Trump vieta l’ingresso ai musulmani di sette Paesi. Gli americani si mobilitano. Il mondo si indigna. E Gentiloni è tiepido

Trump vieta l’ingresso ai musulmani di sette Paesi. Gli americani si mobilitano. Il mondo si indigna. E Gentiloni è tiepido

Ha indignato il mondo la decisione del presidente Usa Donald Trump di promulgare un decreto o un’Ordinanza in materia di immigrazione e di accoglienza dei rifugiati, con la quale si impone il divieto d’ingresso ai cittadini di sette paesi musulmani. Dopo il durissimo attacco al diritto delle donne di abortire, col divieto del finanziamento alle Ong che sostengono l’interruzione volontaria, ora Trump attacca immigrati e rifugiati. In sostanza, ha chiuso le frontiere americane a cittadini provenienti da Iran, Irak, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Il divieto vale per tutti i cittadini siriani, fino a nuova ordinanza. Si tratta, ha detto Trump, “di nuove misure di controllo per mantenere fuori dagli Stati Uniti i terroristi islamici radicali”. Queste misure, che hanno provocato rivolte ovunque negli Stati Uniti, hanno suscitato stupore e indignazione in tutto il mondo.

I paesi mediorientali scelgono misure di reciprocità

L’Iran, uno dei Paesi coinvolti nel divieto, ha immediatamente deciso di applicare una misura ritorsiva di reciprocità, perché considera il decreto di Trump una “discriminazione”. Secondo il ministro degli Esteri iraniano, la misura di Trump “sarà ricordata nella storia come un grande favore agli estremisti e ai loro protettori”. Inoltre, l’Iran ha poi affidato una vigorosa protesta scritta all’ambasciatore svizzero negli Usa che rappresenta gli interessi americani in Iran.

Analogamente, in Irak, la Commissione Esteri del Parlamento ha chiesto al governo di Baghdad di applicare una misura di reciprocità con gli Stati Uniti. “Abbiamo chiaramente chiesto che il governo iracheno agisca con reciprocità in tutti i settori con gli Stati Uniti”, ha affermato Hassan Chwairid, direttore aggiunto della Commissione. Nello Yemen, il governo guidato dai ribelli sciiti Houti a Sanaa, non riconosciuto dalla comunità internazionale, ha denunciato come “illegale” la decisione del presidente Trump.

In Europa, dure reazioni da Hollande, Merkel, e perfino di Theresa May

In Europa, molti Paesi, tra i quali la Francia, la Germania e la Gran Bretagna hanno duramente criticato il nuovo approccio americano in materia di immigrazione. Hollande ha messo in guardia il suo omologo americano contro politiche xenofobe e isolazioniste e ha fatto appello “al rispetto del principio di accoglienza dei rifugiati”, fondamento “delle nostre democrazie”. Merkel ha fatto sapere attraverso una dichiarazione del portavoce che “il decreto non si giustifica”. La cancelliera, secondo il suo portavoce, “è convinta che proprio nel quadro della lotta indispensabile contro il terrorismo non appare giustificato portare la gente al sospetto generalizzato in funzione dell’origine o della fede dei migranti”. La premier britannica Theresa May, che ha incontrato venerdì Trump a Washington, non è d’accordo con le restrizioni sull’immigrazione e interverrà duramente se l’Ordinanza dovesse toccare cittadini britannici. In realtà, però, Theresa May è stata letteralmente costretta a opporsi a Trump da un ventaglio enorme di proteste, dopo che durante una conferenza stampa in Turchia, aveva detto incautamente che spetta solo a Washington assumersi le responsabilità sulle politiche per i rifugiati.

