Nihil sub Sole novi, nulla di nuovo nella politica italiana

Nihil sub Sole novi, nulla di nuovo nella politica italiana

Dopo i terribili giorni di Parigi, durante i quali le grandi questioni planetarie hanno fatto irruzione nell’opinione pubblica italiana, siamo costretti a rifare il punto sulla situazione nostrana. Intanto, ricordiamo la presumibile agenda politica. Il 13 gennaio è la data di scadenza (più o meno  come il latte) del semestre di presidenza italiana della UE, e il premier Renzi è atteso a Bruxelles dove è costretto a dire alcune verità sul destino del Vecchio Continente, sul patto di stabilità, ed ora anche sulla delicata faccenda della sicurezza europea, sollevata proprio dai fatti di Parigi. Temi tosti, si direbbe, sui quali non si potrà barare. Il secondo appuntamento, che oscilla tra il 14 gennaio e i giorni successivi, è “l’imminente” divorzio tra Napolitano e il Quirinale, con la scia dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Infine, il terzo appuntamento è relativo ai lavori parlamentari sulle riforme costituzionali ed elettorali già avviate. Cerchiamo di esaminare uno per uno i punti di un’agenda politica che rischia però di far ripiombare l’Italia in un dibattito stitico e asfittico, dettato dai patti del Nazareno, dalle mosse della minoranza Pd, da quel che decideranno Alfano e Casini. Dopo i giorni orribili, e insieme straordinari, di Parigi, è dura tornare a questa normalità del dejà vu.

Il semestre europeo a guida italiana

Marco Damilano sull’Espresso fornisce un giudizio severissimo sulla conduzione in sede UE di Renzi, e purtroppo anche di Federica Mogherini, da novembre Alto Rappresentante della politica estera europea. Damilano parla di evidente flop e di “promesse che rimangono solo degli slogan”. Non possiamo fare altro che condividere il giudizio di Damilano. Il giornalista così giudica il semestre europeo a guida Renzi: “sei mesi che rispecchiano la figura dell’europopulista Renzi, pochissimo interessato a un’azione pedagogica sull’opinione pubblica interna sulle radici dell’Europa. Il semestre europeo è passato, il premier lo archivia senza tanti rimpianti, gli effetti speciali sono mancati”. Forse è perché condivide questo giudizio che Giorgio Napolitano ha convocato Renzi al Quirinale lunedì 12 gennaio, tra la marcia di Parigi e il discorso a Bruxelles? Dall’entourage renziano sembra appunto emergere questa interpretazione, di un Napolitano per nulla soddisfatto dell’immagine che l’Italia ha dato di sé nel semestre europeo, e nell’imminenza dell’altro grande appuntamento internazionale, l’Expo milanese 2015 che parte a maggio. E alcuni osservatori fanno rilevare che sotto sotto Giorgio Napolitano non sia poi così convinto di divorziare a gennaio.

Le imminenti dimissioni di Napolitano

Così aveva esplicitamente affermato, il presidente della Repubblica, nel corso del discorso di fine anno 2014: le dimissioni saranno imminenti. Dopo appena due settimane, col terrore che percorre l’Europa e una nazione che rischia di sgretolarsi anche per responsabilità proprie e per limiti propri, non è detto che Napolitano non decida diversamente, anche perché impegnare il Parlamento e le forze politiche in un massacrante “tiro al piccione” del candidato alla successione, in questo momento, non è proprio saggio. È già accaduto, nell’aprile 2013, e sappiamo come è finita. Tuttavia, il premier è spavaldamente certo che uno dei capitoli del patto del Nazareno reggerà e che il prossimo 1 febbraio, cioè alla scadenza del quarto scrutinio, avremo il nuovo presidente della Repubblica (eletto coi soli voti di una parte di Forza Italia e una parte del Pd, con l’NCD a tifare Casini?). Intanto, possiamo sommessamente rilevare che dal punto di vista delle tradizioni politiche di riferimento, sarebbe utile individuare una personalità laica, liberale, libertaria, perfino un credente, che però faccia della fede un fatto privato, e non una dipendenza dal Vaticano? Non sono già troppe le personalità che si rifanno a tradizioni cattoliche in politica? Staremo a vedere.

Le riforme già avviate

Dopo il pasticcio inenarrabile del decreto fiscale e di quel 3% che avrebbe sollevato l’amico Silvio Berlusconi da qualunque accusa di frode fiscale, l’ineffabile premier Renzi dovrebbe aguzzare l’ingegno e far uscire dall’impasse alcune riformette. È il secondo capitolo del patto del Nazareno. Il nuovo sistema elettorale Italicum escogitato con emendamenti dalla Boschi pare faccia infuriare il Cavaliere e i suoi più stretti collaboratori. Il premio di maggioranza alla lista non appare convincente a molti in Forza Italia, e va risolta la questione spinosissima dei capilista bloccati, che consegnerebbero una Camera con il 60% di nominati. Inoltre, sul piano delle Riforme costituzionali (Senato e Titolo V) la confusione pare regnare un po’ ovunque, tra la maggioranza del Pd contenta e soddisfatta per il risultato (?) già ottenuto, i partner di Forza Italia evidentemente delusi del nuovo assetto del Titolo V, e quella data settembre 2016, che è clausola di salvaguardia per l’entrata in vigore della nuova legge elettorale, come se una legge potesse entrare in vigore anni dopo l’approvazione del Parlamento.

Nulla di nuovo sotto il Sole, si dirà. È proprio così, purtroppo.

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