Renzi chiude l’edizione numero 6 della Leopolda. Tanto fumo, molta banalità. Fine della politica

Renzi chiude l’edizione numero 6 della Leopolda. Tanto fumo, molta banalità. Fine della politica

La sesta edizione della Leopolda si è chiusa esattamente com’era prevedibile: un lungo comizio di Matteo Renzi, a reti unificate, coerente, molto coerente, con la sua concezione della politica e del potere. Tanta verve polemica, soprattutto contro i suoi oppositori, scarsa elaborazione politica, nessun cenno allo stato reale del Paese, ottimismo gettato sui suoi “adepti” a piene mani e infine l’appello alla generale mobilitazione per il sì al referendum costituzionale del 2016. In fondo, chi si attendeva un discorso da premier europeo e da leader del più grande partito italiano, è rimasto profondamente deluso. Tutte le grandi questioni planetarie eluse, o citate per capitoli, appena una battuta sul Mezzogiorno con protagonisti il ministro Delrio e il governatore campano De Luca. Per il resto, molto fumo demagogico. Ma questo era e rimane lo “spirito della Leopolda”, l’acclamazione del capo qualunque cosa dica o faccia. Andiamo con ordine, e cerchiamo di mettere assieme i tasselli del mosaico del discorso di Renzi.

La Leopolda e il Partito Democratico

La superiorità dell’appuntamento fiorentino rispetto al Partito e alla sua organizzazione è stata ribadita con parole molto polemiche: “il senso della Leopolda è quello di avere qui persone che domani, o stasera, torneranno a lavorare, e che non si interessano dell’ultima dichiarazione di Brunetta o D’Attorre”. Non si capisce perché le stesse persone non partecipino alla vita del Pd e con la stessa passione. I militanti del Pd sono nullafacenti e scansafatiche? Quindi, solo la Leopolda, secondo Renzi, richiama all’importanza di restituire fiducia al Paese perché “questo è il mondo che vogliamo costruire”. E a poco serve sostenere che “le bandiere del Pd alla Leopolda ci sono, ce le abbiamo tatuate sul cuore. Mentre quelli che ci chiedevano di mettere le bandiere, nel frattempo, hanno lasciato il Pd”. Come segretario, Matteo Renzi ha provato a respingere così le critiche che gli sono arrivate dalla minoranza dem, con Pier Luigi Bersani in prima fila, per aver sempre lasciato fuori le bandiere del partito. “Ci andrei se ci fossero”, aveva risposto l’ex segretario ai cronisti che lo interpellavano. Di quelle vere, che sventolano, non ce n’erano nemmeno oggi, al termine della tre giorni di kermesse a Firenze. La “bandiera del Pd tatuata sul cuore” dei leopoldini è una trovata retorica, priva di spessore politico, utile solo a reggere la seconda parte della polemica, contro coloro che dal Pd sono andati via. Anche se Bersani pervicacemente, invece, resta in quel partito, e ha tutto il diritto di non sentirsi a suo agio in una luogo, in uno spazio, che nega la funzione costituzionale e storica del partito. A questo punto, però, Renzi ha probabilmente capito di aver esagerato e si è spinto fino a immaginare il successo del Pd addirittura al primo turno, con l’applicazione della nuova legge elettorale Italicum, con una percentuale superiore al 40,8% delle elezioni europee. E nel comizio afferma di avere certezze assolute.

Su questo punto specifico e delicato, ha voluto replicare immediatamente proprio Alfredo D’Attorre, ex Pd, ora confluito nel gruppo parlamentare di Sinistra Italiana, tirato retoricamente in ballo nel comizio. D’Attore dichiara: “Cari Renzi e Serracchiani, aprite gli occhi e sollevate lo sguardo oltre il mondo dorato della Leopolda. È quel che resta del PD che se ne è andato da larga parte della sua gente e dei suoi bisogni. A far vincere i populismi è chi tradisce le aspettative e le speranze del popolo che doveva rappresentare”.

Renzi, le 4 banche fallire e la difesa d’ufficio della Boschi e di suo padre 

“Chi pensa di strumentalizzare la vita delle persone deve fare pace con se stesso, ma chi pensa di strumentalizzare la morte delle persone mi fa schifo”. Renzi ha voluto replicare direttamente alle accuse dello scrittore Roberto Saviano contro il ministro Maria Elena Boschi (che alla Leopolda ha astutamente schivato la vicenda): “Chi parla di favoritismi insulta persone perbene. Dal governo nessun favoritismo”. Poi il premier-segretario non esita a citare la vicenda che riguarda suo padre: “Mio padre ha ricevuto un avviso di garanzia 15 mesi fa. Abbiamo detto a lui che nessuno dubitava di lui, i suoi figli e i suoi nipoti. Da allora, per due volte, la Procura ha chiesto di archiviare; ma passerà il Natale ancora da indagato. Non dirò una mezza parola, ho fiducia nei magistrati. Ma mio padre mi accusa di sbagliare strategia, che dobbiamo andare all’attacco. Noi non perderemo mai il sorriso, non consentiremo mai a un titolo di giornale di rovinarci la giornata, a chi pensa di farci arrabbiare dico che non ci avrete, aspetteremo sempre il tempo che c’è da aspettare. Mai nessuno ci farà desistere. Non abbiamo scheletri nell’armadio e, comunque, quel decreto lo rifarei domani mattina”. In sala stampa alla Leopolda, a proposito di questi attacchi concentrici contro la Boschi e le relazioni pericolose del padre di Renzi con il presidente di Banca Etruria, ad un certo punto è stata diffusa, ad arte, la voce per cui Saviano sarebbe stato “ispirato” da qualcuno della minoranza dem o addirittura dei Cinquestella, che depositeranno una mozione di sfiducia contro la Boschi. Come se Roberto Saviano non fosse in grado di pensare in autonomia e di usare l’arma del pensiero critico. Ma Renzi, oltre alla difesa d’ufficio, ha voluto anche contrattaccare proprio sul sistema bancario nazionale: “Quello che è accaduto negli ultimi 10 anni nelle banche italiane chiama in causa molte istituzioni e territori, in alcuni casi, anche se fanno finta di dimenticarsene, si tratta anche di banche di partito. C’era anche chi aveva la banca di partito e ci sono banche di partito che hanno fatto crack”. Ora, non l’ha detto, ma l’obiettivo polemico appare duplice, la banca di proprietà della Lega Nord, in amministrazione controllata e fallita, e forse una frecciatina al Montepaschi, considerata da sempre il forziere di un preciso partito della sinistra italiana.

