Terrorismo jihadista. “Follow the money” e scopriremo altre verità

Terrorismo jihadista. “Follow the money” e scopriremo altre verità

Lasciamo perdere, per un momento, i giovani fanatici, che vivono chiusi nella loro monade nelle banlieu francesi e belghe, e sono facile preda del primo “reclutatore”: che li convince a scannare e farsi uccidere per finire in Paradiso. Lasciamoli perdere, per un momento. Proviamo a seguire un’altra pista. Quella che quasi sempre ci evita di dire e scrivere sciocchezze, e individuare i perché di quello che accade. La pista si chiama “follow the money”.

Accade, in sostanza, questo: attentati come quelli che insanguinano l’Europa raramente sono il frutto di “lupi solitari”. Lo dicono gli stessi analisti: ora i terroristi agiscono “in branco”. Un branco ha bisogno per forza di cose di complicità ben ramificate, non si improvvisano. C’è un trust di cervelli che opera, un reticolato di interessi (molto concreti, altro che il “Paradiso”) che si vogliono tutelare o perseguire. I “mad dog” hanno degli addestratori, gente che opera nell’ombra, che trama; non sarà la Spectre di bondiana memoria, ma sono filiere di poteri reali che sanno quello che fanno, e perché lo fanno. Immaginiamo una piramide. Ne conosciamo solo una punta, quella costituita dai tagliagole al servizio di Abu Bakr al-Baghdādi, quelli che uccidono e si fanno uccidere. Poi c’è, appunto, il reticolo di salmerie, gli strateghi, i fruitori finali. Un qualcosa che opera per consentire ai fanatici sanguinari finali di fare quello che fanno, e ne ricavano terreni vantaggi.

È evidente che organizzare, gestire, anche solo concepire tutti questi attentati, dall’aereo russo fatto esplodere sul Sinai alle stragi a Parigi, ma anche a Beirut, o gli attentati in Turchia, occorre tempo e denaro. Il cosiddetto “califfato”, per esempio, a detta di tanti centri studi e analisti, si finanzia con la vendita clandestina del petrolio estratto dai territori che controlla. Qualcuno questo petrolio lo acquista, e lo paga. È così difficile seguirne la traccia? Con quel denaro, il cosiddetto “califfato” acquista armi e tecnologia; è così difficile seguirne la traccia? Il denaro viene dato da potentati, centrali di potere “reale”. Il petrolio viene acquistato da questi potentati, da queste centrali di potere “reale”. Le armi, in cambio di quel denaro ottenuto dal petrolio, vengono vendute da potentati, centrali di potere “reale”. Magari cambiano le persone, ma i potentati, le centrali di potere “reale”, quelli sono.

Vogliamo per esempio parlare degli affari dell’industria bellica nazionale? Negli ultimi anni l’export verso il Medio Oriente e il Nord Africa è cresciuto del  30 per cento. Vendiamo alla grande all’Arabia Saudita, paese che ci si ostina a definire paese arabo moderato. Vendiamo per miliardi di euro al Kuwait. Vendiamo sempre più in Medio Oriente e Nord Africa. Più in generale: contro il sedicente stato islamico, si dice,piuttosto che le bombe a tappeto, invece delle truppe di terra, molto meglio puntare sull’intelligence, e lavorare perché i vari servizi di sicurezza operino in coordinamento. Giusto. Affermazione piena di saggia saggezza.

Allora ci si spieghi perché non si sente una parola per esempio sul centro INTCEN, che fa capo all’Alto rappresentante per la politica estera Federica Mogherini ed è diretto dal finlandese Ilkka Salmi; non si sa bene a cosa serva e che faccia, ma c’è. Un centro di analisi di intelligence nato nel 2012, se ne sta lì, un po’ come il Coordinatore antiterrorismo Ue, creato dopo gli attentati a Madrid del 2004; attualmente lo guida il belga Gilles de Kerchove.

È dal 2005 che si auspica “una strategia europea contro il terrorismo”, chissà se questa è la volta buona. “Intelligence” ci piace davvero tanto: sa di “intus legere”, “leggere dentro”. Chiediamoci, visto che ci siamo, cosa se ne fa mai la National Agency Security americana della possibilità e della capacità di poter “pescare” nel cyberspazio l’equivalente di almeno 600 milioni di file cabinets ogni giorno, se poi i dati non li si sa connettere; e si parla della sola NSA. Sempre per inciso, a chi sono serviti i 300mila accessi alle banche dati strategiche nazionali (italiane), anche private, effettuati,  apparentemente per combattere il crimine informatico, nei primi sei mesi del 2013 (del dopo, non si sa)?

Poi ricordiamoci bene quello che già una ventina d’anni fa, senza girarci troppo intorno, ci ha detto l’allora direttore del SISMI, ammiraglio Gianfranco Battelli: “Mi sembra fin troppo ovvio che i servizi debbano poter fare cose illegali”. Ecco, quando si dice: “intelligence”.

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