Legambiente: le aree urbane pagano i costi maggiori del cambiamento climatico. Una sfida per le città

Legambiente: le aree urbane pagano i costi maggiori del cambiamento climatico. Una  sfida per le città

Le città rappresentano il cuore della sfida contro i cambiamenti climatici che  creano gravi danni in tutto il mondo. Questo vero e proprio grido di allarme arriva dal dossier di Legambiente, presentato a Roma, messo a punto in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Non a caso il dossier è intitolato “Le città italiane alla sfida del clima” e analizza con analisi e dati le gravi conseguenze provocate dal cambiamento climatico cui devono essere date risposte all’altezza della situazione. Alla conferenza stampa hanno partecipato la presidente nazionale di Legambiente Rossella Muroni e il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti. Secondo gli esperti dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), infatti, saranno, ed in parte lo stanno già facendo, proprio le aree urbane a pagare i costi sociali maggiori del “global warming”, in particolare quelle situate nell’area del Mediterraneo. È importante intervenire per prima cosa a livello cittadino, poiché è all’interno delle aree urbane che si produce la quota più rilevante di emissioni, le quali: influenzano il variare dei fenomeni metereologici, provocano gravi danni a edifici e infrastrutture e, come se non bastasse, mettono a serio rischio le vite umane.

In Italia deve diventare una priorità nazionale. Colpite infrastrutture ed  edifici

Le città rappresentano dunque il cuore della sfida contro il clima in tutto il mondo.In Italia sono diverse le ragioni per cui l’adattamento al clima deve diventare una priorità nazionale. L’81,2% dei rischi comuni ha come causa principale il rischio idrogeologico, con quasi 6 milioni di persone che ci vivono. Questo dossier evidenzia come molte grandi città italiane hanno visto ripetersi negli anni fenomeni meteorologici estremi che hanno provocato danni alle infrastrutture e agli edifici e provocato morti e feriti. Tra il 1944 ed il 2012 sono stati spesi 61,5 miliardi di euro solo per i danni provocati dagli eventi estremi nel territorio italiano. Secondo i dati di “Italia sicura”, l’Italia è tra i primi Paesi al mondo per risarcimenti e riparazioni di danni da eventi di dissesto: circa 3,5 miliardi all’anno dal 1945 in poi. Dal 1950 ad oggi abbiamo contato 5.459 vittime in oltre 4.000 eventi tra frane e alluvioni. Secondo i dati del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), dal 2010 al 2015, 101 sono i comuni italiani dove si sarebbero registrati impatti rilevanti legati a fenomeni atmosferici estremi, manifestatisi attraverso 204 eventi catastrofici tra allagamenti, frane, esondazioni, causando gravi danni alle infrastrutture e al patrimonio storico. Le sole inondazioni avrebbero provocato la morte in Italia di 140 persone, costringendo all’evacuazione oltre 32mila cittadini, mentre sono stati 50 i giorni di stop a metropolitane e treni urbani nelle principali città italiane: 24 giorni a Roma, 10 giorni a Milano, 6 a Genova, 7 a Napoli, 3 a Torino. Altri 41 giorni di problemi di circolazione ferroviaria si sono registrati a Firenze (4 giorni), Bologna (4), Bari (5), Venezia (6), Reggio Calabria (8), Palermo (5), Catania (7) e Cagliari (2).
Nello stesso periodo, sono stati 43 i giorni di blackout elettrici dovuti al maltempo (5 nel 2015, 7 nel 2014, 7 nel 2013, 10 nel 2012, 6 nel 2011 e 8 nel 2010): da Lecce a Biella, da Catania a Grosseto, da Padova a Lesina, a Cortina e il Cadore, alla Sardegna. Il 4 febbraio 2012, in particolare, sono state 4 le regioni con 120.480 utenze senza elettricità: 95.000 nel Lazio, 7.480 in Abruzzo, 5.800 in Molise e 12.200 in Campania.

Il resoconto dei disagi causati da fenomeni atmosferici. Eventi estremi registrati a Roma

Nel dossier, mediante una mappa interattiva, è stato fornito un preciso resoconto sui disagi causati dai fenomeni atmosferici nelle principali città d’Italia, colpite nell’arco di questi 5 anni (2010-2015).

