Senato. Avvilente, vota la fiducia per un governo che non c’è più. De Petris (Sinistra italiana): una politica truffaldina e demagogica. La manovra è monca? Se la vedrà chi verrà. Soccorso di Verdini e soci, un segnale ai renziani: noi ci siamo

Senato. Avvilente, vota la fiducia per un governo che non c’è più. De Petris (Sinistra italiana): una politica truffaldina e demagogica. La manovra è monca? Se la vedrà chi verrà. Soccorso di Verdini e soci, un segnale ai renziani: noi ci siamo

Non crediamo ci sia paese al mondo in cui il Parlamento dà la fiducia al governo che non c’è più e che il popolo italiano ha ampiamente sfiduciato. Renzi Matteo è dimissionario. Poche ore dopo il voto di fiducia il presidente della Repubblica le renderà esecutive. Nell’Italia renziana accade anche questo, uno sberleffo alla democrazia, un vulnus all’onore, diciamo proprio onore di chi, nel caso senatori, dovrebbe rappresentare il popolo. Uno spettacolo desolante l’Aula di Palazzo Madama, tanti banchi vuoti. Non è un bel vedere per gli studenti che assistono. Gli interventi scorrono uno dopo l’altro. Molto imbarazzo fra i senatori del Pd, chi interviene giustifica il voto di fiducia. Lo stesso presidente della Commissione Bilancio, Giorgio Tonini, aveva espresso a nome di tutti i gruppi il “rammarico per non aver potuto effettuare una lettura compiuta della legge”. Giusto, ma sono lacrime di coccodrillo. Come diranno molti senatori delle opposizioni, bastava qualche giorno in più e la legge poteva essere emendata, come era stato di fatto concordato quando la Camera aveva approvato in fretta e furia la manovra di Bilancio. Anche molti deputati hanno espresso la loro contrarietà. Pure diversi del Pd, purché non si faccia il nome.

Schizzi di fango inzaccherano le Aule , “tempio “ della Repubblica

Come era largamente previsto in questa situazione, schizzi di fango inzaccherano le  Aule che dovrebbero essere il “tempio” della Repubblica. Si fanno avanti, sul loro terreno, i verdiniani. Arrivano in soccorso del morituro. Come un sol uomo rispondono non nascondendo un certo entusiasmo alla richiesta di voto di fiducia avanzata dalla ministra Boschi, prima firma con Renzi Matteo di quell’obbrobrio di “riforma” della Costituzione bocciata da milioni di elettori. Dice Lucio Barani, presidente del gruppo Ala: “Voteremo la fiducia solo alla luce della complessa situazione che si è andata delineando, nella speranza che questo nostro atteggiamento possa, in qualche modo, aiutare il Presidente Mattarella nei compiti difficili che lo attendono”. Parole chiare che chiamano in causa anche il Capo dello Stato: “Noi ci siamo, niente sgarri. Senza di noi, caro Pd non andate da nessuna parte”. Anche i voti, prima quello di fiducia e poi quello sulla legge, parlano chiaro. La fiducia passa con 173 voti a favore, una quindicina i verdiniani, 108 no. La legge di Bilancio viene approvata con 166 sì e 70 no. L’Aula di Palazzo Madama semideserta. Difesa d’ufficio da parte dei senatori del Pd che sperano in un nuovo governo che riveda la manovra inserendo quegli emendamenti che sono rimasti nei cassetti dei senatori.

Dieci sono le leggi che ora rischiano di saltare, passano misure elettoralistiche

Ben dieci leggi rischiano di saltare, mentre passano alcune misure chiaramente di carattere elettoralistico. Interviene Loredana De Petris, capogruppo di Sinistra Italiana e presidente del Gruppo Misto. Una denuncia forte dell’operato del governo, di Renzi Matteo: “L’assurda e ingiustificata decisione di imporre la fiducia su questa legge di bilancio è del tutto in linea con tutta la politica di questo governo: truffaldina sin dalla manovra con cui Renzi è arrivato a palazzo Chigi, cinica e del tutto disinteressata ai problemi e alle sofferenze reali del popolo italiano, sempre e solo bassamente demagogica”. “Ci sarebbe stato tutto il tempo – continua – di correggere alcune delle misure puramente elettorali inserite in questa legge. Sarebbe stato possibile restituire ai bambini di Taranto ammalati per colpa dell’Ilva i fondi per curarsi, come Renzi aveva promesso. Ma le promesse di Renzi tutti sanno quanto valgono. Questo ennesimo atto di arroganza e prepotenza dimostra che Renzi non ha capito proprio niente del voto di domenica. Resta del tutto incapace di ascoltare i cittadini che hanno bocciato lui, la sua riforma costituzionale e l’intera politica del suo governo”.  Subito il voto, dicono i grillini in diversi interventi e poi in una  conferenza stampa: “Il M5S farà le barricate perché non si insedi il terzo governo tecnico consecutivo perché il governo Renzi è stato un governo tecnico”, ed hanno rivolto un appello al presidente della Repubblica perché rimandi subito alle urne. Da Milano, a margine della cerimonia di conferimento degli Ambrogini d’oro, si è fatto sentire Matteo Salvini: “Subito con qualsiasi legge elettorale altrimenti chiameremo in piazza i cittadini: i 32 milioni di persone che hanno votato domenica scorsa non possono essere presi in giro, quindi voto subito”. Dello stesso tono gli interventi in aula dei senatori leghisti. Paolo Romani (Forza Italia) esprime “netto dissenso per metodo e contenuti della legge di bilancio, il popolo ha già detto no a un governo ricco di slide e povero di idee”.

