Referendum. Tre motivi (più uno) per votare no

Referendum. Tre motivi (più uno) per votare no

Cesare Beccaria: marchese di Gualdrasco e di Villareggio, grande giurista, ma anche filosofo, economista, letterato, uno dei massimi esponenti dell’Illuminismo italiano. Il suo “Dei delitti e delle pene”, analisi politica e giuridica contro la pena di morte e la tortura, è tra i testi più influenti della storia del diritto penale. Ispira il codice penale voluto dal granduca Pietro Leopoldo di Toscana; e i “Padri” fondatori degli Stati Uniti d’America, nella stesura di parte della Costituzione Americana, traggono insegnamento dal testo di Beccaria, che leggono in originale.

Scrive, tra l’altro: “Se l’interpretazione delle leggi è un male, egli è evidente esserne un altro l’oscurità che strascina seco necessariamente l’interpretazione, e lo sarà grandissimo se le leggi sieno scritte in una lingua straniera al popolo, che lo ponga nella dipendenza di alcuni pochi, non potendo giudicar da se stesso qual sarebbe l’esito della sua libertà, o dei suoi membri, in una lingua che formi di un libro solenne e pubblico un quasi privato e domestico”.

In sintesi, una legge deve essere comprensibile: dal presidente della Corte costituzionale e dal lattaio. Entrambi devono poter leggere il testo della legge e comprendere cosa significa. Il pregio dell’attuale Costituzione italiana è che si può trovare discutibile il contenuto dei singoli articoli, e anche l’intero suo complesso; ma non la si può accusare di oscurità. E’ scritto in un italiano da Accademia della Crusca. Infatti una delle preoccupazioni dei padri costituenti è stata appunto quella di redigere una Costituzione in linguaggio comprensibile.

Si prenda l’articolo 70, nella sua attuale formulazione. Recita: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Piaccia o no (a chi scrive piace molto, e pazienza se non sono in numerosa compagnia; ma se esiste il diritto di Appello nelle aule di giustizia, perché non analogo diritto nella formazione delle leggi?), è un testo chiaro, limpido, cristallino.

Ecco cosa diventa l’articolo 70 nella riforma proposta da Matteo Renzi e Maria Elena Boschi: “Art. 70. La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all’articolo 71, per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di senatore di cui all’articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma. Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all’esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L’esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all’articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all’articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d’intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all’esame della Camera dei deputati”.

L’ho chiesto una volta al presidente emerito della Corte Costituzionale (ed ex ministro della Giustizia) Giovanni Maria Flick, di tradurmi quell’articolo. Ha sorriso, allargato le braccia, ha scosso la testa. Bisogna essere dei sadici affetti da qualche mentale aberrazione, per poter anche solo pensare di inserire in Costituzione una roba del genere. Non fosse altro che per questo, NO, cento, mille volte NO. Un altro grande giurista (ma anche politico e letterato), quel Piero Calamandrei che per anni ha condotto con la sua rivista “Il Ponte” memorabili battaglie di civiltà e progresso, durante i lavori preparatori della Costituzione letteralmente “detta” le indicazioni affinché la Carta sia al sicuro dalle conseguenze politiche della tensione che saliva tra i grandi partiti popolari ex alleati nei giorni della Liberazione. Ha cura di sillabare: “Nella preparazione della Costituzione, il governo non deve avere alcuna ingerenza… nel campo del potere costituente, il governo non può avere alcuna iniziativa, neanche preparatoria…Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti…”.

Altri toscani, evidentemente, diversi, opposti da quelli attualmente in circolazione. Tra un Calamandrei o un Renzi-Boschi, direi non ci sia partita. Chi sostiene la necessità del SI a queste riforme spiega che tra gli altri “benefici”, si potrà con maggiore facilità e celerità legiferare, evitando il ping pong attuale. Di quale ping pong si parla non è ben chiaro, dal momento che le Camere per la massima parte del loro tempo sono impegnate nel votare decreti del governo, che quando giungono a scadenza non vengono discussi più di tanto, perché i tempi sono, da regolamento, contingentati, e comunque quando si viene messi alle strette, si pone la fiducia e così la questione si risolve. Non sono i tempi parlamentari, il problema, piuttosto i regolamenti attuativi; ma qui non c’entra né il Senato né la Camera dei Deputati. Qui c’entrano i “tecnici” dei ministeri. Sono loro i veri “dominus”, monocameralismo o bicameralismo c’entrano come i proverbiali cavoli a merenda. Ad ogni modo, davvero fosse il Senato e il regime bicamerale la palla al piede del Governo, che impedisce di sfornare nuove leggi, ecco un motivo in più per votare NO: l’Italia è il paese delle 250mila e passa leggi. Se si potesse evitare di farne di nuove, sarebbe tanto di guadagnato per tutti.

Tre motivi per tracciare NO mi paiono più che sufficienti, senza andarne a cercare di altri, che pure se ne possono trovare senza sforzi eccessivi. Ci sono poi queste continue, ripetute, perfino fastidiose. sollecitazioni a votare SI, che giungono da ovunque: uno zelo asfissiante, che giustifica sospetti. Anche questi insistenti inviti a votare SI, si traducono, in definitiva in altrettanti buoni motivi per votare NO.

  

Share

Leave a Reply