Sulla rivista inglese dell’Isis si usa la foto di Aylan per propaganda e quella di due ostaggi per un’asta. La barbarie infinita

Sulla rivista inglese dell’Isis si usa la foto di Aylan per propaganda e quella di due ostaggi per un’asta. La barbarie infinita

La foto di Aylan Kurdi, il bimbo di tre anni trovato morto su una spiaggia turca, ha fatto il giro del mondo e ha scosso moltissime coscienze, anche di politici importanti. Ora però abbiamo scoperto che quella foto può essere adoperata anche dalle bande informatiche dei miliziani islamisti per propagandare il loro messaggio disperato di violenza e barbarie. Sulla rivista online in lingua inglese dei miliziani islamisti dello Stato islamico, Dabiq, compare dunque la foto orribile di Aylan, il cui corpo senza vita è adagiato sulla sabbia. Il titolo dell’articolo è tutto un programma: “The danger of abandoning Darul-Islam”, che significa, Il rischio di abbandonare le Terre islamiche, ovvero l’autoproclamato Califfato di Al-Baghdadi, in Iraq e in Siria. E non è l’unica foto che esalta le “imprese” e le “gesta” di questi nuovi barbari del XXI secolo. Nello stesso numero, infatti, si racconta, con la fierezza degli ignoranti, con foto scattate durante l’impresa, dell’abbattimento del tempio di Baal a Palmira, lo splendido manufatto che risale al 32 prima di Cristo, uno dei capolavori censiti come patrimonio dell’intera umanità, e dunque intoccabili.

Nel testo dell’articolo dedicato al piccolo Aylan si parla di un “enorme e pericoloso peccato” commesso dai profughi siriani quando cercano di fuggire vero l’Occidente, un peccato che si trasferisce sulle vite e sulle anime dei loro figli. “Tristemente”, scrive l’autore islamista, “alcuni siriani e libici intendono rischiare la vita e l’anima di coloro di cui sono responsabili, importanti per sollevare la Sharia – i loro figli –, sacrificandone molti durante un viaggio pericoloso verso le terre dei crociati portatori di guerra, governate dalle leggi dell’ateismo e dell’indecenza”. Come si vede, più che un articolo, un manifesto di delirante propaganda. L’articolista prosegue osservando che nei territori occidentali, i rifugiati e le loro famiglie “sono sottoposti alla costante minaccia della fornicazione, della sodomia, delle droghe e dell’alcol”, anche quando non dovessero cadere nel peccato dell’apostasia, dell’eresia. Abbandonare il Califfato apre “le porte dei figli e dei nonni che abbandonano l’Islam, al Cristianesimo, all’ateismo e al liberalismo”.

È curioso osservare che mentre in alcuni stati europei gli attivisti della xenofobia lanciano ingiustificati allarmi sulla islamizzazione dell’Europa, sulla sponda siriana e irachena proprio l’Isis lancia l’allarme sul fatto che esso stesso è l’unica strada possibile per l’affermazione dell’Islam, e che chiunque esca da quella strada va verso il peccato e la morte. “Se non cadono nel peccato”, si scrive infatti nell’articolo, “dimenticheranno presto il linguaggio del Corano – l’Arabo – che hanno parlato in Siria e in Iraq, Libia e ovunque, rendendo molto difficile il ritorno alla religione e ai suoi insegnamenti”.

Accanto a questo farneticante articolo, nella stessa rivista si indicano anche al-Qaeda e Hamas quali nemici del vero Islam, sunnita. Il Fronte Nusra in Siria viene giudicato come uno strumento nelle mani della Nato, alleato di Turchia e Gran Bretagna, accusati di sterminare con i raid aerei le popolazioni sunnite. Hamas, a Gaza, è invece seguace di un Islam falso e non autentico, “un’entità nazionalista che adotta attivamente la democrazia quale mezzo di cambiamento fin dal 2005”.

E infine, l’ultima atrocità: i militanti hanno rapito due persone, un norvegese di 48 anni, Ole Johan Grimsgaard Ofstad, e un cinese di 50 anni, Fan Jinghui. La rivista ne pubblica una foto in cui portano abiti gialli da ostaggi, e una sorta di asta. Viene perfino indicata l’ora di scadenza delle offerte, ma non si dice dove e quando sono stati rapiti. Potrebbero essere gli ennesimi ostaggi decapitati dall’Isis nella loro farneticante guerra contro l’Occidente.

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