Domenico Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil: “Per i governi, in Italia, l’investimento in conoscenza è un lusso”

Domenico Pantaleo, segretario generale Flc-Cgil: “Per i governi, in Italia, l’investimento in conoscenza è un lusso”

Che scuola, che università e che ricerca ci aspettano all’alba del 2015? La conoscenza è un settore strategico ovunque, nel mondo occidentale, tranne che in Italia. Un recente rapporto Istat sostiene che siamo i fanalini di coda nell’investimento in strutture di conoscenza, appena il 4.6% del nostro Prodotto Interno Lordo. In realtà, la Federazione lavoratori della conoscenza (Flc) della Cgil denuncia da anni queste scelte di disinvestimento che penalizzano soprattutto le nuove generazioni. Per approfondire questi temi, abbiamo intervistato Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil.

Mimmo Pantaleo, davvero l’Italia della conoscenza versa in queste gravissime condizioni?

Il punto è questo: la spesa generale per tutte le strutture della conoscenza, scuole, università, istituti di ricerca, si è ridotta progressivamente negli ultimi anni. Siamo ultimi nella graduatoria internazionale per investimenti in conoscenza. L’avevamo già detto, noi della Cgil. Siamo messi male, un punto percentuale sotto la media europea. L’altro dato emblematico è che dalla ministra Gelmini in poi, viene ridotta la spesa per istruzione sul totale della spesa pubblica, e dunque, anche in termini assoluti, e non solo relativi al PIL, la riduzione equivale a un salasso.

Eppure, il premier Renzi, i ministri, singoli parlamentari sbandierano oggi i risultati eccezionali conseguiti dal piano denominato “La buona scuola”. Non è così?

Il nostro giudizio sulle iniziative del governo Renzi su scuola, università e ricerca resta durissimo. Intanto, prendiamo nuovamente atto di un’assenza di investimenti, e della solita alchimia contabile del togli di qua e metti di là le stesse risorse. Ti faccio un esempio. Tremonti bloccò gli scatti di anzianità nella scuola, che portò ad un taglio di circa 660 milioni. Nel 2010, si trovarono risorse per gli scatti di anzianità nel Fondo per l’offerta formativa delle scuole. Si trattò di un’alchimia contabile, che ebbe subito termine, ovviamente, perché dall’anno successivo quelle risorse non ci furono più per gli scatti. Ora, con il piano “La buona scuola”, il governo Renzi vorrebbe ripristinare l’integrità del Fondo per l’offerta formativa, ma tagliando nuovamente gli scatti di anzianità del personale. E se, facendo le addizioni, per ogni anno gli scatti equivalgono a 380 milioni di euro, ecco che in tre anni i tagli al personale ammontano a quel miliardo e 200 milioni di euro, circa, promesso per le scuole. Non si tratta di nuovi investimenti. Dal punto di vista della sua filosofia generale, credo che nel piano “La buona scuola” manchi un’idea progressiva dell’istruzione, della scuola moderna, della ricerca. Si può discutere a cosa possa servire l’investimento. Ma i tagli a università, a istituti di ricerca, al turn over del personale nelle università, abbinati alla mancanza di stabilizzazione dei ricercatori non consente di dare giudizi positivi sul governo Renzi. Non vedo una visione strategica, un progetto. Anzi, mi sembra in evidente continuità con i governi precedenti. E se poi l’idea di economia è quella del Jobs Act, con la riduzione dei salari, delle tutele e dei diritti, quale attenzione pretendi verso la conoscenza? Se tutto si riduce a elargire risorse a pioggia alle imprese, se manca l’idea di assieme del paese, l’investimento in conoscenza è un lusso.

Dunque, anche tu sei convinto che le iniziative del governo Renzi vadano a privilegiare le imprese, il capitale, piuttosto che il lavoro, le nuove generazioni, il futuro del paese?

La spesa privata in ricerca e innovazione è dello 0.2, 0.3% di media. L’impresa italiana pensa di competere avendo come unica variabile il lavoro, mentre sappiamo che il costo del lavoro è marginale. Il governo, anche in questo, è in continuità con una logica neoliberista. La stortura prevalente di questa ideologia: la scuola e l’università ridotte a una parola magica, meritocrazia, competizione tra docenti, scuole, università, convinti che possa elevare la qualità, ma è una colossale baggianata. Complessivamente, il sistema nazionale è buono e competitivo, ma è ovvio che vi siano elementi peggiori e migliori, e quando si considera la media si finisce per fare come Renzo Tramaglino e i suoi polli. Siamo seri, lasciamo perdere le parole magiche di meritocrazia e competizione, e guardiamo la realtà quotidiana. Un docente e un ricercatore per effetto del blocco dei contratti nazionali perde in media 13mila euro, e con la legge Brunetta si è bloccata anche la contrattazione decentrata. Valorizzare i talenti? Ma se non rinnovi i contratti! Un docente al massimo della carriera non arriva ai duemila euro netti. Meritocrazia e competizione sono il fumo. L’arrosto è nell’eroismo di decine di migliaia di docenti e operatori della scuola che con fatica ogni giorno fanno il loro dovere, e con salari inadeguati e bloccati.

Uno sguardo sull’attualità. È di queste ore l’attacco contro il pubblico impiego da parte di governo, stampa, opinione pubblica. Si fa di ogni erba un fascio. Che ne pensi?

A me sembra che si stia facendo un uso strumentale della vicenda romana. Nella scuola ci sono tutti gli strumenti giuridici per perseguire i nullafacenti. Si utilizzino quegli strumenti. Anche noi vogliamo che la gente lavori, non difendiamo i fannulloni. Però, attenzione, nella scuola, a differenza della totalità della Pubblica Amministrazione, decide il dirigente scolastico. Se nel governo si pensa di cacciare la gente per antipatia o per altro motivo non giustificato, non ci siamo.

Che farà la Cgil nel 2015, dopo questa impietosa analisi?

I lavoratori e le lavoratrici siano certi che la mobilitazione sui tre punti decisivi su cui si è aperto il conflitto col governo – Jobs Act, tagli indiscriminati alla spesa pubblica, attenzione ai privilegi –  continuerà anche nel 2015.

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