Wim Wenders torna a Berlino

Wim Wenders torna a Berlino
Erano molti anni che un suo film non veniva presentato al Festival del Cinema di Berlino. Eppure è uno dei più significativi e lucidi interpreti della settima arte, nato in Germania pochi mesi dopo la fine degli orrori e delle devastazioni della Seconda Guerra Mondiale. Wim Wenders, torna nella sua amata Berlino per presentare la sua nuova pellicola, “Every Thing will be fine” con James Franco e Charlotte Gainsburg. Per l’occasione il festival ripropone una retrospettiva sul grande cineasta con la proiezioni di suoi dieci film e lo premierà con l’Orso d’Oro alla carriera.
In effetti il percorso artistico di Wim Wenders è straordinario e innovativo nel panorama del cinema europeo. Nato a Dusseldorf nell’agosto del 1945, capisce sin da ragazzo di essere attratto dalla letteratura, dalla pittura e dal cinema. Dopo aver vissuto e lavorato a Parigi come incisore nel 1966, torna in Germania l’anno seguente e si iscrive all’Accademia del cinema di Monaco. Allo studio il giovane Wenders affianca anche la professione di critico cinematografico e musicale. In seguito dirà che fu il rock a “salvarlo” dalla più “anonima” professione dell’avvocato. Adora la musica di Jimi Hendrix, Lou Reed e dei Doors. Debutta alla regia nel 1970 con “Summer in the city” e raggiunge la maturità artistica e stilistica con “Alice della città” del 1973, primo film sulla trilogia incentrata sul viaggio e il racconto dell’inconscio con “Falso movimento” (1975) e con il monumentale “Nel corso del tempo” (1976). A questo punto la critica internazionale decreta la nascita di un grande talento del cinema tedesco ed europeo. Con i successivi “L’amico americano” (1977), “Hammett” (1982) e soprattutto con il metafisico “Lo stato delle cose” (1982) che vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia, Wenders divenne uno dei più importanti registi del panorama internazionale. La sua profonda poetica cinematografica ricca di riferimenti filosofici ed esistenziali, unita a un grande senso dell’immagine e delle inquadrature, sono la cifra stilistica di questo regista ‘ossessionato’ dall’impatto della cultura americana che ‘colonizzò’ l’inconscio collettivo tedesco nel secondo dopoguerra.
Per capire e superare questa specie di ‘sudditanza psicologica’ Wenders visse per molti anni negli Stati Uniti, entrando in contatto con i suoi riferimenti culturali che aveva influenzato la sua adolescenza. Girò in lungo e largo il grande Paese scattando splendide fotografie, molte delle quali erano un omaggio alla grande pittura visionaria e psicologica di Edward Hopper. Con “Paris, Texas” (1984), Palma d’Oro al Festival di Cannes, il regista narrò il suo ‘congedo’ esistenziale e psicanalitico dagli Stati Uniti. Wenders tornò in Europa per raccontare i drammi interiori del proprio Paese con “Il cielo sopra Berlino” (1987), forse il suo film più amato di sempre.
 Dopo la tragedia dell’11 Settembre, tornò a lavorare negli Stati Uniti per cercare di comprendere come quell’avvenimento epocale aveva profondamente cambiato la società americana. Da questa esperienza diresse due film, “La terra dell’abbondanza” (2004) e “Non bussare alla mia porta” (2005). Dopo il bellissimo documentario sull’opera del fotografo Sebastiao Salgado (“Il sale della terra”), Wim Wenders è tornato alla regia cinematografica con “Every Thing will be fine”.
Per il nuovo film Wim Wenders ha fatto ricorso alla tecnica tridimensionale per accentuare l’intento introspettivo sui personaggi. James Franco è uno scrittore che viene coinvolto in un incidente stradale. La tragedia che ne segue e i conseguenti sensi di colpa provocheranno una profonda crisi esistenziale dell’artista. L’intento di Wim Wenders è quello di “mostrare come guarire da una tragedia e dalle inevitabili ferite. Il protagonista deve assumersi le responsabilità: guarire è una parte importante della nostra vita e questa è la strada da seguire”.
La pellicola è ambientata in Germania, Canada, Francia, Svezia e Norvegia e come spesso avviene nelle opere di Wenders, la scelta di girare in Paesi così diversi rappresenta la caratteristica ‘nomade’ del cinema di questo grande cineasta europeo.
E in tale senso è significativa la dichiarazione di Wenders: “Ho finito il film tre giorni prima di portarlo a Berlino”, quasi a voler ribadire le difficoltà nel raccontare il dramma del vivere e descrivere le angosce dell’uomo contemporaneo.
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