Locarno. I corti di “Open doors”. Cartoline dall’Africa in fiamme

Locarno. I corti di “Open doors”. Cartoline dall’Africa in fiamme

Si chiama “Open Doors”, è una particolare sezione, nell’ambito del Festival del cinema di Locarno, che si propone di sostenere registi e produttori provenienti da paesi del Sud e dell’Est del mondo, quei paesi dove il cinema indipendente è più vulnerabile. L’obiettivo dichiarato è mettere in contatto professionisti dell’area prescelta con potenziali partner europei e nord americani, e favorire così il sostegno necessario per progetti che altrimenti difficilmente si potrebbero realizzare. Questa tredicesima edizione è di particolare attualità, riguarda quattro paesi del Maghreb: Algeria, Libia, Marocco, Tunisia. Non è mancata la polemica: registi e professionisti del cinema tunisino hanno annullato la loro partecipazione, in segno di protesta contro la partnership realizzata tra la direzione del Festival e l’Israeli Film Fund, al quale è stato affidato il compito di coordinare l’iniziativa “Carte Blanche” dedicata ai film in fase di produzione.

Polemica a parte, “Open Doors” di quest’anno è di particolare interesse. Si prendano i lavori di autori provenienti dalla Libia. Chi sospettava che in quel così tormentato paese ci fosse una simile produzione? Al di là del valore dei singoli “corti” (alcuni, certo, ingenui nella loro fattura), sono comunque la testimonianza di una “resistenza” spesso anonima di persone “comuni”, che letteralmente si ingegnano ogni giorno per come sopravvivere.

Vediamoli al dettaglio, cominciamo con “80”, sei minuti di Muhannad Lamin: per due giorni si segue un uomo in quella che è senz’altro la vicenda più importante della sua vita: la cattura, la prigione, il guadagnare la libertà grazie a una funambolica riuscita evasione. Sconvolgenti i nove minuti di “Dead End”, di Ahmed Aboud: racconto di come la Libia, in preda al caos che possiamo intuire (di immagini reali, i notiziari televisivi ne possono mostrare ben poche), sia diventata territorio di scorribanda per la tratta degli immigrati, di come migliaia di disgraziati che fuggono guerre, fame, malattie, finiscono dimenticati in uno dei diciannove centri di detenzione preventiva del paese.

Ecco “Drifting” di Samer S. Omar: undici minuti appena, per raccontare come quel modo particolare di “guidare”, nel post-Gheddafi, sia diventata, tra i giovani libici, una sorta di passione nazionale. Mohamed, che demolisce BMW di immaginabile provenienza, rifornisce i suoi clienti di pezzi di ricambio e dispensa consigli. Sullo sfondo di una guerriglia che sembra destinata a non finire mai. “Graffiti” di Anas El Gomati dura ancora meno, quattro minuti. Quel modo di comunicare, Gheddafi imperante, era severamente vietato e punito. Ora sui muri di Tripoli, quelli rimasti, fanno la loro comparsa. Ingenui, nelle loro rivendicazioni, rivelatori tuttavia di stati d’animo, di aspirazioni, di frustrazioni che covano.

“Land on Men”, anche questo quattro minuti di Kelly Ali, affronta la questione dei tanti sogni e delle tante aspirazioni delle donne, dopo la rivoluzione del 2011; e di come siano stati brutalmente infranti, disattesi. Passiamo a “The Mosque”, di Faraq Al-Sharif: cinque minuti per documentare come, dopo la rivoluzione del 2011, Tripoli sia stata colpita da una serie di attentati e violenze perpetrati da estremisti religiosi, che hanno danneggiato e distrutto luoghi sacri per la religione, e di indubbio valore culturale, come la moschea Ahmed Pasha, un santuario sufi risalente al Settecento.

“The Runner” sono quattro minuti di Mohannad Eissa, racconta quello che è accaduto a un velocista libico, Al Tari Shibli, durante una gara internazionale: la sua colpa è aver mostrato alle telecamere la bandiera d’indipendenza che si era fatto tatuare sul corpo. “Mission impossible”, infine: sedici minuti di Najmi Own: due giovani registi sognano di sfondare nell’industria cinematografica; ma come fare, in un paese come la Libia, come è possibile girare un film in un paese che è preda di una guerra civile atroce e senza fine?

Uno dietro l’altro, questi corti durano in tutto un’ora. Sufficienti per avere un quadro di quello che è accaduto ed accade a pochi chilometri da noi. Poterli vedere, mostrare, è facile, la produzione è della Scottish Documentary Institute. Naturalmente occorre volerlo fare.

Chiudiamo con un film vero e proprio, del regista algerino Malek Bensmail, “Contre-pouvoirs”. Un film che riguarda il tema della libertà, non genericamente intesa: la libertà di stampa, di informare, di far conoscere, esprimere la propria opinione. Siamo ad Algeri, protagonista della storia una redazione che fin dagli anni Novanta si rifugia nella “Maison de Presse”, e combatte per la libertà di informare: sono i giornalisti del quotidiano El Watan, che aspettano di potersi trasferire nella nuova sede, simbolo della loro indipendenza. Una lotta che dura da vent’anni. Bensmail installa una telecamera dentro la redazione, impegnata a seguire la campagna elettorale del presidente Abdelaziz Bouteflika, che punta al quarto mandato consecutivo.

Bensmail , che si è formato professionalmente a Parigi e a San Pietroburgo, non da ora realizza progetti duri, dove non si fanno sconti: “Des vacances malgrè tout” del 2001; e “Alienations”, del 2004; e “La Chione est encore loin”, del 2009, dove filma una classe in uno sperduto villaggio nella regione di montagna degli Aurès, pretesto e paradigma per un discorso di esplicita denuncia della realtà algerina. Così con “Contre-pouvoirs”: il “pretesto” giornale consente di mostrare come i giornalisti, con i loro articoli, le loro vignette, i titoli e le fotografie, cercano di rappresentare la realtà del loro paese; e al tempo stesso come cercano di scandagliarla, di coglierne gli umori, come la gente comune esprime il suo dissenso e il non riconoscersi con una oligarchia autoritaria che ha il solo scopo di conservare e puntellare un potere da nulla legittimato. Il tutto attraverso gli occhi del giornale, che acquista un valore, un significato e una funzione universali: i giornali, questo tra l’altro ci dice Bensmail, quando sanno e riescono a essere giornali, sono ancora lo strumento indispensabile per filtrare e comprendere quello che ci circonda, con buona pace del profluvio di notizie diffuse da incontrollabili social network e notizie-fai-da-te; che non interpretano il reale, piuttosto spesso lo manipolano. Un’apertura di credito e un segno di speranza (oltre che un appello a non mollare), per chi è giornalista e si sforza di fare informazione.

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