettera alla presidente Boldrini una informativa urgente del governo: “Cara presidente, secondo le ultime rivelazioni del New York Times il governo italiano avrebbe avuto notizie certe non solo del coinvolgimento dei servizi egiziani nell’omicidio Regeni, ma anche delle alte sfere istituzionali del Paese che erano a conoscenza di chi aveva la responsabilità di questo orrendo delitto. Se questo fosse vero – prosegue il capogruppo della sinistra – le responsabilità di omissione del governo italiano sarebbero gravissime. Il governo avrebbe saputo, ma niente avrebbe fatto per agire di conseguenza di fronte ad informazioni così importanti”. Inoltre, scrive ancora Marcon, “le nuove informazioni arrivano dopo la sconcertante decisione di reinsediare al Cairo l’ambasciatore italiano. Per questo – è la richiesta di Marcon a Boldrini – il gruppo di Sinistra Italiana-Possibile le inoltra la richiesta di un’informativa urgente del governo alla Camera sugli sviluppi del caso Regeni”. Da parte del Movimento 5 Stelle, invece si chiede la convocazione di Matteo Renzi presso il Copasir. “Il presidente Stucchi convochi immediatamente Matteo Renzi in Copasir”, chiede in un tweet Angelo Tofalo (M5S), deputato del Copasir, commentando l’inchiesta del New York Times da cui emerge che uomini dell’amministrazione Obama avevano riferito al governo italiano sulla responsabilità degli apparati di sicurezza egiziani sulla morte di Giulio Regeni. “Il governo Renzi – osserva Tofalo – sapeva ed ha taciuto sulla morte di Regeni permettendo all’Egitto di depistare? Per il petrolio o per cosa? Renzi ed il pd siano ora responsabili e raccontino agli italiani e soprattutto alla famiglia la verità su Giulio”. Ci permettiamo di aggiungere che la verità non vale solo per la famiglia, ma per l’intera democrazia italiana.

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