L’indignazione di Carlo Galli per la riforma del governo sulla dichiarazione di guerra

L’indignazione di Carlo Galli per la riforma del governo sulla dichiarazione di guerra

Professor Galli, lei accusa il governo e la maggioranza del Pd di non aver calcolato le conseguenze potenziali della riforma di un articolo importante della Costituzione, il 78.

Questa mattina, la maggioranza del Partito democratico in Commissione Difesa ha espresso parere favorevole al testo di riforma costituzionale, in particolare, per quanto riguarda la riforma dell’articolo 78 della Costituzione, il quale prevede che “le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al governo i poteri necessari”. La revisione dell’articolo 78 si è resa necessaria per effetto della trasformazione del Senato in Camera non elettiva. Anche consiglieri regionali e sindaci avrebbero avuto così il potere di decidere dello stato di guerra, e quindi giustamente il Senato è stato escluso dalla deliberazione pervista dall’art. 78. Ma è sorto un problema molto grave, ovvero l’attribuzione della decisione dello stato di guerra alla sola maggioranza, semplice, quella che ha conferito la fiducia al governo, senza la necessaria previsione di una maggioranza qualificata, così come avviene invece per l’elezione del Capo dello Stato. E poiché la nuova legge elettorale ha un meccanismo sostanzialmente maggioritario, accade che una minoranza del Paese reale decide su uno degli atti più importanti e gravi nella storia di un popolo, dichiarare la guerra.

Quali sono le conseguenze politiche?

La domanda politica da porre è la seguente: se il motivo per cui si mette mano alla legge elettorale è quello di aumentare la governabilità, la guerra è parte delle decisioni del governo? La Costituzione prevede tre attori istituzionali che decidono su un atto considerato di gravità eccezionale: Governo, Parlamento e Capo dello stato, secondo i poteri attribuitigli dall’art. 87 della Costituzione. Questa previsione dei padri costituenti nasce dal fatto che il sistema elettorale proporzionale è previsto come implicito nella nostra Costituzione e quindi vengono conseguentemente richiesti una faticosa mediazione tra le forze politiche e un dibattito politico, parlamentare e pubblico su atti di estrema rilevanza per il nostro Paese, quali sono appunto, la dichiarazione di stato di guerra e l’elezione del Capo dello Stato.

Invece, secondo lei, cosa avrebbero dovuto fare Governo e maggioranza?

Con il testo presentato dal governo, e votato dalla maggioranza del Pd, questo atto particolare e grave che è la dichiarazione dello stato di guerra viene ridotto alla decisione della maggioranza parlamentare che ha vinto le elezioni con sistema maggioritario. La torsione è evidente, l’errore è evidente: non si può trattare la guerra come qualunque legge ordinaria, decisa da una maggioranza parlamentare che è minoranza nel Paese. È invece necessario che questo atto divenga il più possibile fatto politico e popolare, sostenuto da un voto a maggioranza qualificata, come è stato deciso per l’elezione di un organo di garanzia come il Capo dello Stato. Allo stesso modo, è ragionevole pensare che la dichiarazione dello stato di guerra sia espressione di una maggioranza qualificata  del Parlamento, che corrisponde ad una maggioranza reale del paese. Pensiamo a cosa potrebbe accadere se le elezioni fossero vinte da partiti di ispirazione xenofoba, antidemocratica o antisistema.

Per queste ragioni, in dissenso dalla maggioranza del Gruppo parlamentare al quale appartengo, non ho partecipato alle operazioni di voto in Commissione Difesa.

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