Caso Regeni. “Presa diretta” rilancia dubbi, ombre e interrogativi sull’omicidio del giovane ricercatore al Cairo

Caso Regeni. “Presa diretta” rilancia dubbi, ombre e interrogativi sull’omicidio del giovane ricercatore al Cairo

Colpiscono, veramente colpiscono l’estrema compostezza, la fermezza con le quali Paola e Claudio Regeni vivono da sette mesi il dolore per la scomparsa e la morte (e che atroce morte!) del loro Giulio, scomparso al Cairo il 25 gennaio e ritrovato cadavere lungo una strada il 3 febbraio. Mentre l’inevitabile rito della rimozione e della dimenticanza prende la scena del caso Regeni, come di tanti precedenti casi – misteriosi e non – della politica, mentre l’iniziale indignazione lascia via via il posto a una non dichiarata ma quasi fisiologica rassegnazione, diamo atto a Riccardo Iacona di un eccellente lavoro giornalistico, che ci ha fatto rivivere ieri sera a “Presa diretta” la tremenda vicenda del giovane ricercatore italiana, ricostruendola con minuzia di dettagli e arricchendola di preziose e inedite testimonianze. Il merito principale dell’inchiesta – condotta con grande determinazione da Giulia Bosetti – è stato quello di aver riproposto nella sua interezza una storia che – al di là delle dichiarazioni di circostanza – sta precipitando nel buco nero dell’oblio. E di questo siamo grati a “Presa diretta”.

Che cosa emerge da questa inchiesta? Che Giulio è stato fin dall’inizio sospettato di essere una spia; che per questo è stato seguito, pedinato, controllato, intercettato di continuo; che nella sua ricerca sui sindacati degli ambulanti (commissionatagli dall’Università di Cambridge) è entrato in contatto con molte persone, alcune delle quali probabilmente infide o doppiogiochiste; che, pur sapendo di correre dei rischi, non pensava di essere oggetto di tante attenzioni; che è stato sequestrato dai servizi egiziani, interrogato e torturato per vari giorni (e sulla crudeltà delle torture, agghiaccianti particolari sono stati forniti dall’ex collonello dei servizi, Afifi); che non ha confessato nulla perché non aveva nulla da confessare; che alla fine è stato assassinato e che la responsabilità del crimine se la sono rimpallata vari spezzoni dei servizi di sicurezza egiziani. Tutto questo, per la verità, lo si era capito da tempo. Ma l’inchiesta ha corredato lo svolgimento del racconto con molte interviste, raccolte al Cairo, in Italia, negli Stati Uniti, in Turchia e in Gran Bretagna, che fanno definitivamente giustizia della serqua di depistaggi, che fin dal primo giorno sono stati congegnati al Cairo. Ma soffermiamoci su alcuni aspetti, messi in particolare evidenza dall’inchiesta.

L’accanimento su Giulio: uno dei 544 casi 

Ci si chiede se valesse la pena accanirsi tanto, dal pedinamento ossessivo all’assassinio, su un ragazzo italiano, del quale era chiaro fin dall’inizio un ingenuo ma non cospirativo svolgimento di una missione universitaria. La risposta fornita da uno dei personaggi intervistati è di una disarmante crudezza: “Regeni? E’ solo uno dei 544 casi di sparizione e morte che registriamo al Cairo”. Colpisce la fredda, quasi rassegnata contabilità. E anche lo stupore per l’interesse occidentale verso un singolo caso. La normalità dell’abuso di potere, della violazione delle più elementari norme di civiltà, è ricorsa in parecchie delle altre testimonianze raccolte. E onore ai cairoti – giornalisti o oppositori del regime – che hanno accettato di farsi intervistare e riprendere.

La reticenza di Cambridge

Ma Giulio non era in vacanza in Egitto né stava compiendo la ricerca sui sindacati degli ambulanti per impulso personale. Era stato inviato al Cairo dall’Università di Cambridge, presso la quale svolgeva il dottorato. Che tipo di tutela, di copertura gli ha fornito la prestigiosa università inglese? Qui la risposta è deludentissima. A un generico compianto iniziale, è seguita – e prosegue – una fredda chiusura a ogni tipo di collaborazione. Giulio è morto mentre era impegnato nella ricerca, eppure a Cambridge negano che la sua missione fosse pericolosa. “Una ricerca standard” dicono. E la sua tutor, Maha Abdelrahman, ha rifiutato di essere interrogata dalle autorità inquirenti italiane e di essere intervistata. Perché questa reticenza? E perché il governo inglese non sollecita l’università a collaborare?

