Quante corbellerie sulla Libia

Quante corbellerie sulla Libia

C’è di che restare letteralmente allibiti, sconcertati per la quantità di corbellerie e di scempiaggini che si è costretti a leggere e sentire in questi giorni a proposito di quanto accade in Libia. Persone che per i loro incarichi di grande responsabilità dovrebbero centellinare le loro parole e meditare attentamente prima di esprimere giudizi, dicono certamente quello che pensano, ma altrettanto certamente non pensano a quello che dicono. Comincia il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, che prima di essere indicato come “ministro-crociato”, annuncia che un intervento militare, armato, è da mettere in conto; subito dopo interviene il ministro della Difesa Roberta Pinotti, che quantifica, dicendo che cinquemila militari italiani sono già pronti per partire; e non si capisce davvero cosa creda si possa fare non dico in Libia, ma nella sola città di Tripoli, con cinquemila uomini (qualcuno, per dire, ha una “semplice” cartina della città? Quanti conoscono almeno un rudimento di arabo?). Poi il presidente del Consiglio Matteo Renzi, prima della rapida e ridicola marcia indietro, dice l’Italia si candida a guidare la missione ONU (è evidente che Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia non chiedono che di affidare all’Italia la guida della missione); la deputata europea del Partito Democratico Simona Bonafé sentenzia: “Si deve intervenire, con la copertura dell’ONU, ma con la forza”. Dal fronte dell’opposizione anche Silvio Berlusconi gonfia il petto e indossa l’elmetto; e con lui Antonio Martino, i “Fratelli d’Italia” di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, e compagnia cantante…  insomma è tutto un rullar di tamburi, manca solo Gea della Garisenda che canta “Tripoli bel suol d’amore”, ma troveranno anche quella.

Qualcuno farebbe bene a ricordare che fine ha fatto la missione in Somalia dopo la caduta del dittatore Siad Barre negli anni Novanta; anche allora, sotto l’ombrello dell’ONU, è stato un fallimento completo. Non si ha, insomma, la minima consapevolezza di quelli che sono i reali interessi in gioco, quali sono gli interessi del nostro paese, che non coincidono con quelli della Francia, della Cina, della Russia; e si continua con la favola dei gommoni e dei barconi con le loro migliaia di migranti che potrebbero essere un vettore per far arrivare in Italia terroristi o per permettere ai combattenti al servizio degli estremisti islamici di tornare in Europa.

Ora, che il traffico di migranti sia una delle fonti di finanziamento del terrorismo internazionale, non è in discussione; ma da qui a sostenere che sia un mezzo per far arrivare da noi individui potenzialmente pericolosi, ce ne corre. Basterebbe un filo di logica, di semplice “buon senso”: qualcuno può spiegare perché un terrorista che vuole essere sicuro di raggiungere l’Europa per compiere attentati, dovrebbe scegliere di farlo salendo a bordo di carrette del mare, e a rischio della propria stessa vita? Chi parla di guerra, di intervento armato, oltre che a documentarsi un po’ meglio, dovrebbe fare tesoro di quello che può insegnare la storia e l’esperienza, meglio farebbe ad ascoltare quello che in queste ore ci dicono un po’ tutti gli esperti e gli analisti militari, generali compresi.

Il generale Mario Arpino, già capo di stato maggiore della difesa, ora in pensione (e dunque più libero di dire quello che pensa), con beffarda ironia nota che “nell’entusiasmo di voler far bene e dare all’Italia un ruolo abbiamo tuttavia notato una certa approssimazione, presumibilmente dettata dall’urgenza di licitare per primi, su un terreno dove comunque non avremmo trovato molti concorrenti. Non parlo di leggerezza o di presunzione, ma forse di una fretta eccessiva nell’esprimersi”. Fretta eccessiva nell’esprimersi, bell’eufemismo. Preoccupati, ma anche forse un po’ spaventati, annota Arpino, i politici italiani si risvegliati dal loro lungo torpore e si sono accorti che qualcosa accade in Libia. “Lo fanno a modo loro, non da veri statisti ma, almeno questa è l’impressione che ricaviamo dalle prime battute, da veri improvvisatori. Se è così, allora questa volta ci spaventiamo anche noi. Si sentono dire a caldo cose che, con un minimo di modestia e conoscenza, non si dovrebbero nemmeno pensare”. Fare i furbetti, con relativi giochi di prestigio, può pagare in Italia, ma non sulla scena internazionale. Renzi e renzucoli sono serviti. Sono dilettanti che ci mandano allo sbaraglio.

Quanto a noi, che non siamo pacifisti parolai e complici, ma siamo nonviolenti; che non crediamo alle esibizioni muscolari che rivelano solo una sostanziale impotenza e incapacità di governare le situazioni, abbiamo il difficile compito di reagire come a suo tempo si cerco’ di fare al tempo della guerra in Irak; e contarci, dando forza e sostanza a quel che siamo, alle cose che prefiguriamo e offriamo; anche questo e’ diritto alla conoscenza. E chissà che non si scopra di essere di più di quanti noi stessi si creda e si pensa.

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