Da nord a sud un sistema industriale a un passo dal collasso e migliaia di posti di lavoro appesi ad un filo

Da nord a sud un sistema industriale a un passo dal collasso e migliaia di posti di lavoro appesi ad un filo

Da nord a sud, passando per il centro del Paese, l’Italia è ormai un campo di battaglia. Migliaia i posti di lavoro persi, le aree di crisi conclamate e quelle che lo stanno per diventare, e poche le prospettive di sviluppo, finalizzate a recuperare il gap tra quanto perso e quanto incassato con il jobs act e le altre misure, decisamente ancora insufficienti, messe in campo dal Governo. Renzi, in ogni occasione pubblica mostra ottimismo, parla diu palude superata, ma la realtà delle cose, purtroppo, è ben altra. Si parte dai grandi equivoci come quello dell’Ilva, che in queste ore vede protagonisti i lavoratori di Cornigliano nel genovese, che contestano la mancanza di prospettive e quella che viene definita la vendita al buio di questo patrimonio nazionale. A partire dallo scorso 10 gennaio, imprese, gruppi nazionali e non, potranno manifestare il loro interesse all’acquisizione non solo dell’Ilva, ma anche delle società satellite.

L’affare miliardario della vendita di Ilva diventa un incubo per migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto

Parliamo di una affare miliardario. Di una torta che vede messi sul banco delle vendite industrie storiche come quella di Taranto. Un colosso nazionale che è ancora leader della produzione siderurgica, non solo italiana. Quanto agli impianti genovesi, dove in queste ore è scattata la protesta, si contesta al governo la messa in discussione dell’accordo, raggiunto alcuni anni fa e che garantiva la continuità di reddito per i lavoratori dell’azienda, oltre che, naturalmente, la tenuta dei livelli occupazionali. Di fronte al mancato rispetto degli accordi, compresa la possibilità di una vendita al buio degli impianti, è scattata nella giornata di lunedì la protesta con l’occupazione dello stabilimento di Cornigliano ed i cortei che hanno di fatto paralizzato Genova. Gli operai dell’Ilva di Genova anno trascorso la notte in fabbrica e sono scesi nuovamente in strada martedì mattina.

Dopo il blocco stradale di lunedì, come riporta,  durato circa 12 ore con gravi conseguenze per il traffico nel ponente cittadino, centinaia di lavoratori aderenti alla Fiom Cgil hanno dato vita ad un nuovo corteo bloccando l’accesso alla strada sopraelevata e al casello autostradale di Genova Ovest. Alla manifestazione, aperta da un lungo striscione con scritto “Pacta servanda sunt”, partecipa anche un gruppo di studenti. La Fiom, assieme alla Failms, chiede la presenza di un membro del governo all’ incontro che si terrà al Ministero dello Sviluppo Economico il 4  febbraio.

Camusso: “Servono decisioni politiche. Sciogliere il nodo dell’accordo di programma”

“Non servono osservatori ma decisioni politiche”, ha affermato il segretario della Cgil Susanna Camusso, a Genova a un incontro sulla Carta universale dei diritti dei lavoratori che si svolge a poche centinaia di metri dal corteo di operai. “Giustamente viene chiesto un incontro con il ministro Guidi o con il governo – spiega Camusso – perché c’é un nodo da sciogliere che si chiama Accordo di Programma sottoscritto dall’ esecutivo. La presenza di un funzionario c’é già stata e non ha potuto dare risposte”. Sulla presa di distanze di Fim e Uilm dalla manifestazione e dalla occupazione della fabbrica, Camusso ha detto: “Bisogna sempre lavorare per l’ unità ma prima di tutto vengono la situazione occupazionale e le prospettive dello stabilimento”. Infine un appello ai cittadini alla solidarietà. Se poi ci spostiamo nel sud estremo del Paese, non possiamo non vedere, ma forse anche in questo caso il Governo fa orecchie da mercante, la crisi del petrolchimico di Gela, dove Renzi si era impegnato in prima persona, garantendo, almeno queste erano le sue parole decisamente farlocche, i posti di lavoro e soprattutto la tenuta industriale in quel territorio. Così non è stato, ed anche in questo caso, puntuale è arrivata la risposta non solo dei lavoratori degli impianti e dell’indotto, ma dell’intera città.

