Consiglio europeo. Leader mai così divisi: su migrazione, energia, unione monetaria, crescita, Brexit. Scontro Renzi-Merkel

Consiglio europeo. Leader mai così divisi: su migrazione, energia, unione monetaria, crescita, Brexit. Scontro Renzi-Merkel

Al termine dell’ultimo Consiglio europeo del 17 e 18 dicembre, a Bruxelles, gli europei, ancora una volta, stentano a trovare una soluzione possibile alla crisi migratoria, e sembrano davvero più divisi che mai. Su quasi tutta l’agenda del vertice. I 28 hanno adottato conclusioni che mettono in luce, in realtà, solo le difficoltà a tradurre in atti le decisioni assunte in passato. La stampa internazionale stigmatizza con forza la delusione prodotta da questo vertice di fine anno, che si annunciava denso di contenuti e di decisioni da assumere, ma anche di lacerazioni e frantumazioni. E proprio queste ultime sono state confermate.

Nel documento finale tutte le difficoltà della UE (e sparisce l’emozione del 13 novembre parigino…)

Il testo finale ricorda tutto ciò che dovrebbe essere fatto per salvaguardare lo spazio Schengen di libera circolazione e per fornire una risposta minima all’arrivo di 800.000, o un milione, di persone sul territorio europeo dall’inizio del 2015. L’unico aspetto positivo pare essere la risposta agli appelli delle diverse agenzie umanitarie di aumentare il fondo per i rifugiati di altri 500 milioni di euro. L’Europa porterà l’aumento nel bilancio da approvare entro febbraio, nella speranza che la situazione in Medio Oriente non si deteriori ulteriormente e che decine di migliaia di afghani non si aggiungano ai siriani, per effetto della crisi petrolifera in Iran. Sui 22.000 rifugiati che la UE si era impegnata all’Onu di accogliere in luglio, solo 600 (seicento!) sono stati “reinstallati”. Sul piano di “relocalizzazione” adottato in ottobre di 160.000 rifugiati, solo 184 (centoottanquattro!) sono stati effettivamente ospitati in modo permanente al 16 dicembre.

La delusione degli analisti, della stampa e dell’opinione pubblica europei

Molti analisti e tante Ong stigmatizzano il comportamento degli stati europei, che sull’onda emotiva suscitata in settembre dalla vicenda del piccolo siriano trovato morto su una spiaggia turca, avevano fatto promessa solenne di risolvere la questione rifugiati e che invece hanno tradotto in pratica una soluzione definitiva per soli 250 rifugiati. I leader europei, però, replicano che vi sono problemi burocratici insormontabili, relativi al paese d’arrivo, al paese d’accoglienza, ai richiedenti asilo che rifiutano di registrarsi per poter dirigersi verso paesi europei desiderati e sperati. “Sono cifre che ci rendono ridicoli”, scrive acutamente e amaramente lo Spiegel, che pure aveva sostenuto lo sforzo di Angela Merkel di sostenere massicciamente l’impatto degli arrivi dei profughi.

All’interno dei 28, dopo che Ungheria e Slovacchia avevano votato contro lo schema di relocalizzazione dei migranti, anche la Svezia ha chiesto di non partecipare alla “quota”. La Svezia è il secondo paese europeo per numero di migranti accolti, e il suo governo sostiene di essere giunto alla saturazione. Perciò, ha ottenuto di non ospitare più per un anno i nuovi rifugiati in arrivo da Grecia e Italia. E per quanto riguarda l’Italia, che avrebbe dovuto trarre beneficio dal sistema delle quote, con la Grecia, ormai vede arrivare sulle sue coste solo migranti “economici”, perché i rifugiati siriani e iracheni scelgono la Grecia, per poi inoltrarsi sulla rotta dei Balcani, per raggiungere la Germania. E infine, l’agenzia Frontex, incaricata della gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne attende ancora il personale promesso dagli stati membri della UE.

In conferenza stampa, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, non ha nascosto le difficoltà: “La crisi dei migranti non si esaurisce nel 2015. Al contrario, l’Europa dovrà continuare a farne i conti anche il prossimo anno. Non mi faccio illusioni sul 2016: i problemi affrontati alla fine di quest’anno li ritroveremo anche il prossimo anno, e a questi se ne aggiungeranno di nuovi”. Juncker ha quindi ribadito l’importanza di avere una posizione degli Stati membri sulla nuove proposte per il controllo delle frontiere esterne “sotto presidenza olandese” del Consiglio, in programma dall’1 gennaio al 30 giugno 2016.

Apparente sfida all’ok corral tra Renzi e Merkel, dopo i baci e gli abbracci di appena un mese fa

Scambio vivace tra il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e la cancelliera tedesca, Angela Merkel, sul tema dell’Unione economica e monetaria. Il premier italiano ha chiesto direttamente alla cancelliera perché la Germania si stia opponendo allo schema europeo dei depositi bancari, mentre l’Europa negli ultimi anni ha perso crescita e occupazione nei confronti degli Stati Uniti. Angela Merkel ha detto chiaro e tondo ciò che il suo ministro delle finanze Wolfgang Schaeuble continua a ripetere da settimane: Berlino non è disponibile a decidere adesso di mettere in comune le risorse finanziarie per fronteggiare i rischi bancari. Il negoziato è appena cominciato e la Germania farà restare tutti sulla corda per mesi: prima vuole che ci sia un impegno a livello europeo per ridurre l’esposizione delle banche al debito sovrano nazionale, ovvero, di quei paesi che considera a rischio di sostenibilità, tra i quali l’Italia – a causa del debito elevatissimo. Aver sbarrato la strada al sistema unico di garanzia dei depositi dal podio del Consiglio europeo rafforza ancor più la posizione negoziale di Schaeuble all’Eurogruppo. Un compromesso arriverà, ne sono tutti convinti, ma la proposta della Commissione non passerà certo così com’è.

