Scuola e formazione: il Paese ha bisogno di una “scossa” culturale

Scuola e formazione: il Paese ha bisogno di una “scossa” culturale

Il sistema scolastico e formativo del Paese ha bisogno di una scossa, che passa per un forte intervento pubblico volto a migliorarne la qualità, per un innalzamento dell’obbligo scolastico a 18 anni, senza delegare alle imprese l’intera progettazione del percorso di formazione. Qualità, creatività e innovazione nella scuola e nel sistema produttivo, queste le parole d’ordine scandite a gran voce nel corso dei lavori del convegno organizzato dalla Cgil e dalla Flc – la Federazione dei Lavoratori della Conoscenza – che si è tenuto martedì scorso nella Capitale, presso il centro congressi Cavour. Una questione che si basa tutta sull’alternanza quale fondamentale strumento di crescita educativa degli studenti. Secondo la Cgil, infatti, i percorsi di crescita devono essere progettati, attuati, verificati e valutati sotto la responsabilità delle istituzioni scolastiche. E soprattutto tale progettazione  non deve essere in ogni modo confusa con le tipologie di rapporto di lavoro. Dunque, secondo il sindacato di Corso d’Italia, sono necessarie più risorse e finanziamenti da dedicare alle ore di alternanza, rafforzando i percorsi tecnico-professionali e favorire l’educazione permanente attraverso politiche per il diritto allo studio, contrastando la dispersione scolastica. “Non ci può essere nessuna subalternità dell’istruzione a obiettivi di breve periodo e per questa ragione bisogna ridare spessore culturale ai saperi e alle competenze. Occorrono strategie complessive e partecipazione – sostiene la Flc – per un disegno di vero cambiamento del sistema di istruzione, formazione e ricerca. Ma il governo procede in maniera unilaterale mentre invece servirebbe una forte interlocuzione con tutti gli attori sociali e il rinnovo dei contratti nazionali quale strumento fondamentale di valorizzazione e unità del lavoro in tutti i luoghi della conoscenza”.

Martedì, a Roma, Gianna Fracassi, segretaria confederale Cgil ha aperto i lavori presentando tali proposte: “La sfida del lavoro necessita di basi solide, indispensabili per affrontare il cambiamento, l’innovazione, ma anche la discontinuità. Con il Piano del lavoro affermiamo che la scuola deve cambiare e serve una grande rivoluzione culturale che metta al centro il valore del sapere e quello della qualità del lavoro”. Fracassi entra poi nel dettaglio della richiesta al governo: “la scelta per il percorso alla scuola secondaria non va fatta a 13 anni. Ci vuole un biennio unitario per tutti, vanno poi rafforzati i poli tecnici e professionali, dando impulso alla didattica imprenditoriale, con un monte ore progressivo a partire dall’ultimo triennio per tutte le scuole. E c’è bisogno di una governance per evitare le degenerazioni attuali: è il caso degli istituti tecnici superiori, che dovevano essere punti di eccellenza, tra filiera formativa e filiera produttiva, con una visione multiregionale, attivando la mobilità territoriale degli studenti”.

Quindi l’intervento di Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc, secondo il quale “le ragioni e gli interessi dell’impresa non sono le finalità dell’istruzione: non ci può essere egemonia culturale sotto tale punto di vista. L’istruzione, quindi le competenze e conoscenze, devono essere veicolo di cambiamento dell’impresa, non il contrario”.

A chiudere il convegno è stata Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. “Per intervenire seriamente sul sistema formativo, serve un’idea di Paese. Se non c’è cultura, non c’è neanche innovazione, non è possibile investire se non si ha un orizzonte, se non si sa che cosa fare del Paese” ha esordito. “In Italia – ha aggiunto il segretario – questa idea sembra mancare, la decisione che si sta prendendo è di delegare tutto al sistema delle imprese, di far decidere loro quale sarà lo sviluppo del Paese, e quindi di delegare alle imprese anche la scuola. In tal modo, si propugna un’idea funzionalista dell’istruzione, che si accompagna alla svalutazione del lavoro, all’idea che il lavoro è solo merce comprabile e vendibile, che è sempre più in atto”. “A noi piace innalzare l’obbligo – ha concluso Camusso -, perché vogliamo vedere l’istruzione come una risorsa per tutti, superando le diseguaglianze di classe, dettate dalla suddivisione tra istituti tecnici, scuole professionali e licei, creando un modello organico, con insegnanti e risorse adeguate. Va ripensato il ciclo, mettendoci dentro un biennio unitario”.

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