La protesta di Gela contro la lenta agonia del suo petrolchimico. In piazza tutta la città

“Governo ed Eni sono chiamati a dare risposte puntuali sul futuro di Gela. Il disagio sociale e l’impoverimento della città sono il risultato di un disimpegno progressivo di Eni, a partire dagli investimenti previsti per la realizzazione della bioraffineria”. Lo ha detto Emilio Miceli, segretario generale della Filctem Cgil. “Tanto più vero che il protocollo firmato nel novembre 2014 è chiaro: l’intera area industriale  di Gela deve – ha ricordato –  divenire “green” e la bioraffineria è il fulcro di questo progetto di innovazione e riconversione, e le politiche di sostegno al reddito funzionali al progetto sono sacrosante soprattutto per gestire la fase di transizione. “Eni – ha spiegato il segretario – deve cambiare il proprio atteggiamento sia in ordine alla dismissione della chimica, in favore di una partnership assolutamente inadeguata, che per il mantenimento degli impegni sottoscritti alla presenza del Governo nei confronti della città di Gela, verso cui ha il dovere di una forte coerenza”. Gela si è mobilitata: è scesa in piazza per lo sciopero generale proclamato dal consiglio comunale in difesa della sua unica, consistente realtà produttiva, la raffineria dell’Eni. In ballo ci sono cinquant’anni di industria, anche se ridimensionati dalla crisi, che sono messi in discussione dai ritardi della politica e dal mancato rilascio delle autorizzazioni ministeriali per la riconversione degli impianti. La speranza, per i lavoratori e per l’intera comunità cittadina, è legata a una promessa. L’abbandono del petrolio per scelta strategica dovrebbe infatti portare alla produzione di bio-carburanti, grazie a un protocollo che prevede investimenti Eni in Sicilia, confermati ieri sera dall’ azienda, per 2,2 miliardi di euro. Assieme ai lavoratori dell’indotto e del diretto, che da otto giorni con le bandiere di Cgil, Cisl e Uil presidiano le vie di accesso alla città, hanno sfilato in corteo tutte le categorie produttive, gli studenti, i professionisti, i pensionati, i sindaci dei comuni del comprensorio e il clero gelese, schierati apertamente al fianco delle maestranze in lotta. Chiuse le attività commerciali e artigiane. La manifestazione si è conclusa davanti al municipio, per sottolineare l’unità della città che “non vuole morire di disoccupazione e sottosviluppo”.  Sempre in Sicilia, regione che insieme ad altra grandi regioni del sud, come Calabria e Puglia, da annotare, sempre per il Governo, la drammatica situazione legata alla palermitana Almaviva. In questo caso in ballo ci sono ben 3000 posti di lavoro.

Con Almaviva la Sicilia si gioca tremila posti di lavoro. Enorme la posta in gioco. Il 29 l’incontro in Regione siciliana

Tremila posti a rischio in un economia regionale già in ginocchio. E’ questa l’enorme posta in gioco nella vertenza della sede siciliana del call center Almaviva. I lavoratori e i sindacati, però, dopo mesi di battaglie, sono finalmente riusciti ad ottenere una data per l’incontro con la presidenza della Regione. Succederà il 29 gennaio.  Venerdì scorso, quindi, dopo le tante lettere rimaste senza risposta, e dopo il richiamo del segretario generale della Cgil Susanna Camusso al “governo assente su Almaviva”, l’assessore alle Attività Produttive della Regione Sicilia ha infine comunicato ai lavoratori in sit-in davanti a palazzo d’Orleans a Palermo la disponibilità per un confronto.  “Ci hanno detto che non siamo stati dimenticati”, aveva detto la  Rosalba Vella, responsabile regionale Slc Cgil Palermo all’uscita dall’incontro col capo di gabinetto della presidenza. Un altro piccolo passo dopo la richiesta di incontro scritta il 18 dicembre, le lettere a Mattarella e Grasso, le assemblee, i sit-in e i comunicati. Se non arriveranno risposte neanche dall’incontro del 29 gennaio, i sindacati si dicono pronti “a portare in piazza tutti i 5 mila i lavoratori palermitani”.  Quella dell’Almaviva di Palermo è in effetti una vertenza lunga e complessa, che coinvolge migliaia di operatori. C’è il rischio che a marzo si aprano le procedure di mobilità per i 2.500 esuberi annunciati dall’azienda, ai quali si aggiungono altri 500 esuberi di una commessa Enel persa a dicembre. L’Almaviva impiega 3.600 solo a Palermo, senza contare un migliaio di lavoratori a progetto. Il 23 dicembre il call center ha perso la gara per la commessa, aggiudicata al massimo ribasso, mentre l’approvazione in aula al Senato del ddl sulle clausole sociali nei cambi d’appalto è avvenuta proprio il 14 gennaio, dopo innumerevoli rinvii.  Proprio sulla questione degli appalti, si è tenuta una conferenza stampa presso la Camera dei Deputati, alla quale hanno partecipato il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano, insieme agli onorevoli Marco Miccoli e Luisella Albanella, e a Riccardo Saccone e Michele Azzola della Slc Cgil. Si è discusso dunque del persistere di gare al massimo ribasso da parte di società partecipate dello Stato. La questione, oltre ad  Almaviva, riguarda i lavoratori di Gepin e Uptime, che operano nei call center di Poste Italiane ed Enel.

 

 

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