Pubblico Impiego. Prevale il “teorema Madia-Furlan”, l’annuncio della cosa diventa la cosa stessa, ma l’intesa non è il contratto

Pubblico Impiego. Prevale il “teorema Madia-Furlan”, l’annuncio della cosa diventa la cosa stessa, ma l’intesa non è il contratto

A 24 ore dalla firma in calce all’intesa tra governo e sindacati confederali sull’ipotesi di rinnovo contrattuale per i dipendenti pubblici le polemiche restano roventi. L’intesa è stata definita in molti modi da chi ci ha creduto: accordo quadro, impegni per il governo e i lavoratori, una tappa decisiva dopo 7 anni di assenza di rinnovo, un positivo avvio per la definizione di nuove relazioni sindacali nel pubblico impiego. Per coloro che invece non ci hanno creduto, sia per la scelta del momento della firma, a ridosso del voto referendario, sia per i contenuti, si tratta o di una cortesia fatta a Renzi oppure un errore strategico commesso dalla triplice sindacale. Che qualche differenziazione vi fosse anche all’interno dei tre sindacati, lo si è capito già mercoledì sera, a ridosso della firma. La spia era l’uso di due superlativi: se per Susanna Camusso, leader della Cgil, la giornata era stata “lunghissima”, iniziata alle 11 e terminata intorno alle 19, per Anna Maria Furlan, segretaria della Cisl, era stata invece “bellissima”. Da una parte, dunque, un giudizio cauto, calibrato sulla fatica piuttosto che sul merito dell’intesa, dall’altro un aperto entusiasmo per il risultato ottenuto con la firma in calce ad un documento che, per la verità, per il modo in cui è stato redatto e per le caratteristiche politiche lascia spazio a molte perplessità e critiche.

Il teorema Madia-Furlan: l’intesa diventa “contratto firmato”. E la Madia la spaccia per “Intesa Robin Hood” 

Intanto, va detto subito che sul piano dei risultati, anche mediatici, pare abbia vinto il cosiddetto “teorema Madia-Furlan”, nel senso che l’intesa, o piuttosto la dichiarazione di intenti, è diventata ex abrupto “il rinnovo del contratto”. Il teorema era chiaro fin dall’inizio: l’annuncio della cosa diventa la cosa stessa. Ne sono testimonianza l’intervista della Madia a Repubblica e i due interventi della stessa Furlan, su Stampa e Unità. Entrambe parlano dell’intesa come se si trattasse del contratto già siglato nelle sue articolazioni. La ministra Madia lo definisce addirittura “Accordo Robin Hood”, usando una iperbole francamente fuori luogo. Marianna Madia parla dell’intesa esattamente come un contratto già siglato, confondendo le acque e immergendosi in quel trucco di cui Renzi è maestro: il trucco dell’annuncio della cosa, che diventa la cosa stessa. Ora, a quali ricchi questo “accordo Robin Hood” toglie denaro e averi per darli ai poveri? Avremmo capito la metafora o l’iperbole qualora il governo di cui fa parte avesse accettato di introdurre una tassa sui patrimoni, ma non l’ha fatto. Avremmo capito la metafora qualora il governo di cui fa parte fosse stato molto più severo sulla tassazione della cosiddetta voluntary disclosure, cioè sui grandi evasori fiscali. E avremmo capito la metafora qualora il governo di cui fa parte avesse scelto di non farsi sponsorizzare il sì nel referendum da grandi banche d’affari internazionali e da Confindustria. No, in questo caso, Robin Hood proprio non c’entra, e troviamo davvero paradossale che i tre sindacati firmatari non abbiano fatto osservare alla Madia di essere andata oltre, molto oltre, il senso dell’intesa. Ancora più oltre si spinge la Furlan, quando al giornalista della Stampa che le chiede se la scelta del momento non ingenerasse qualche sospetto, replica: “per me l’importante è il risultato”. Quale sia il risultato lo si vede leggendo direttamente il testo dell’intesa. Ci permettiamo di sollevare alcuni dubbi solidi proprio sul risultato. A meno che la Furlan non facesse riferimento a quel risultato mediatico di cui si parlava all’inizio: l’annuncio diventa la cosa annunciata.

