La verità sulla schiavitù moderna in Qatar, e sugli operai morti nella costruzione degli stadi. L’Italia ci gioca la Supercoppa, senza vergognarsi

La verità sulla schiavitù moderna in Qatar, e sugli operai morti nella costruzione degli stadi. L’Italia ci gioca la Supercoppa, senza vergognarsi

Tanti racconti, comparsi per lo più sui giornali di mezzo mondo, avevano mostrato che morivano a centinaia i lavoratori migranti del Nepal, India, Sri Lanka e da ogni parte del Medio e dell’Estremo Oriente, che avevano trovato occupazione in Qatar. E se di alcuni si diceva che fossero morti in incidenti sul lavoro, di molti invece si faceva risalire la causa della morte all’infarto, veloce e inspiegabile. Ora però il DLA Piper Report ha confermato che sono 964 i lavoratori morti tra il 2012 e il 2013 in Qatar. Il DLA Piper è uno studio legale internazionale con decine di sedi in tutti i continenti, e con più di 4000 avvocati “democratici”, al quale il governo del Qatar ha affidato un’indagine conoscitiva. Nel loro Rapporto sul Qatar hanno chiesto al governo del Paese del Golfo di registrare le morti e di indagarne le cause, ma senza particolare successo. Dopo la pubblicazione del Rapporto, il Qatar ha sostenuto che avrebbe riformato il sistema della kafala, che costringe i lavoratori a legarsi ai padroni, e rafforzato una legislazione che obblighi i contractors a fornire migliori condizioni vita e di lavoro e vieti il sequestro dei passaporti. Ma secondo gli avvocati del DLA Piper, il sistema proposto dal Qatar per riformare la kafala costringe ancora i lavoratori a legarsi ai padroni per tutta la durata del contratto, che non è mai inferiore a cinque anni.

Il Rapporto DLA racconta che in Qatar sono presenti circa 400.000 lavoratori nepalesi, su un totale di 1.400.000 lavoratori migranti, che operano nelle costruzioni valutate in 200 miliardi di euro, nel pur piccolo stato del Golfo. Molti vanno a Doha dopo aver pagato una tangente a reclutatori privi di scrupoli, solo per trovare redditi e condizioni che nella offerta differiscono enormemente da quanto era stato promesso loro. Il governo del Qatar cita l’aumento degli ispettori del lavoro e nuove leggi che pare impongano redditi da pagare con bonifici, piuttosto che in contanti. Perché, da quel che si scopre, il contante è la forma privilegiata dai nuovi schiavisti del XXI secolo. Amnesty International ha scoperto il mese scorso che il Qatar “ha preso un sacco di tempo” quando si è trattato di produrre cambiamenti significativi. “Nonostante le ripetute promesse”, scrive il Rapporto di Amnesty International, “di aggiornare la legislazione in vista della Coppa del Mondo di calcio, il governo del Qatar sembra ancora perdere tempo sui principali mutamenti di cui vi è bisogno, tra i quali l’abolizione del permesso di uscita e la revisione dell’abusivo sistema di sponsorizzazioni”. Inoltre, avverte ancora Amnesty International, “dopo sei mesi, solo una manciata di misure annunciate a maggio sono state in parte realizzate. Quel che più conta, è che le scelte compiute sono molto totalmente e amaramente insufficienti”. A novembre scorso, il ministro del Lavoro del Qatar ha reso nota una dichiarazione sul miglioramento delle condizioni di lavoro: “crediamo che coloro che stanno aiutandoci a costruire il nostro paese debbano essere debitamente pagati, umanamente trattati e protetti contro lo sfruttamento. È per questo che stiamo riformando leggi e pratiche del lavoro. Sappiamo bene che vi è moltissimo ancora da fare, ma, come in ogni altro paese del mondo, i cambiamenti non si fanno dalla sera alla mattina. Per cambiamenti importanti come questi ci vuole molto tempo, ma intendiamo portare cambiamenti efficaci, importanti e duraturi a beneficio di coloro che vivono e lavorano in Qatar”.

Al di là della difesa d’ufficio del governo del Qatar – abbastanza banale perfino nella formulazione – ciò che si evince è che anche le massime autorità di quel Paese sono consapevoli della realtà di nuova e moderna schiavitù, in un paese tra i più ricchi del mondo, che ospita decine di appuntamenti sportivi e mondani internazionali, diffusi da tutte le tv del pianeta. A Doha, la Federcalcio italiana, ad esempio, ha deciso di disputare la Supercoppa italiana di calcio tra Juventus e Napoli. E la Rai ne ha acquistato i diritti. La telecronaca l’abbiamo vista. Nessun accenno da parte del telecronista, o degli ospiti (figuriamoci se si azzardava a farlo Maurizio Beretta, capo della Federcalcio), a quanto sta accadendo in quel paese, dal punto di vista della riduzione in schiavitù di quei lavoratori che quello stadio hanno costruito, e ai morti che continuano ripetersi col ritmo di uno ogni due giorni nel 2014 (la cifra è relativa ai soli lavoratori del Nepal, presi come punto di riferimento dagli avvocati della DLA Piper, ma mancano le cifre degli altri migranti). È questo ciò che dobbiamo attenderci dai nuovi ricchi del Qatar? Silenzio sulla schiavitù e sui morti contro il denaro degli sceicchi? Possibile che nessun parlamentare italiano abbia avuto modo, tempo, voglia di chiedere al sottosegretario Delrio se abbia condiviso la scelta di Doha per la Supercoppa italiana? Eppure, i sindacati di tutto il mondo hanno denunciato quanto sta accadendo in Qatar, nel silenzio complice dell’Occidente, e delle sue strutture, sportive e di governo (nella foto che accompagna questo articolo, una manifestazione dei sindacati contro la FIFA, la Federazione mondiale del calcio che ha assegnato al Qatar i Mondiali del 2022. Sullo striscione è scritto: “cartellino rosso per la FIFA. No al Mondiale in Qatar per evidente lesione dei diritti umani”). Se l’Italia accetta di disputare la propria Supercoppa a Doha, poi sarà difficile contestare al Qatar le accuse di corruzione e di schiavismo.

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