Caso Grillo. Quel “qualcosa” di totalitario che si muove nell’aria e penetra nelle coscienze

Caso Grillo. Quel “qualcosa” di totalitario che si muove nell’aria e penetra nelle coscienze

Le coincidenze, amava ripetere sornione Leonardo Sciascia, sono incidenze. Coincidenza sono gli attacchi virulenti a giornali e giornalisti da parte di Beppe Grillo e il suo movimento pentastellato, e la annunciata nuova traduzione di uno dei capolavori di Albert Camus, La peste. Anche in questo caso, si può parlare di “incidenza”. La peste è un romanzo pubblicato in Francia nel 1947. E’ ambientato in Algeria, ad Orano. Un giorno – un imprecisato giorno d’aprile. Il dottor Bermard Rieux accompagna la moglie malata alla stazione. Uscito di casa, si imbatte su un topo, morto. Non vi presta molta attenzione. Poi eccone un secondo, e un altro ancora…decine, centinaia di topi morti, ovunque. Fenomeno inquietante, questo dei tanti topi morti, e che però non sembra stupire nessuno: nessuno coglie l’avvisaglia, la “spia” che questa moria di topi annuncia, la catastrofe che presto si abbatterà su Orano…

Dopo i topi è la volta degli esseri umani: uomini, donne, giovani, anziani… E’ la peste, ma nessuno ci vuole credere: le autorità minimizzano, per non diffondere il panico; le misure minime che si potrebbero prendere non vengono adottate, così l’epidemia esplode in tutta la sua furia devastatrice. Orano viene isolata da un ferreo cordone sanitario, nessuno può entrare in città, o uscirne. Le reazioni di chi ne è prigioniero sono le più diverse: disperandosi, o prendendola con filosofia; rassegnato alla fine imminente e dunque determinato a giocarsi il tutto per tutto; non manca chi mette in essere speculazioni profittando della carenza di generi di prima necessità; e non mancano predicatori che esortano al pentimento: la peste è una punizione divina per le colpe degli umani. Con l’estate, la situazione peggiora: ogni giorno centinaia di vittime, non si sa che fare, tutto appare perduto. Rieux scopre un siero, pare funzioni. Finalmente la peste regredisce, ricompaiono alcuni topi, vivi; il numero delle vittime diminuisce. L’epidemia giunge al suo epilogo. Grandi feste dei sopravvissuti per lo scampato mortale pericolo. Rieux è cauto, mette in guardia le autorità: occorre predisporre piani di prevenzione, i bacilli della peste possono restare inerti per anni, e quando meno ce lo si aspetta, colpire ancora…

La peste, dunque: metafora di un male che non è peculiarità di un paese, di un luogo. La peste come un “qualcosa” di totalitario, che si muove nell’aria e penetra nelle coscienze. Eccoci alla “coincidenza-incidenza”: la presenza di questa “peste” la si coglie, la si percepisce da piccole, apparentemente poco significative, vicende. Le dissennate “sparate” di un Beppe Grillo, per esempio; che si possono agevolmente accostare con non meno dissennate “sparate” di altro colore, ma identico segno: quelle di un Matteo Salvini, per esempio; e non solo la Lega: albergano e allignano anche nel centro-destra; ma anche, purtroppo, in settori del centro-sinistra. Di per sé tutto il “rumore” provocato dalle scempiaggini grillesche a proposito di giornali, giornalisti, tribunali e inquisizioni “popolari”, lasciano il tempo che trovano. Non perché i giornali e i giornalisti non meritino critiche: fanno e hanno fatto (e dunque, faranno) di tutto e di più. Però è la storia dell’asino che rimprovera il bue di ragliare. Da che pulpito viene la predica… Qui, per inciso, ci si trova dinanzi a un dilemma che appare insolubile: polemizzare con le corbellerie pentastellate equivale a legittimarle, portarle a un livello di dignità che non meritano. Al tempo stesso, ignorarle non si può, vanno pur rintuzzate e respinte…

Oggi ci si accorge della classifica di Reporters Sans Frontières, che pone l’Italia al 77° posto della classifica sulla libertà di stampa. Le ragioni di questa collocazione non sono però quelle addotte da questi Robespierre ai quattro formaggi; piuttosto ci si riferisce a quelle decine di giornalisti sotto protezione della polizia perché minacciati da organizzazioni mafiose e criminali. Quello che allarma è il livello di violenza contro i giornalisti (comprese le minacce di morte e le intimidazioni verbali e fisiche). Reporters Sans Frontières cita poi come  esempio quanto accaduto in Vaticano con gli scandali Vatileaks e Vatileaks 2: “Vicende che hanno visto due giornalisti rischiare fino a otto anni di carcere per aver scritto libri sulla corruzione e sugli intrighi all’interno della Santa Sede”.

Al di là di sgangherati e asinine affermazioni, il problema della libertà di stampa e del rapporto con il potere (i poteri: quelli istituzionali, e quelli “duri”, letteralmente “irresponsabili”), esiste da sempre, e non solo in Italia. Facciamo un salto nel tempo. Già una decina d’anni fa l’Istituto di Studi e Ricerche Freedom House ci relegava tra i paesi semiliberi. Le ragioni sono descritte in questo significativo passaggio: «Nonostante l’Europa occidentale goda a tutt’oggi della più ampia libertà di stampa, l’Italia è stata retrocessa nella categoria dei paesi parzialmente liberi, dal momento che la libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e dei gruppi di estrema destra e a causa dell’eccessiva concentrazione della proprietà dei media». E ancora: «Il punto cruciale è costituito dalla concentrazione insolitamente alta della proprietà dei media rispetto agli standard europei».

A questo punto è utile rileggere un libretto di Nadia Urbinati: Lo scettro senza il re; si occupa di partecipazione e rappresentanza nelle democrazie moderne: «Nessuna delle costituzioni occidentali è attrezzata efficacemente per proteggere il diritto dell’informazione e il pluralismo delle fonti di informazione altrettanto quanto lo è il diritto di voto, un diritto che difende sia la libertà di esprimere opinioni che la libertà di essere informati». Informazione da intendere come bene pubblico, al pari della libertà e del diritto; come libertà e diritto un bene che non è soggetto a discrezione della maggioranza, o pretesa tale: «Fa parte perciò dell’onorata tradizione dei poteri negativi e di controllo, anche se il suo è un potere indiretto e informale. Senza questo potere di controllo le democrazie moderne sono a rischio, anche qualora il diritto di voto non sia violato, anche qualora non ci sia più l’idea di un altrove rispetto alla democrazia, anche qualora la democrazia non abbia più nemici politici».

In estrema sintesi: il nostro paese è governato da un regime non democratico e la cifra fondamentale di questo regime è la negazione della possibilità di poter conoscere e di essere adeguatamente informati. Informazione come questione ineludibile e componente fondante e fondativa della democrazia, ben riassunta nell’einaudiano assioma: “Conoscere per deliberare” (più propriamente: per poter deliberare). Se non si è messi nella condizione di sapere, può capitare di tutto, e di tutto capita: perfino che un Beppe Grillo diventi il bardo della libertà, della democrazia e della giustizia.

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