La posizione di Renzi è stata sostenuta da vari altri leader che sono intervenuti, di Portogallo, Grecia e Bulgaria. Critiche alla Germania sul fronte dell’energia sono state fatte anche dai rappresentanti dei Paesi baltici. Renzi ha anche fatto riferimento all’acquisto degli aeroporti greci da parte di aziende tedesche. “Non potete raccontarci che state donando il sangue all’Europa, cara Angela”, ha detto Renzi, in tono di sfida. “Ho trovato di dubbio gusto” far passare automaticamente il rinnovo delle sanzioni alla Russia “senza aprire neppure una discussione. È stato sorprendente”. Renzi ha sottolineato che “nelle prossime settimane e mesi verificheremo se con il processo di implementazione si possa tornare allo status quo, cosa che io auspico”.

L’affaire North Stream

Sull’energia ci si è divisi sul progetto del raddoppio del North Stream, il gasdotto che porta il gas russo fino in Germania passando sotto le acque del Baltico. Il gasdotto North Stream, se approvato, dovrebbe bloccare il progetto alternativo, il South Stream, che invece segue la rotta balcanica, fino all’Adriatico, sostenuto da Renzi. In gioco vi sono decine di miliardi di investimenti pubblici e privati, e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Renzi ha già impegnato l’Eni nel progetto South Stream, e punta molte delle sue carte sulla sua realizzazione. Naturalmente, è questo il punto di maggior frizione tra Merkel e Renzi, tra governo tedesco e governo italiano. Le ostilità tra i due leader sono ormai apertissime. La sensazione è che a questo punto Renzi voglia mettere in discussione l’egemonia tedesca sulle scelte in materia di politica economica e industriale della UE.  Per questa ragione, è stato proprio il premier italiano a trascinare tutti alla discussione, bloccando un dibattito che sembrava dall’esito scontato e chiedendo di posticipare anche la discussione sul rinnovo delle sanzioni alla Russia. Rinnovo fino a giugno 2016, che comunque resta confermato e che sarà formalizzato nei prossimi giorni. La frattura italo-tedesca sulle scelte della UE dovrebbe indurre anche gli italiani ad aprire finalmente un dibattito pubblico sul tema dell’egemonia politica ed economica. Finora, questa egemonia era stata dettata sul piano politico e militare dalla Francia e sul piano economico e commerciale dalla Germania. Renzi vorrebbe metterla in discussione? Allora, perché non ne ha fatto oggetto di dibattito politico nel corso dell’appuntamento parlamentare del 16 dicembre? La vicenda della Grecia, e di Tsipras, insegna che quando s’intendono sfidare le due egemonie, francese e tedesca, devi avere con te il sostegno della maggioranza del popolo, perfino a costo di celebrare un referendum. Fin dove riuscirà a spingersi Renzi?

La delusione e l’avvertimento di Draghi sulla crescita scarsa nonostante il quantitative easing

Mario Draghi non ha ottenuto soddisfazione sul sistema europeo dei depositi bancari, che considera il pilastro necessario per completare l’unione bancaria e che può mettere al riparo diverse banche dal taglio dei rating. Anche per la Bce, come per l’Autorità bancaria europea e per la Commissione, l’esposizione delle banche ai titoli sovrani va ridotta, ma si tratta di un processo a tempi lunghi perché se i titoli pubblici non vengono sottoscritti dalle banche occorre trovare un ‘mercato’ sostitutivo che attualmente non si vede. L’intervento di Draghi durante il vertice europeo, stando a fonti Ue, ha avuto toni preoccupati per la scarsa volontà dei governi di procedere lungo la strada individuata dal rapporto dei ‘5 presidenti Ue’ (lui compreso). Il presidente Bce insiste su un punto: i deficit pubblici in termini strutturali restano al palo, non migliorano, e l’economia europea ha bisogno di riforme profonde per sbloccare il mercato del lavoro in molti paesi, smentendo, di fatto, l’ottimismo espresso di volta in volta da Renzi e da Padoan. Nella sostanza, Draghi conferma che nella zona euro la politica monetaria resta più che accomodante, il ‘quantitative easing’ continua, ma gli effetti sull’economia reale stentano a imporsi. Soprattutto la ripresa in corso resta fragile, comunque insufficiente a riassorbire di per sé l’alta disoccupazione. Anzi, sostiene Draghi, riforme e investimenti, come nel caso greco, possono produrre nuovi posti di lavoro, al contrario di quanto accade in Italia, dove le sole riforme legislative senza investimenti non bastano ad allargare il mercato del lavoro e a creare nuova occupazione.

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