Un G20 deludente in Turchia rinvia ogni decisione. Cina e USA dettano tempi e interessi. Gli europei assistono impotenti

Un G20 deludente in Turchia rinvia ogni decisione. Cina e USA dettano tempi e interessi. Gli europei assistono impotenti

La Cina protagonista del vertice dei ministri delle Finanze e del Tesoro del G20 ad Ankara, tra venerdì 5 e sabato 6 settembre. Soprattutto per quanto riguarda gli effetti globali della sua crisi finanziari e della decisione di procedere ad una sorta di svalutazione competitiva. Stati Uniti e Germania hanno cercato di fare pressione per ottenere all’interno del documento finale una citazione esplicita del caso cinese, ma non ci sono riusciti. Il testo finale infatti contiene una formulazione generica per cui i paesi del G20 s’impegnano “ad astenersi da ogni svalutazione competitiva”.

La delegazione cinese era la più attesa ad Ankara. I paesi avanzati e quelli emergenti attendevano una piena relazione sull’ampiezza del rallentamento dell’economia della seconda potenza mondiale, e soprattutto avrebbero voluto una piena “confessione” da parte del ministro del Tesoro cinese sulla decisione di svalutare a sorpresa la moneta per ben due volte lo scorso 11 agosto. La due svalutazioni cinesi ebbero effetti devastanti sui mercati azionari, fino a scatenare una sorta di “guerra dei cambi” soprattutto tra i paesi emergenti, dall’Australia alla Corea. Per questa ragione, il vicepresidente della Federal Reserve americana ha cercato di trovare alleanze per stigmatizzare nel comunicato finale, “per una questione di credibilità”, il comportamento cinese, non concordato e sorprendente. Tuttavia, nonostante gli sforzi, soprattutto di corridoio, solo la Germania ha risposto positivamente alla richiesta americana. Per le stesse ragioni di competitività delle proprie merci sui mercati globali, anche la Germania, con Sigmar Gabriel, teme ancora che la Cina possa nuovamente fare ricorso a svalutazioni competitive qualora la sua economia in rallentamento lo richiedesse.

Da fonti interne al G20, si scopre tuttavia che la stessa delegazione si è presentata molto serena sul futuro immediato della sua economia, dichiarando di essere entrata in una fase transitoria di passaggio dall’industria ai servizi e dagli investimenti massicci ai consumi di massa. Quale tempo prenderà questa fase, però la delegazione cinese non sembra averlo comunicato. I responsabili economici cinesi sembra che abbiano scartato il rischio di un cosiddetto “hard landing”, ovvero di un “atterraggio ripido e brutale” dell’economia, ed hanno insistito sul dato della crescita, previsto tra il 6 e il 7% annuo. Il governatore della Banca Centrale cinese ha voluto rassicurare tutti sul fatto che la svalutazione dell’11 agosto non era destinata alle esportazioni, ma era stata spinta solo dalla necessità di fronteggiare una bolla speculativa.

La replica di tante delegazioni dei paesi avanzati ha fatto però cenno – sempre secondo fonti attendibili internazionali – al fatto che la liberalizzazione dei mercati dei capitali in Cina ha dato luogo ad una certa volatilità azionaria, che implica una comunicazione “non disordinata” da parte dalle autorità borsistiche cinesi. Da questo punto di vista, le delegazioni giapponese e americana hanno cercato di insistere, per almeno tre ore, per introdurre nel documento finale un passaggio “sulla trasparenza nelle politiche economiche e nella formulazione dei dati”. I cinesi, ovviamente, si sono opposti, soprattutto perché una tale dichiarazione avrebbe messo in discussione, apertamente, la lealtà delle statistiche economiche cinesi, e avrebbe avuto conseguenze immediatamente negative sul grado di fiducia all’apertura dei mercati lunedì. Ovviamente, il testo cercato da giapponesi, americani e tedeschi non è passato.

Sostanzialmente, questo G20 di Ankara non ha deciso nulla. La Cina ha vinto la sua sfida, ma anche la Federal Reserve ha vinto la sua, a proposito della richiesta pressante di notizie sulla risalita dei tassi di cambio, dopo nove anni di ribassi continui. Tutto rinviato ai prossimi appuntamenti di ottobre, all’Assemblea generale del Fondo Monetario Internazionale a Lima, e di novembre al vertice dei capi di stato e di governo ad Antalya, sempre in Turchia.

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