Solo fumo sul Mezzogiorno

Renzi ha difeso alcune delle scelte sul Mezzogiorno introdotte nella Legge di stabilità. Ma restano scelte vaghe, promesse. Di risorse vere non ne ha parlato. Di quell’impegno diretto e duraturo del partito di cui è segretario non ha fatto menzione. Invece, ha preferito giocare sulle battute: “Ora il punto è: dobbiamo arrenderci alla realtà. Il Sud ha tutto per risollevarsi, gli manca la volonta’? No”. Poi ha raccontato di aver detto al ministro Delrio che se non interviene sul tratto da ultimare dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, ce lo porta lui in auto. E di aver sfidato il governatore De Luca sull’utilizzazione dei 150 milioni di euro previsti per la Terra dei fuochi. Tutto qui sul Mezzogiorno. Fumo retorico, assenza di analisi, ironia a buon mercato.

I giornali messi all’indice. Che vergogna

Ai leopoldini sono state sottoposte alcune prime pagine dei quotidiani ed è stato chiesto loro di votare la peggiore. Ovviamente, tutte le prime pagine in questione contenevano titoli molto critici e cattivi nei confronti del leader e premier e capo della Leopolda. Al primo posto per “peggiore prima pagina” i leopoldini hanno votato il quotidiano Libero, e al secondo posto Ilfattoquotidiano. Ora, al di là del pessimo gusto per un premier e leader del più grande partito d’Italia di consentire questa vera e propria mascalzonata, qui non si tratta più di questione di stile, ma attacco, questo sì in grande stile, alla libertà di stampa. Si può non condividere nulla di uno o più giornali, ma nessuno ha il diritto di mettere la stampa all’indice, soprattutto in un contesto mediaticamente illuminato. Questi leopoldini citano Saint Exupery a casaccio, e dovrebbero leggere Voltaire. Ilfattoquotidiano, diretto Marco Travaglio, ha commentato:  “Il presidente del Consiglio ha additato il Fatto come il primo quotidiano da mettere all’indice. E così replicato un vecchio malvezzo, quello di attaccare la libera stampa che osa criticare il governo e informare i cittadini con notizie documentate e dunque sgradite al potere. All’editto bulgaro oggi segue, in scala proporzionata alla statura dei personaggi, l’edittino della Leopolda”. Per dare un ceffone morale ai leopoldini, il quotidiano è stato diffuso gratuitamente alla Leopolda. “Uno sberleffo cui però segue un impegno. Non smetteremo di pubblicare titoli e articoli che raccontano la verità dei fatti, senza guardare in faccia nessuno, chiunque esso sia. E continueremo a criticare o a elogiare (come abbiamo fatto sulle ultime scelte in politica internazionale) il governo a seconda di quello che fa e che merita”.

E infine…

Non possiamo fare a meno di citare, al termine di questa lunga carrellata, ciò che Renzi ha detto su due questioni importanti e particolari, la scuola e la politica. Dopo aver macellato docenti e studenti di ogni ordine e grado con la legge 107, che pomposamente ha definito “buona scuola”, dopo aver macellato centinaia di migliaia di giovani, non permettendo loro di scegliere l’università solo per ragioni di povertà, perché il diritto allo studio gli è stato negato (ma di questo alla Leopolda è meglio non parlare), ora punta dritto all’intervento nella didattica nelle scuole primarie. Insomma, mentre la Giannini esalta la scuola 3.0, presentando il piano di informatizzazione, ecco che Renzi rilancia il dettato e il riassunto: “Dobbiamo far sì che nelle scuole elementari si torni di più a scrivere in italiano, bisogna usare un po’ di più il dettato ed il riassunto. Nel tempo di Google, del T9 e della scrittura dobbiamo investire un po’ di più nella formazione dei nostri bambini”. Un grande filosofo tedesco, Hegel, avrebbe definito questo intervento di un premier, da stato etico, ovvero di quello stato che impone ciò che è bene e ciò che è male. Dopo il Renzi-imprenditore, il Renzi-operaio, il Renzi-managerFiat, il Renzi-banchiere ci mancava il Renzi-maestroelementare. Vorremmo consigliargli qualche lettura, qualche bel libro sul tema dell’apprendimento e della scrittura, ma ci asteniamo dal farlo. Renzi ha dimostrato ancora una volta di essere il campione della banalità, e della chiacchiera, della propaganda. Non è un caso infatti che sulla politica abbiamo lanciato questo messaggio “Adesso la sfida è dare gambe al processo di cambiamento più straordinario dell’Italia degli ultimi anni, abbiamo vinto e lo abbiamo fatto anche senza mettere le bandiere del Pd qui. Quelli che ci chiedevano di metterle se ne sono andati dal Pd. Noi invece siamo qui. Noi la bandiera l’abbiamo tatuata nel cuore e concepiamo questo spazio come di libertà, per chi pensa di avvicinarsi alla politica senza tessere e paura”. Ecco, appunto, senza tessera…

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