Elezioni Usa. L’ultimo confronto televisivo del 19 ottobre si annuncia al veleno per Trump e Hillary Clinton. Ognuno dei due pare avere tanti scheletri negli armadi

Elezioni Usa. L’ultimo confronto televisivo del 19 ottobre si annuncia al veleno per Trump e Hillary Clinton. Ognuno dei due pare avere tanti scheletri negli armadi

A poco meno di tre settimane dal voto (8 novembre), la campagna per le presidenziali statunitensi non registra significative novità. Sempre che non si voglia dare più peso di quello che merita all’ultima boutade di Donald Trump, che invoca l’antidoping per Hillary Clinton. Scottato dalle sconfitte che (per giudizio unanime) ha subìto nei primi due confronti televisivi, il candidato repubblicano chiede che per il terzo (19 ottobre) si proceda al controllo antidoping per i due partecipanti. Trump sostiene che se si fa il test per gli sportivi, lo si deve fare anche per gli aspiranti alla Casa Bianca. Con la differenza che gli sportivi il test lo fanno dopo la gara, mentre Trump chiede che lo si faccia prima del dibattito. E se Hillary risulta imbottita di stimolanti – come suppone Trump – che si fa? Si annulla il dibattito? Si squalifica la concorrente dopata?

L’attesa per il confronto del 19 ottobre è alta. Nei primi due, come si è detto, ha prevalso Hillary, più marcatamente nel primo. E l’effetto di queste performances, seguite da milioni di telespettatori, non è stato insignificante, se è vero che immediatamente dopo, la candidata democratica ha accentuato, secondo i sondaggi, il vantaggio che già aveva su Trump. Questi, che già nel secondo dibattito aveva mostrato più aggressività che nel primo, affida al terzo round le possibilità di una rimonta, che per ora – a parte l’istituto Rasmussen – la generalità dei sondaggisti americani gli nega. Dopo la minaccia del carcere (“Se divento presidente, la faccio processare”), ora Trump accusa Hillary Clinton di uso di sostanze proibite. Se sono questi i colpi bassi di cui si parla assai sui media americani, è probabile che non scalfiscano più di tanto i convincimenti consolidati.

Più insidiosa probabilmente si presenta per Hillary la minaccia che viene dal web. Wikileaks insiste nella pubblicazione di email che, per vari aspetti, possono mettere in difficoltà l’ex segretario di Stato. In queste migliaia di email, la Clinton risulta beneficiaria di compensi lauti, sin qui tenuti segreti, per discorsi e conferenze. Emerge anche l’aperto appoggio datole dal partito democratico a scapito di Sanders (che tuttavia non le ha fatto mancare il suo sostegno). Il timore, fondato, è che altre rivelazioni, in un pesante crescendo, possano seguire, provocando effetti che finora non si sono avuti.

Ma la battaglia via web non finisce qui e assume un rilievo internazionale nel momento in cui Obama accusa apertamente Mosca di pesanti interferenze nella campagna presidenziale americana con incursioni hacker e con la trasmissione a Wikileaks di materiale riservato. Il presidente USA avrebbe anche ordinato alla CIA di predisporre una controffensiva cyber, rendendo pubbliche informazioni imbarazzanti per Putin abbattendo le difese informatiche del Cremlino o in altro modo ancora.

Il vicepresidente Joe Biden è stato abbastanza esplicito: “Stiamo mandando un messaggio a Putin. Lo faremo nei tempi che sceglieremo e sotto le circostanze che avranno l’impatto più grande”. Washington appare determinata, ma la reazione di Mosca è stata rabbiosa: il portavoce del Cremlino Peskov ha dichiarato: “Le minacce dirette contro Mosca e la leadership del nostro Stato sono senza precedenti, perché sono espresse a livello del vice presidente degli Stati Uniti”. E l’ambasciatore Churkin ha definito i rapporti USA-URSS al livello peggiore dal 1973. Un vero clima da guerra fredda. Questa cyberbattaglia potrebbe risultare un fattore decisivo nelle ultime tre settimane di campagna elettorale.

A proposito delle rivelazioni di Wikileaks su Hillary, una di queste merita un siparietto quasi comico. In una conferenza svoltasi nell’ottobre del 2013, la candidata democratica avrebbe detto all’uditorio che tre anni prima era stata costretta a un affannoso giro di smentite, dopo che Wikileaks aveva reso noti migliaia di rapporti diplomatici. In questo che la Clinton ha definito Apology Tour, in realtà era stata costretta a smentire rapporti che erano assolutamente veri. Fra le smentite fasulle che aveva dovuto imbastire ce n’era anche una che riguardava Berlusconi, il quale si era lamentato piangendo (testuale) e che Hillary aveva insinceramente confortato, smentendo i rapporti diplomatici, mentre in realtà il suo giudizio sull’allora premier italiano è che si trattava di un uomo “inetto, vanitoso e non efficace come leader moderno”. Per tacere dei sospetti di corruzione.

Ma se Berlusconi, come dicevano i rapporti diplomatici, “ha una passione per divertirsi in maniera pesante”, Donald Trump non è da meno. Anzi. Se infatti l’ex primo ministro italiano organizzava “cene eleganti”, Trump non perde occasione. Ovunque. Da noi passerebbe per un pomicione da metropolitana. Non passa giorno che l’elenco delle donne che dicono di essere state molestate da Trump non si allunghi. Le ultime arrivate sono: Cathy Heller (tentò di baciarmi), Summer Zervos (mi toccò dappertutto), Kristin Anderson (mi mise le mani sotto la minigonna), Natasha Soynoff (molestata in un resort). Tutte donne in cerca di facile pubblicità, come sostiene Trump (e in qualche caso, con perfidia, sottolinea che alcune di loro non erano per nulla attraenti)? E’ possibile, ma la personalità dell’uomo e il famoso video reso pubblico il 7 ottobre lasciano pochi dubbi circa la mentalità e l’atteggiamento sessista di Donald. Il quale Donald peraltro non viaggia bene nei sondaggi, ma non ha mai subito tracolli in seguito alle rivelazioni di questi tratti “eccessivi” del suo temperamento. Il suo zoccolo, comunque tiene. La media dei sondaggi (resa nota da RealClearPolitics) vede Hillary Clinton in vantaggio di oltre cinque punti (44,4 a 39,1). Per alcuni istituti (Fox News) il vantaggio è ancora più netto (49 a 41). Fa eccezione, come si diceva, Rasmussen Reports, che nell’ultimo rilevamento (13 ottobre) assegna a Trump due punti di vantaggio (43 a 41).

 Peraltro, oltre al dato generale relativo al consenso per i due candidati, non vanno trascurati due aspetti importanti. Il primo è che vince non chi ha più voti in assoluto, ma chi conquista più delegati, chi supera quota 270. E i delegati sono espressi stato per stato, per cui decisivo potrebbe essere l’esito in quegli stati dove il divario fra i due candidati è minimo. Infine c’è il ruolo dei candidati di disturbo, due soprattutto: Gary Johnson, leader dei libertariani (liberisti e antistatalisti sfrenati) e Jill Stein (verdi). Il primo, che l’istituto Rasmussen accredita di un incredibile 6% potrebbe dar fastidio a Trump; la seconda (2 %) danneggerebbe la Clinton. Non dimentichiamo che nel 2000, uno dei fattori decisivi per la sconfitta di Al Gore (oltre ai brogli in Florida) fu la presenza dell’ambientalista Ralph Nader, i cui tre milioni di voti furono in gran parte sottratti al candidato democratico.

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