Moratoria universale pena di morte: battaglia di civiltà con Italia protagonista (ma nessuno lo sa)

Moratoria universale pena di morte: battaglia di civiltà con Italia protagonista (ma nessuno lo sa)

Abbiamo appena finito di spellarci le mani entusiasti per l’ottimo Roberto Benigni che in prima serata ci ha raccontato, come solo lui sa fare, i Dieci Comandamenti; e in particolare ci siamo emozionati quando si è soffermato sul quinto, quel “Non uccidere”, rivolto ai singoli, ma anche agli Stati. Poi, certo, non può assumere valore assoluto e mistico. Lo stesso Benigni ci ricorda come l’uso delle armi per uccidere si è rivelato inevitabile con i nazisti se si voleva scongiurare che il mondo intero si trasformasse in un tragico campo di concentramento. Ma quel comandamento resta inequivocabile, nella sua letteralità e nella sua sostanza, almeno come aspirazione e prospettiva.

Qualche ora dopo, il 18 dicembre scorso, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite chiede di nuovo di porre fine all’uso della pena di morte, con il passaggio di una nuova Risoluzione che invita gli Stati a stabilire una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pratica. È il quinto testo pro moratoria a essere adottato, dal 2007. La nuova Risoluzione viene approvata con il numero record di 117 voti a favore (sei in più rispetto alla Risoluzione del 2012) e il più basso dei voti contrari (38, tre in meno rispetto al 2012), mentre gli astenuti (34, come nel 2012) e gli assenti al momento del voto (quattro, tre in meno rispetto al 2012) sono stati complessivamente 38. Questa la “notizia”.

Un risultato che si deve in particolare all’impegno e all’azione di una di quelle organizzazioni che fanno parte della galassia del Partito Radicale, “Nessuno tocchi Caino”, che da alcuni decenni si batte contro la pena di morte nel mondo. Spronata da “Nessuno tocchi Caino” l’Italia è, all’ONU la punta di lancia di questa iniziativa, che grazie al sostegno del nostro ministero degli Esteri (i vari ministri che si sono succeduti in questi anni hanno di volta in volta confermato una linea di coerenza e di continuità in questo senso) e di un valente corpo diplomatico che ha effettuato un’efficacissima azione di “lobby” al Palazzo di Vetro di New York. È uno dei non molti motivi di orgoglio di questo paese; se ne potrebbe e dovrebbe legittimamente menar vanto. Al contrario i mass media hanno praticamente ignorato l’evento; palazzo Chigi poteva “esibire” questa pregevole “medaglia”. Non l’ha fatto; e in generale la classe politica italiana, non ha ritenuto utile, necessario, anche dedicare una sola parola di soddisfazione per il risultato raggiunto. Incredibile.

Nessuno sembra essersi accorto, e preso atto che per la prima volta si è registrata la cosponsorizzazione di uno stato africano “periferico” come la Sierra Leone, e il voto, per la prima volta, a favore del Niger: un risultato ottenuto in seguito a una missione ufficiale di “Nessuno tocchi Caino” e del Partito Radicale tra il 19 e il 21 novembre. Insieme al Niger, per la prima volta, hanno votato a favore Eritrea, Figi, Guinea Equatoriale e Suriname. Dall’iniziale voto contrario all’astensione, Bahrein, Myanmar, Tonga e Uganda.

La Risoluzione di quest’anno è rafforzata nella parte in cui chiede agli Stati di “rendere disponibili le informazioni rilevanti circa l’uso della pena di morte” (tra l’altro, il numero delle condanne a morte e delle esecuzioni, il numero dei detenuti nel braccio della morte e delle sentenze capitali rovesciate o commutate in appello o per le quali è intervenuta un’amnistia o concessa la grazia); e si chiede di limitare progressivamente l’uso della pena di morte, comunque non imporla per reati commessi da persone minori di 18 anni, donne incinte e nei confronti di disabili mentali.

La battaglia contro la moratoria delle esecuzioni capitali comincia nel 1994, quando la risoluzione italiana di moratoria viene battuta al Palazzo di Vetro per soli otto voti (in quell’occasione mancano i voti di 20 paesi dell’attuale Unione Europea). Un ruolo ambiguo, quello giocato dall’Unione Europea: basti dire che cinque anni dopo, nel 1999, la risoluzione dell’UE viene prima presentata e, all’ultimo minuto, ritirata. Francesco Paolo Fulci, all’epoca ambasciatore italiano all’Onu, spiega che da Bruxelles “giunse l’ordine a New York, a noi ambasciatori europei, di sospendere qualsiasi iniziativa”. Decisione ufficialmente motivata con il fatto che non ci sono i voti sufficienti. “Una scusa”, la liquida Fulci. “Posso assicurare che non era così, perché io personalmente avevo contattato più di novanta ambasciatori, ricevendone assicurazione che sarebbero stati dalla nostra parte”.