La reazione più tiepida e priva di senso? Quella di Paolo Gentiloni, che non replica a Trump

Il premier italiano Paolo Gentiloni è invece intervenuto con un tweet (abitudine ormai consolidata da parte del premier, anche su questioni diplomatiche così importanti e delicate): “l’Italia è ancorata ai propri valori. Società aperta, identità plurale, nessuna discriminazione. Sono i pilastri dell’Europa”. D’accordo, presidente Gentiloni, ma qui i leader democratici stigmatizzano l’ordinanza di Trump. Perché non ha fatto altrettanto? Cosa c’entrano i valori nazionali con la chiara manifestazione razzista del nuovo presidente Usa? Temeva forse di offendere mister Trump? Perfino belgi e olandesi, signor presidente Gentiloni, hanno espresso pubblicamente “il pieno disaccordo con il divieto di accesso sul territorio americano per  cittadini di sette Paesi” (il premier belga), e che nonostante la consapevolezza “della possibilità che terroristi potenziali possano abusar delle procedure d’asilo, deploriamo il divieto di viaggiare deciso dagli Stati Uniti per gli abitanti di sette paesi musulmani e lo rigettiamo” (il premier olandese). Il ministro degli Esteri svizzero: “ci siamo sempre opposti alla discriminazione degli esseri umani in ragione della loro religione o della provenienza. In questo senso, il decreto degli Usa va chiaramente nella direzione sbagliata”. Infine, il premier canadese, Justin Trudeau, ha affermato la volontà di accogliere in Canada i rifugiati espulsi o rifiutati dagli Stati Uniti, “indipendentemente dalle loro fedi religiose. Coloro che fuggono dalle persecuzioni, dal terrore e dalla guerra, sappiano che il Canada vi accoglierà indipendentemente dalla vostra fede. La diversità è la nostra forza. Benvenuti in Canada”.

Altre e ben diverse reazioni in Italia. Tissone, Silp Cgil: “Ci preoccupano gli epigoni italiani del presidente americano”

“Le posizioni populiste e francamente inaccettabili del presidente Trump in materia di immigrazione non solo non risolvono i problemi, ma rischiano soltanto di esacerbare le tensioni sociali e rendere gli Stati Uniti, una delle nazioni più insicure al mondo. Siamo preoccupati anche perché gli epigoni italiani del miliardario americano sognano già di assumere, anche nel nostro paese, lo stesso atteggiamento”, afferma Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil. “Erigere muri – dice Tissone -, bloccare la libera circolazione da alcuni paesi, negare qualsiasi aiuto ai profughi non porta da nessuna parte. Si tratta di provvedimenti ideologici e di marca razzista che servono per accontentare la pancia di alcuni elettori e che partono dall’assunto che immigrazione e terrorismo siano concetti collegati, quando è ampiamente dimostrato che le cose non stanno così”.

Nicola Fratoianni, Sinistra Italiana: “Trump un pericolo per il mondo. Gentiloni ed Alfano colpiti da faringite?”

“Caos negli aeroporti statunitensi, proteste delle associazioni per i diritti umani, indignazione in tutto il mondo: sono gli effetti delle ultime decisioni del neo presidente sull’ingresso negli Usa di cittadini provenienti da una serie di Paesi. Trump ogni giorno che passa si dimostra un uomo pericoloso per gli americani, per il mondo, per la convivenza civile”, afferma Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana. “Forse ci siamo distratti – prosegue l’esponente della sinistra – ma non ci pare che fra le voci che si sono alzate in Europa contro questa decisione ci sia l’Italia, forse a Palazzo Chigi e alla Farnesina c’è un’epidemia di faringite. Ci aspettiamo nelle prossime ore – conclude Fratoianni – che chi avrebbe dovuto reagire già ieri lo faccia oggi. Ne va della loro e della nostra dignità”.

Gli avvocati dei diritti civili ottengono una prima vittoria. Un giudice federale a New York nega arresti e espulsioni di massa

Comunque vada, la straordinaria mobilitazione degli americani e le azioni giudiziarie preparate e presentate ai giudici dai difensori degli immigrati, hanno scatenato un inevitabile braccio di ferro con l’amministrazione Trump. Intanto i difensori dei diritti civili hanno riportato una prima vittoria importante ottenendo da un giudice federale il blocco delle espulsioni di centinaia di passeggeri musulmani fermati dalla polizia di frontiera negli aeroporti. I legali, inoltre, sottolineano che si tratta di vicende che “non hanno pecedenti nella storia americana recente”. Si attende dunque che il pronunciamento finale sulle espulsioni e sullo stesso divieto provenga dalla Corte Suprema, che non giudica questo tipo di affari dal 1882, quando cassò la legge sull’esclusione dei cinesi. La legge cassata impedì di accogliere per molti anni sul territorio americano tantissimi immigrati e rifugiati di origine cinese.

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