La grancassa mediatica del Pd: “siamo felici per il rinnovo del contratto degli statali”. Ma di cosa parlano?

E che sia proprio così, che il sospetto dell’equivoco ingenerato ad arte dalle due signore, lo testimoniano le diverse decine di dichiarazioni e comunicate tutte provenienti dall’interno del Pd. Ne prendiamo due a caso, come una sorta di campione: quella dei senatori del Pd e quella della capogruppo Pd in Commissione Lavoro della Camera. Quest’ultima scrive in una nota: “La firma del rinnovo contrattuale per i dipendenti del pubblico impiego è una notizia molto positiva per le lavoratrici e i lavoratori e per il comparto nel suo insieme, che vede l’introduzione innovativa della premialità legata alla presenze e del welfare integrativo”. Ora che i senatori Pd e la capogruppo Pd in Commissione si dicano felici “per la firma sul rinnovo del contratto” che non c’è, muove davvero al riso, proprio per il superamento del minimo senso del ridicolo. Eppure, queste iniziative piddine fanno sorgere il sospetto che quel “teorema” dell’annuncio fosse in realtà una strategia, calcolata e mirata a spostare qualche centinaio di migliaia di lavoratori pubblici verso il sì nel referendum. Renzi ha fatto molta fatica ad allontanare lo spettro del sospetto, ma le cose stanno proprio così. Non è il contratto, ma solo un’intesa, un documento di quattro pagine, il cui incipit ricorda piuttosto il testo di un intervento convegni stico. E se lo si analizza più da vicino emergono limiti, buchi, elementi critici, e tutte le difficoltà cui andranno incontro i sindacati quando davvero la trattativa sul rinnovo entrerà nel vivo della discussione.

L’intesa nel merito suscita più di molte perplessità e critiche. Alcuni punti deboli

Molto si è detto e scritto sull’aumento degli 85 euro lordi. Ma come sono da intendersi? Come il “minimo sindacale” per tutti oppure si seguirà una sorta di “media ponderata” sulla massa salariale? E come saranno scaglionati? Su questi interrogativi cruciali nessuna risposta, né dalla Madia e nemmeno dalla Furlan. E molto si è detto e scritto sulle questioni più prettamente politiche sollevate dal testo dell’intesa. Esso infatti rinvia alla riforma di due leggi, la Brunetta e la 107 del 2015, quella che pomposamente Renzi definì della “Buona scuola”, e che invece si è rivelata pessima. Ora, a meno che non venga cancellato definitivamente da questa pessima riforma costituzionale, in Italia le leggi le fa il Parlamento, nella sua autonoma valutazione. Nel testo, invece, si impegna il governo a riformare le due decisive leggi propedeutiche a qualunque rinnovo contrattuale. Se non si emenda la Brunetta, resta il principio per cui la legge supera la contrattazione nazionale, mentre se non si emenda la 107, per il personale docente e Ata della scuola sarà difficile rinnovare il contratto soprattutto per la parte relativa alla contrattazione decentrata, ai bonus e allo strapotere dei dirigenti scolastici. Il governo può certo impegnarsi a riformare entrambe, ma con quali certezze? L’unica certezza che qui vediamo è la ferita alle prerogative istituzionali del Parlamento. Come si concilia infatti una maggioranza che prima vota la pessima legge sulla scuola e poi viene chiamata a riformarla perché impedisce il rinnovo dei contratti? Come si esce da questa evidente contraddizione politica e parlamentare? I senatori del Pd non lo dicono. Renzi non lo dice. Chi esulta per l’intesa se ne guarda bene dal rilevare questo semplice meccanismo istituzionale.

Come dicevamo all’inizio, e spiace dirlo, l’impressione è che l’intesa abbia rispecchiato più quel “teorema Madia-Furlan” tutto teso alla propaganda che una vera e propria linea guida per il rinnovo dei contratti. Si poteva, si doveva, fare di più e di meglio.

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