Si arriva così al luglio 2006: all’unanimità la Camera dei Deputati impegna il governo a “presentare alla prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite la risoluzione pro moratoria” e di farlo “in consultazione e non in concertazione” con i partner UE. Dopo tre mesi di sostanziale inerzia governativa, nell’ottobre dello stesso anno, la Camera dei deputati, sempre all’unanimità, chiede di “dare tempestiva e piena attuazione in consultazione e non in concertazione” con i partner UE.  Finalmente 85 paesi presentano all’Assemblea Generale una risoluzione che recepisce la proposta di una moratoria della pena di morte. Nei mesi successivi, a questi se ne aggiungono altri otto, per un totale di 93. Il Sudafrica comunica di voler co-sponsorizzare la risoluzione; lo stesso impegno assumono la Repubblica Democratica del Congo, l’Azerbaijan e il Tagjikistan.

Si arriva così al gennaio 2007: pungolato da uno sciopero della fame e della sete di Marco Pannella, il Governo italiano annuncia che “il Presidente del Consiglio e il Governo si impegnano ad avviare le procedure formali perché l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite metta all’ordine del giorno la questione della moratoria universale sulla pena di morte”. Anche il Parlamento Europeo con un voto pressoché unanime, “sostiene fermamente l’iniziativa della Camera dei deputati e del governo italiani, e invita la Presidenza UE ad adottare con urgenza un’opportuna azione per garantire che tale risoluzione sia presentata in tempi brevi all’Assemblea generale ONU”. Il Consiglio Affari Generali dell’UE dà il via libera all’Italia per la redazione del testo di risoluzione, la raccolta di co-sponsor e per l’avvio con la presidenza dell’Assemblea Generale dell’ONU delle procedure per la riapertura di un punto specifico sulla moratoria.

Il 18 dicembre 2007, la Risoluzione è votata in Assemblea Generale delle Nazioni Unite: 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astensioni. Alla fine i voti a favore sono cinque in più rispetto ai pronostici più favorevoli. Esattamente un anno dopo l’Assemblea delle Nazioni Unite approva la risoluzione per la moratoria della pena di morte: 106 si, 46 no, 34 astenuti. Il testo approvato nel 2008 stabilisce che l’Assemblea ritornerà a discuterne tra due anni.

Il 21 dicembre 2010, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva, per la terza volta la Risoluzione a favore di una moratoria universale della pena di morte. A favore votano 108 Paesi, contro 41, 36 gli astenuti, sette i paesi assenti al momento del voto. Il dato politico più significativo del voto al Palazzo di Vetro è il voto favorevole di Paesi che nel 2008 avevano votato contro (Kiribati, Maldive e Mongolia), o si erano astenuti (Bhutan, Guatemala e Togo) e il voto di astensione di quattro  Paesi (Comore, Nigeria, Isole Salomone e Tailandia) che avevano votato contro. Ha avuto effetti pratici, la moratoria? Il solo annuncio, all’inizio del 2007, dell’iniziativa provoca nel corso dell’anno fatti positivi: ben nove Paesi passano dal fronte dei favorevoli alla pena di morte a quello abolizionista. Altri cinque Paesi lo fanno nel 2008 e nei primi sei mesi del 2009. Aboliscono la pena di morte anche due Stati USA: il New Jersey e il New Mexico.

Nel 2008, Cuba e Camerun commutano tutte le condanne a morte, mentre un numero significativo di amnistie o commutazioni di pene capitali viene deciso a Trinidad e Tobago, in Nigeria e in Zambia. Nel 2009, il Presidente del Ghana, John Kufuor, commuta la pena agli oltre 100 condannati a morte del Paese, mentre la Corte Suprema dell’Uganda commuta in ergastolo le condanne a morte dei prigionieri nel braccio della morte da più di tre anni. Infine, in Cina le sentenze capitali emesse da tribunali a vari livelli diminuiscono fino al 30 per cento negli ultimi due anni, mentre la Corte Suprema annulla a sua volta il 15 per cento di quelle che ha esaminato. Questi fatti positivi non preludono certo all’abolizione immediata della pena di morte né a cambiamenti radicali in senso democratico in molti Paesi, ma senza dubbio vanno nella direzione indicata dalla Risoluzione delle Nazioni Unite. Che l’Italia abbia svolto e continui a svolgere un ruolo di primo piano e di protagonista in questa battaglia di civiltà dovrebbe essere motivo di orgoglio. Non lo è per la semplice ragione che nessuno o quasi ne è a conoscenza. E sì che siamo la patria di quel Cesare Beccaria che giusto 250 scriveva quel “Dei delitti e delle pene” che costituisce ancora oggi un testo fondamentale, così celebre, così poco conosciuto.

 

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