Hollande invita all’Eliseo i leader socialdemocratici europei. Ma l’unico che ha parlato di politica è stato Tsipras (da “osservatore”)

Hollande invita all’Eliseo i leader socialdemocratici europei. Ma l’unico che ha parlato di politica è stato Tsipras (da “osservatore”)

Francois Hollande ha invitato sabato all’Eliseo i leader socialdemocratici europei per una sorta di “messa a punto” delle iniziative da assumere sulla crescita, sulla creazione di posti di lavoro e per “far tornare la speranza nelle nuove generazioni”. Tra gli invitati, oltre a Matteo Renzi, vi erano il vicecancelliere tedesco e leader della Spd, Sigmar Gabriel, il presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, e il premier greco Alexis Tsipras, ma solo come “osservatore”, non essendo Syriza partito aderente al Pse.

“I socialdemocratici devono rispondere alle emergenze”, ha detto Hollande, con qualche esaltazione retorica, “e preparare il future dell’Europa”. Cosa ciò voglia dire, Hollande lo ha precisato così: “vi saranno certamente iniziative da assumere dopo il referendum britannico”, la cosiddetta Brexit, “qualunque decisione là sarà presa, anche se noi ci auguriamo che la Gran Bretagna resti nell’Unione Europea”. Il referendum britannico si terrà il prossimo 23 giugno, e sarà un appuntamento decisivo. Hollande ha poi affermato che l’eurozona, della quale però la Gran Bretagna non fa parte, deve spingere di più per l’armonizzazione, per il rilancio degli investimenti nell’energia verde e nella tecnologia digitale, e deve fornire ai suoi cittadini sicurezza e speranza. E ha ricordato che soprattutto nei paesi dell’Europa meridionale a 19, il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli troppo elevati.

Il premier Renzi ha prima invitato tutti gli altri leader socialdemocratici a Roma dopo il referenduma britannico, poi ha detto: “mi sembra che in Europa il clima stia cambiando, e dobbiamo continuare a lavorare. Per troppo tempo l’Europa è stata percepita solo come il luogo dell’austerità, un luogo senza speranza, senza crescita”. A sua volta, Alexis Tsipras ha tuttavia contribuito con un’analisi politica della fase storica europea: “le forze progressiste devono promuovere il bisogno di tornare ai valori fondativi dell’Europa, che sono la solidarietà, la democrazia, la coesione sociale, ma devono anche costruire un muro, una barriera, contro le politiche economiche che preparano il terreno a quella estrema destra che oggi minaccia il future dell’Europa”. Hollande ha infine chiesto che l’Europa “si assuma le sue responsabilità” nelle crisi mondiali, senza attendere che venga eletto il nuovo presidente degli Stati Uniti per l’anno prossimo.

Intanto, mentre i leader socialdemocratici si parlavano quasi tutti in modo autoreferenziale, tranne Tsipras, giungevano a Parigi gli echi di una pericolosa manifestazione dell’estrema destra a Berlino, nell’imminenza di un voto importante in alcuni decisivi lander tedeschi. Tra gli slogan della manifestazione, l’invito alla Merkel di andarsene e “il popolo siamo noi”. I manifestanti di estrema destra hanno dato vita a cori razzisti contro gli immigrati e contro le politiche di accoglienza di cui è stata protagonista proprio Angela Merkel, con una punta record di un milione e centomila immigrati e profughi registrati nel 2015.

Il pericolo di una nuova estrema destra forte, xenofoba e anti-islamica, non a caso è stato al centro del discorso di Tsipras, che ha avvertito i suoi colleghi che è necessario fare fronte comune per dare soluzione alla crisi dei migranti. La notizia di un’ascesa di forze della destra più oltranzista in ogni parte d’Europa, ha poi detto Tsipras, è “una minaccia reale” contro l’Europa, e le sinistre devono fare di tutto per rendere concrete e urgenti le misure politiche per contrastarla. Si tratta, ha detto ancora Tsipras, “di forze che costruiscono muri di filo spinato e creano una pessima atmosfera”, in riferimento anche ad alcuni capi di stato europei, dall’Ungheria alla Macedonia, alla Slovacchia e alla Repubblica Ceca.

La questione “tedesca” è diventata talmente centrale e cruciale da costringere il vicecancelliere Gabriel a chiarire che una eventuale vittoria del partito nazionalista tedesco AfD, Alternative fur Deutschland, nelle elezioni regionali di domenica non cambierà le politiche del governo di Berlino sui migranti. E, ha aggiunto Gabriel, con quale ottimismo di maniera, anche se i sondaggi “possono dare qualche vantaggio ad AfD, una larga maggioranza di elettori continueranno a scegliere i partiti democratici”. Dunque, ha concluso Gabriel, è “inutile farsi prendere dal panico”. E ha concluso: “c’è una posizione chiara nella quale crediamo fermamente: umanità e solidarietà. Non cambieremo la nostra posizione perché il 10 per cento dei radicali di estrema destra lo pretende”. Ovviamente, Gabriel spera in una forte partecipazione al voto di domenica.

Cosa resterà di questo incontro e a cosa davvero sia servito, lo vedremo nei prossimi giorni, quando avrà luogo il confronto sull’osceno accordo con la Turchia, già fortemente stigmatizzato da molte organizzazioni umanitarie, che ne hanno sottolineato rischi e limiti e lacune. L’impressione, tuttavia, è che anche nell’incontro di sabato all’Eliseo, è emersa la crisi del socialismo europeo, privo di un programma comune, di un’intesa culturale, e soprattutto incapace di mettere un argine agli egoismi nazionali.

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