A Roma, sono ben 15 gli eventi estremi registrati sulla mappa del rischio climatico. La metro si è allagata in diverse stazioni per 9 volte, in particolare enormi disagi si sono registrati nelle fermate di “Colli Albani”, “Porta Furba”, “Anagnina”, “Arco di Travertino”, “Flaminio”, “Manzoni” e “Lepanto” (linea A). Non è andata meglio alla linea B della metro che si è allagata in 6 occasioni in ben 9 delle sue fermate: le zone di Termini e Castro Pretorio le più colpite, ma anche Garbatella, Piramide, Magliana, San Paolo, Bologna, Annibaliano e Laurentina hanno riportato disagi e danni. Anche le linee ferroviarie ad alta frequenza, quelle dei pendolari, hanno subito ritardi, danni ed allagamenti in ben 7 occasioni (3 volte sulla Roma Lido, 2 sulla Roma Viterbo e 2 sulla tratta Roma Fiumicino). Eventi meteorologici estremi hanno causato anche black out che hanno generato ritardi e disagi: il 19 Settembre 2011 è stata interrotta la circolazione sulla linea A della metro e sulla linea ferroviaria metropolitana tra Ponte Galeria e Fiumicino; l’11 Novembre del 2012 il black out ha riguardato la stazione della Metro A Manzoni. Anche la stazione Termini ha spesso subito allagamenti (il 7 luglio 2013 con chiusura delle due metropolitane, nell’ottobre 2011 della linea A tra Termini e Colli Albani).

A Milano temporali e esondazioni, il Seveso, bloccano le metropolitane

A Milano, il 18 settembre 2010 un forte temporale e l’esondazione del fiume Seveso hanno portato a fermare le metropolitane di Milano: un treno della linea M3 è stato fortemente danneggiato con danni stimati pari a 300 milioni di euro. Episodi di esondazione si sono ripetuti anche nel 2011, 2012, 2013. Il 2014 è stato un anno nero per quanto riguarda la mobilità milanese: il 25 giugno la tracimazione del Seveso ha portato a chiudere la linea 4 della metropolitana. Il primo Luglio è stata la fermata della metropolitana M5 Istria ad essere chiusa per allagamento mentre l’8 Luglio una nuova esondazione ha causato l’allagamento di molte zone della città; Autobus e tram hanno avuto percorsi deviati con traffico paralizzato e chiusura della stazione Istria M5. Anche il 16 e 17 novembre del 2014 l’esondazione del Seveso e del Lambro ha portato alla chiusura della fermata Zara (M3 ed M5), e delle stazioni Istria e Marche (M5). Chiuse anche stazioni della M2 tra Famagosta e Assago Forum. Sospesa la circolazione tra Centrale e Maciachini sulla linea gialla. La linea S5 ha terminato le sue corse a Porta Garibaldi, mentre i treni S6 sono stati cancellati nella tratta Treviglio-Pioltello. Nel dicembre 2014 la chiusura della metro è stata necessaria a causa della risalita in superficie della falda, con allagamenti in buona parte della linea M3 e chiusura di 8 fermate. Il 2015 è cominciato con la chiusura della linea M2, mentre a fine Gennaio la falda ha allagato le gallerie. Il 16 Marzo, in seguito a piogge intense si è allagata la fermata Pasteur della linea M1.

Il dossier prosegue  fornendo un quadro di tante  città italiane, dei disastri provocati  da gelate, piogge, esondazioni. C’è stato un cambiamento nella quantità e intensità dei fenomeni di pioggia, che sempre più spesso si concentra in pochi minuti . C’è bisogno di attivare un sistema di risposta più efficace, in base alle caratteristiche dei diversi territori, condizionati non solo da fenomeni di dissesto idrogeologico ma anche da una gestione disinvolta del consumo del suolo, dell’edilizia o della rete di smaltimento delle acque.

