Senato: schizzi di fango sulla Costituzione. Renzi ormai ha fatto il colpaccio, Verdini rimorchia Forza Italia. Verso una squallida conclusione

Senato: schizzi  di fango sulla Costituzione. Renzi ormai ha fatto il colpaccio, Verdini rimorchia Forza Italia. Verso una squallida conclusione

Non ha senso proseguire il dibattito sulla riforma del Senato. La legge è blindata come voleva Renzi Matteo, non c’è spazio per un vero confronto, per creare, se possibile, un vasto consenso dal momento che si tratta di cambiare ben 44 articoli della Costituzione, la Carta che definisce i principi della società democratica. Tutto era già scritto, anche i voti sottobanco. Quando Renzi diceva che i voti ce li aveva non parlava per sentito dire. Il filo diretto fra Lotti e Verdini funzionava, il patto era già stato scritto, il “Nazareno” portava la firma di Berlusconi ma l’autore, neppure nascosto, era proprio lui. Lui, di cui  Renzi Matteo ha detto che “con i suoi voti sulla riforma del Senato aiuta l’Italia”. Non puzzano, eppure il Verdini ha ben cinque rinvii a giudizio, fra  peculato e bancarotta. Schizzi di vergogna che infangano la Carta scritta da eminenti personalità, risultato, non dimentichiamolo mai, della lotta antifascista, della  Resistenza. Ha ragione Anna Finocchiaro quando dice che non  siamo i De Gasperi, i Togliatti, i Parri, i Terracini e potremmo continuare a citare i “padri costituenti”. Ma, ce lo consenta la signora,  che non lo siano è  certo, ma neppure li rispettano.

Il premier  ha rottamato anche i padri costituenti. La minoranza del Pd all’angolo

Renzi li ha rottamati. La minoranza del Pd, che si è pure spaccata, non porta a casa alcun risultato importante. Certo ha ottenuto che in un emendamento pasticciato, quasi incomprensibile, si faccia capire che i senatori sono eletti direttamente dai cittadini, ma l’articolo 39, che fa esultare la minoranza Dem, dice solo che è necessaria una legge elettorale. Sembra uno scherzo che tutto il gran lavorio fra Boschi, Gotor, Fornaro, Chiti abbia partorito l’ovvio, che, ripetiamo, per votare ci vuole una legge. Ma ci si è dimenticati che occorre dire come si vota.

L’operazione Verdini guarda al futuro, Forza Italia al traino pronta a saltare sul treno

Ma c’è di più. L’operazione Verdini guarda al futuro. Renzi ha ottenuto un importante risultato, rompere l’opposizione. Forza Italia, in perdita di posizioni, ha fatto la voce grossa. Ma sì, subito la lettera, tutti insieme appassionatamente a Mattarella, sembrava la rivoluzione alle porte. Protesta a 360 gradi per la chiusura al confronto, attacco a Grasso. Poi il voto che ha affossato l’emendamento  della minoranza Dem sulla maggioranza necessaria in caso di discussione di atti di guerra. Un segnale molto chiaro dato dal capogruppo: ci siamo anche noi. Forza Italia, ha commentato qualcuno, si è verdinizzata. No, un gioco delle parti di cui la minoranza Pd è rimasta prigioniera. E lo sarà finché Bersani continuerà a dire che la “Ditta” non si tocca.  Ma proprio la “ditta”. Che brutta parola, ha perso credibilità e ruolo. Lo si  è visto anche durante la seduta odierna che non ha fatto notizia.

Gli emendamenti della minoranza Dem finiscono in un calderone che cambia poco o niente