Il ruolo di Al Sisi 

Un delitto di regime? L’insieme delle testimonianze raccolte non lascia molti dubbi in proposito. Si è cercato di accreditare – quando il gioco delle bufale a ripetizione (incidente stradale, droga, omosessualità, banda di rapinatori…) si faceva insostenibile – l’estraneità del governo egiziano, che sarebbe anche esso vittima di faide incontrollabili all’interno dei servizi. Su questo le testimonianze raccolte convergono. Al Sisi era informato fin dal primo momento del sequestro di Giulio. E l’ordine del suo arresto sarebbe partito proprio da lui. “Se Al Sisi” ha argomentato l’ex colonnello Afifi “avesse tentato di scaricare la responsabilità su qualche improvvido funzionario, questi avrebbe immediatamente accusato il suo superiore e, risalendo nella catena gerarchica, si sarebbe arrivati al capo dello stato”. Per inciso, Afifi è l’autore del post che il giorno successivo al ritrovamento del corpo, ricostruiva con estrema precisione la vicenda del giovane italiano. Le fonti di Afifi sono dirigenti dei servizi, con i quali egli è rimasto in contatto anche dopo la sua fuga. E la sua ricostruzione, con poche differenze, è confermata anche sia dalle lettere anonime pervenute a Repubblica sia delle testimonianze di dirigenti dell’opposizione. Una domanda: perché Afifi, che dichiara la massima disponibilità a parlare, non è ancora stato interrogato dalla magistratura italiana?

Lucio Barani 

Ma c’è chi in Italia crede all’innocenza di Al Sisi. Poche settimane fa, il dinamico senatore Lucio Barani è andato in missione in Egitto con alcuni imprenditori e ha colto l’occasione per disvelarci la verità. “Al Sisi” ha dichiarato “è vittima come Renzi di un complotto”. Quale complotto? Sciocchezze in libertà, unicamente per affossare l’inchiesta e rivendicare con forza la riapertura dei rapporti bilaterali fra Italia ed Egitto: rapporti che sono timidamente congelati con il mancato insediamento del nuovo ambasciatore Cantini (quello precedente, Massari, è stato richiamato perché era troppo “cattivo”). Su Barani è facile ironizzare, per le sue volgarità parlamentari (e come dimenticare che quando era sindaco di Aulla faceva apporre sulle targhe d’ingresso al paese la scritta “comune didipietrizzato” e faceva erigere monumenti al martire Bettino Craxi?), ma è un signore che fa parte della cospicua e decisiva pattuglia verdiniana che sostiene il governo. Cosa aspetta Renzi a svergognare il senatore Barani?

I rapporti diplomatici e quelli commerciali 

Il nodo in fondo è ancora e sempre quello degli interessi economico-commerciali. L’Italia – come ha ricordato l’inchiesta di “Presa diretta” – è il terzo partner commerciale dell’Egitto e il volume degli scambi ammonta a sei miliardi di euro all’anno. Chi si può permettere, in economia di mercato, di sacrificare questa ricchezza in nome del diritto e della libertà? Barani ha il merito di dirlo apertamente, sfrontatamente. Ma sono molti in Italia che ne condividono, senza dirlo, il punto di vista. Renzi, che alcuni mesi prima del crimine, aveva dichiarato in una intervista ad Al Jazeera (impietosamente riproposta ieri sera) che “Al Sisi è un grande leader”, dovrebbe non solo riprendere con vigore l’impegno iniziale, ma sconfessare i vari Barani e sollecitare un impegno della Unione europea, fin qui quasi del tutto assente.

Il governo italiano 

La sede diplomatica del Cairo resta vuota. Ma per quanto tempo? Per quanto tempo ancora la finzione di una freddezza diplomatica reggerà al peso della pressione economica? “Dal governo italiano ci aspettiamo un impegno per la verità” hanno dichiarato i genitori di Giulio. Lo dicono, convinti, ancora fiduciosi, anche se il trascorrere del tempo (il grande alleato di ogni delitto) sembra inesorabilmente seppellire questa possibilità.

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