Difesa d’Ufficio, imbarazzata, della manovra da parte dei senatori Dem

Difesa d’ufficio, imbarazzata, della manovra da parte del senatore Dem Santini, capogruppo Pd in commissione Bilancio: “Approvare la legge di bilancio è un atto responsabilità verso il Paese” e di “tutela”, perché altrimenti entrerebbe in vigore l’esercizio provvisorio ma anche perché scatterebbero imposte per 15 miliardi (le clausole di salvaguardia). Poteva evitare di affermare che i provvedimenti della manovra vanno nella direzione di “irrobustire il percorso della ripresa economica”. Una ripresa che non c’è, come dimostrano tutti i dati relativi alla situazione economica e sociale, ultimi quelli relativi a milioni di cittadini a rischio povertà ed esclusione sociale. Del resto, anche  il suo capo, il signorotto di Rignano, non ha capito la lezione e pensa che quel 40% di sì sia di sua proprietà, i sondaggi per quel che valgono danno un Pd al 30%, in calo, alla pari con l’M5S. Addirittura fa sapere che aveva preparato tante slide per illustrare la bontà della manovra. Allora è proprio recidivo. Non solo, la manovra non affrontava i nodi della crisi.

Per il contratto dei dipendenti pubblici mancano le risorse concordate con i sindacati

Ora, in mancanza degli emendamenti, vengono meno i provvedimenti che riguardano ben dieci leggi, posti di lavoro a rischio, giovani, precari, i problemi aperti dalla “buona scuola”, pessima legge, lavoratori di aziende in crisi, per non parlare del “verbale di accordo per il contratto del pubblico impiego”. Non ci sono i soldi per coprire gli aumenti, già piccoli, piccoli, dopo sette anni di blocco, concordati con i sindacati anche per il 2018, quando l’aumento doveva andare a regime, 85 euro medi lordi. Di fronte alla cautela di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, che aveva avvertito il pericolo, l’entusiasmo della leader della Cisl Furlan, non a caso aveva schierato la sua organizzazione a sostegno del  Sì. In particolare torna il problema delle Province. Hanno continuato a funzionare, senza Consigli e organi elettivi, sono andate in dissesto, senza finanziamenti. La “deforma” della Costituzione prevedeva di eliminarle definitivamente lasciando al loro posto come enti costitutivi della Repubblica, Comuni, Città metropolitane e Regioni. Città metropolitane non elettive da parte dei cittadini. Come quei senatori che  Renzi voleva far arrivare a Roma dai Consigli regionali, più un po’ di sindaci. Province che hanno compiti fondamentali per la manutenzione delle strade e delle scuole. Dovranno essere rifinanziate. Come, quando? Non si sa. Così come non si sa che fine fanno i dipendenti istat o i lavoratori siciliani, circa 22 mila, cui doveva essere assicurato un lavoro per non parlare del bonus per gli incapienti.

Restano fuori anche i finanziamenti per la sanità che riguardano Taranto

Ancora: restano fuori la legge sulla cannabis, i tagli delle slot machine presenti nei bar e nelle tabaccherie, l’allargamento del bonus ristrutturazioni per i condomini anche ai redditi più bassi e, la cosa più grave, il finanziamento della sanità di Taranto. Tutto resta fermo. Anche la ripartizione del fondo da circa tre miliardi per gli enti locali: un nodo che l’Anci, notano le agenzie di stampa, chiede venga affidato ad un decreto legge ad hoc. Tra le priorità dice il presidente Antonio Decaro, lo stop “ai tagli a carico delle Città metropolitane e delle Province e l’innalzamento del 75% del turn over del personale”. Bloccato il finanziamento delle tv locali e una norma ad hoc per la Rai che consenta di escluderla dai tagli a carico delle pubbliche amministrazioni. Per quanto riguarda il contenzioso Anas, il presidente dell’azienda Gianni Vittorio Armani ha affermato che “lo Stato lo pagherà. Sarà il prossimo governo a occuparsene”. Si tratta di una nota ancora incompleta. Gli uffici preposti dovranno fare un accurato confronto fra quanto scritto nella legge di Bilancio inviata a Bruxelles e quella uscita dal Senato. Così come i sindacati stanno facendo per quanto riguarda gli impegni presi dal governo, sulla scuola, i contratti dei pubblici dipendenti, le pensioni, l’agenzia giovani. Per non parlare dei bonus. Ma questa è un’altra storia.

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