L’unico problema che il Pd aveva era rappresentato dalla minoranza interna, 28 senatori che avevano presentato pochi emendamenti, ma significativi: l’elezione da parte dei cittadini dei senatori-consiglieri regionali, l’elezione del Presidente della Repubblica in modo che un solo gruppo, stante la legge elettorale, non potesse eleggere la prima carica dello Stato, giudici della Corte Costituzionale e altre importanti cariche, una  norma transitoria che garantisse effettivamente il modo di elezione dei senatori. Di passaggio si è inserita una questione di straordinaria importanza posta da un emendamento della minoranza. Visto che in queste ore si parla di guerra, di aerei italiani che dovrebbero bombardare, si trattava di dare al Parlamento poteri effettivi, non solo di ratifica di decisioni già prese dal governo. Trattandosi di problema di grande importanza  sembrava d’obbligo che il voto con cui la Camera si deve esprimere  prevedesse la maggiorana assoluta. Un emendamento della minoranza precisava maggioranza assoluta dei componenti.  Ma l’accordo realizzato fra maggioranza e minoranza sui tre articoli di cui abbiamo detto prevedeva che non c’era altro da discutere.  Il Senato, insomma , di fatto, veniva bloccato, dal governo un no su tutti gli emendamenti, senza neppure spiegare perché. Di fatto si impediva alle opposizioni di svolgere il loro ruolo. Tanto che ritiravano gli emendamenti, “resistenza passiva” annunciavano, interventi solo per  dichiarazioni di voto. Lega e M5S a volte uscivano dall’Aula oppure non partecipavano al voto.

Si va avanti stancamente, è perfino mancato il numero legale, tutto è già scritto

Sedute che andavano avanti stancamente. Addirittura è mancato anche il numero legale, quindi rinvio. Quando si è trattato di pronunciarsi con voto segreto  non si è andati oltre i 153 voti, lontani dalla maggioranza assoluta a quota 161. Comunque, si è riusciti a creare nuovi danni alla Costituzione. Non bastavano gli articoli approvati, ci volevano anche gli ordini del giorno presentati. L’Aula ha approvato l’articolo 30 che cambia nuovamente  una parte del Titolo V ed accettato un ordine del giorno di un senatore del Pd che  “impegna il governo a prendere in considerazione prima dell’entrata in vigore del ddl di riforma, l’opportunità di proporre attraverso una speciale procedura di revisione costituzionale, la riduzione delle Regioni”. Davvero singolare, sarebbe interessante cosa intende il senatore  quando parla “speciale procedura di revisione costituzionale”. Intanto non è il governo titolato per cambiare la Costituzione, ma il Parlamento.

Lo sfregio alla Carta costruito nella Direzione del Pd e nel chiuso del confronto interno

È vero che questa volta  lo sfregio alla Costituzione è stato costruito nella direzione del Pd e nel confronto tutto interno ai Dem. In altre sedi ci si è assicurati la partecipazione allo sfregio, schizzi di fango sulla Carta, di senatori “migranti”, il nuovo gruppo di Ala, leggi Verdini e altri che si andavano aggregando, in libera uscita da Forza Italia e pronti allo sbarco. Il tutto ha portato i voti con i quali è stato approvato l’articolo 30, riscritto da un emendamento del governo a quota 165, 85 contrari e quattro astenuti. I leghisti se ne sono andati, i grillini non hanno votato. Una settantina di senatori non si sono neppure presentati, sono rimasti a casa. Ma il testo approvato, ad una prima lettura, ci pare sia incostituzionale, divide le regioni in buone e cattive. Si parla di rafforzare il federalismo differenziato, la lingua italiana è stupenda si presta ad ogni fantasticheria per non dire di peggio, dà modo di parlare anche a chi non ha idea di cosa dice, ma basta che apra bocca.

Gara  fra la  Regioni, le più brave prendono un premio, come in un torneo di calcio

Significa che le Regioni più virtuose, che hanno i conti in ordine, magari tassando di più i cittadini, avranno più possibilità di devoluzione di poteri dalla Stato (politiche attive del lavoro, istruzione e formazione professionale, commercio con l’estero, giustizia di pace, disposizioni generali e comuni per le politiche sociali). Le altre pollice verso. Nel frattempo è stato annunciato dal sottosegretario Pizzetti che l’emendamento del governo all’articolo 39 su cui i Dem hanno raggiunto l’accordo è pronto. La modifica prevede che la legge elettorale per il nuovo Senato dovrà essere approvata entro la legislatura ed essere in vigore per le elezioni regionali del 2018 che riguardano Sicilia, Lombardia e Piemonte. Stabiliti i tempi, cosa ovvia, non una grande conquista della minoranza, diciamo il dovuto, non risulta che si stabilisca il tipo di sistema di votazione. Può anche essere che si tratti di un semplice listino, cosa che la suddetta minoranza ha escluso. Verrebbe da dire, se non ora quando? Già ma la Ditta?

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