Serve un cambio radicale nelle scelte urbanistiche dei comuni fermando il consumo di suolo

Dice il Presidente Nazionale di Legambiente: “Serve un cambio di passo nelle politiche, con piani di intervento e risorse per l’adattamento al clima, come ci chiede anche l’Unione Europea, ma urge anche un cambio radicale delle scelte urbanistiche da parte dei Comuni, per mettere in sicurezza le aree più a rischio attraverso interventi innovativi, fermando il consumo di suolo e riqualificando gli spazi urbani, le aree verdi e gli edifici per aumentare la resilienza nei confronti di piogge e ondate di calore. Senza dimenticare che, come sta avvenendo in questi giorni, la mancanza di piogge legata ai mutamenti climatici incide sulle concentrazioni di inquinanti e smog nelle nostre città. L’esatta conoscenza delle zone urbane a maggior rischio è allora molto utile per pianificare e ottimizzare gli interventi durante le emergenze e per indirizzare l’assistenza, oltre che per realizzare interventi di adattamento che reintroducano alberi e prati al posto di superfici asfaltate, favorendo il naturale deflusso delle acque nella falda rivestendo i tetti con vegetazione o materiali riflettenti”. Il ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti, richiama l’ accordo raggiunto alla Cop21 di Parigi che passa in Italia per la lotta al dissesto idrogeologico ma anche da una nuova cultura ambientale, che ci allontani da un passato di disinteresse verso il territorio, di spreco dissennato della risorsa suolo e di scempi edilizi. Riadattare le nostre città e le nostre abitudini a una nuova condizione climatica – conclude – è una sfida epocale che deve coinvolgere tutti: dalla politica agli imprenditori, a ciascun cittadino”.

Le alte temperature provocano danni alla salute, agli anziani in particolare

E se questi sono gli impatti più tangibili e visibili, non meno rilevanti sono state anche le ripercussioni in ambito sanitario, dovuti alla maggiore frequenza e intensità delle ondate di calore.
Numerose ricerche hanno infatti dimostrato come le alte temperature e la salute della popolazione siano due fenomeni tra loro associati, come il primo sia la causa scatenante e il secondo ne sia la conseguenza. Vi sono in particolare categorie di soggetti deboli, a rischio, ad esempio gli anziani che vivono in ambiente urbano, i quali devono ricorrere a precauzioni aggiuntive per evitare di cadere vittima di continue malattie.

Gli studi realizzati dal Dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario nazionale della Regione Lazio evidenziano dati preoccupanti relativi alle città italiane: durante l’estate 2015, le temperature superiori alle medie nel periodo di luglio nelle città del Nord e del centro ( associate ad elevati tassi di umidità hanno aumentato il disagio termico della popolazione. L’effetto è stato un aumento della mortalità giornaliera nella popolazione con età superiore ai sessantacinque anni nel mese di luglio

Occorre elaborare Piani clima delle città creando quartieri vivibili

Per Legambiente una politica idonea a ridurre rischi e impatti deve prevedere l’elaborazione di Piani clima delle città, cioè provvedere ad uno strumento che consenta di individuare le aree a maggiore rischio, in modo da rafforzare la sicurezza dei cittadini, anche in collaborazione con la Protezione civile, e da provvedere all’adattamento dei fiumi, delle infrastrutture, dei quartieri. Dare priorità alle aree urbane particolarmente a rischio, da Genova a Messina, a Roma, nelle quali occorre elaborare subito i Piani Clima, in modo da selezionare gli interventi più urgenti e di progettarli con un approccio nuovo, adeguato a sfide complesse. Il Ministero dell’Ambiente dovrebbe svolgere un ruolo di indirizzo e di coordinamento rispetto all’azione dei Comuni di indirizzo,  in modo  da poter individuare gli interventi prioritari da realizzare attraverso cofinanziamenti nazionali e regionali, ma anche comunitari, come é previsto da fondi strutturali 2014-2020  che  corrono il rischio di rimanere inutilizzati in assenza di chiare strategie e di una attenta regia. Nel dossier sono riportati inoltre degli esempi di interventi di adattamento operati a Copenaghen, a Bologna e ad Anversa per dimostrare come sia possibile realizzare progetti capaci di dare risposta ai rischi climatici in una prospettiva di miglioramento della vita nelle città: mettendo in sicurezza un fiume, restituendo spazi alla natura e alla fruizione dei cittadini, creando quartieri vivibili anche quando le temperature crescono, grazie agli alberi e all’acqua, a materiali naturali che permettono di ridurre l’effetto isole di calore.

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