Coronavirus. Con il “pretesto” dell’epidemia, concrete minacce alla libertà

Coronavirus. Con il “pretesto” dell’epidemia, concrete minacce alla libertà

Ore 11,01 del 15 febbraio. L’agenzia “AdN-Kronos” mette in circuito un take che conviene riportare integralmente: “Chi intenzionalmente nasconde o riporta in maniera incompleta i sintomi del contagio del nuovo coronavirus commette un reato penale che verrà punito severamente, anche con la pena di morte. È quanto riporta il quotidiano ufficiale Beijing Daily, citando una informativa diffusa da un tribunale cinese. Anche nascondere i viaggi effettuati può costituire un reato, sottolinea il tribunale. Ogni residente che provoca una ulteriore diffusione del coronavirus Covid-19 può essere accusato del reato di messa in pericolo della sicurezza pubblica con mezzi pericolosi. ‘In casi estremi’ – sottolinea il quotidiano – ‘i responsabili possono essere punti con dieci anni di carcere, l’ergastolo o la morte’. Dal canto suo, la Commissione cinese per la salute nazionale ha annunciato oggi il divieto di viaggio su strada, treno e aereo per chi abbia tosse, febbre e altri sintomi d’influenza, con l’obiettivo di contrastare l’epidemia. Le autorità cinesi hanno deciso anche l’imposizione di un periodo di quarantena di 14 giorni – nelle proprie abitazioni o all’interno di strutture sanitarie – per tutti coloro che fanno rientro a Pechino dopo aver trascorso un periodo di vacanza fuori città. La misura è stata adottata in vista del rientro di chi ha trascorso fuori Pechino il periodo di festeggiamenti per il Capodanno cinese, che quest’anno sono stati estesi nel tentativo di arginare la diffusione del coronavirus. ‘Chiunque si rifiuti di accettare queste misure di prevenzione e controllo dovrà risponderne davanti alla giustizia’, è stato reso noto”. Passi per il reato. Punibile penalmente. Ma “con dieci anni di carcere, l’ergastolo o morte”? Manca la corte marziale, incaricata di dare pratica esecuzione a quanto previsto. Come se si fosse in guerra, e ci si comportasse in “intelligenza” con il nemico. A Pechino, in Cina, sono giunti a questo punto? Un simile provvedimento si “giustifica” solo in casi di epidemie e pestilenze come quelle che talvolta capita di leggerne nei romanzi di fantascienza o nei film apocalittici…

Forse è un’esagerazione, auguriamoci che lo sia.

Non è però un’esagerazione l’allarme lanciato dal South China Morning Post, quotidiano di Hong Kong; per la collocazione geografica, e per il pubblico a cui si rivolge, è particolarmente sensibile alle problematiche dell’epidemia del coronavirus. Le questioni sanitarie e non solo. È questo “non solo”, su cui conviene riflettere. Prima una constatazione: il regime cinese ha saputo creare una colossale rete di sorveglianza di massa, tra le più efficienti e capillari; un Big Brother capace di monitorare le attività di un buon miliardo e mezzo di persone. Un controllo che si sviluppa a partire dalle attività più semplici, “normali”: la spesa pagata con carta di credito o una funzione del telefono cellulare; la prenotazione di un biglietto di treno; il registrarsi in ospedale per andare in visita a un congiunto o un amico; un semplice scambio di SMS… Il “grande occhio” registra, connette, cataloga, scheda: da quando ci si alza dal letto fino a quando ci si corica, tutto tracciato. Per quello che riguarda il coronavirus, gli esperti avvertono (non c’è ragione di dubitarne) che si tratta di un virus pericoloso: “Non sappiamo esattamente quanto, ma certamente lo è. Si tratta di un problema che bisogna affrontare con fermezza, con decisione e con la guida dei dati scientifici”.

Niente da obiettare; e niente da eccepire quando ci si dice che al momento ci sono solo due strumenti per combattere il virus e limitarne il contagio: diagnosticare i casi, e isolarli: “Dobbiamo isolare le persone che sono infette o che possono essere infette. Non c’è altra strada”. C’è tuttavia un aspetto da considerare; l’hanno battezzato con un termine che fa venire l’orticaria: “controllocrazia”. I problemi vanno al di là della pur grave epidemia: indubbiamente da una parte ci sono gli oltre 1.500 decessi, le decine di migliaia di contagiati, tutti i rischi connessi. Dall’altra ci sono i limiti (e i rischi) dell’emergenza, i controlli, le limitazioni. Un qualcosa di già visto (e destinato fatalmente a moltiplicarsi) all’indomani dell’11 settembre e la tragedia delle Twin Towers: gli Stati Uniti e il mondo chiedono sicurezza; in cambio cedono consistenti porzioni di riservatezza, disposti a invasivi controlli e rinunce di personale libertà.

Si prenda la città di Wuhan: un “formicaio” di undici milioni di abitanti.

Una città posta, letteralmente, sotto sequestro, e questo è il meno. L’epidemia cade in occasione del Capodanno cinese, festività nel corso delle quali, per tradizione, ci si sposta; almeno cinque milioni di abitanti di quel “formicaio”, si sono mossi. Le autorità cinesi assicurano che sono state in grado di monitorarle, di “tracciarle”; cinque milioni di persone, individuate attraverso le reti dei cellulari. A Shantou, nella provincia del Guangdong, usati i droni per individuare chi non indossa le mascherine.  In nome dell’emergenza, beninteso; comunque uno scenario da incubo. Il regime assicura, grazie alla tecnologia di riconoscimento facciale, di poter identificare un cittadino in pochi secondi con una precisione superiore al 99,9 per cento. Sempre il regime garantisce che le città cinesi sono tra le più sicure al mondo, e che le autorità, grazie alla tecnologia hanno risolto la totalità dei casi di omicidio commessi durante e dopo il 2015. Si faccia pure la doverosa tara, essendo appunto un regime che esalta sé stesso. Come sia il problema della “controllocrazia” resta tutto.

Il primo caso di coronavirus appare a Wuhan il 1 dicembre 2019; a metà mese le autorità dispongono di prove sufficienti per sapere che il virus è in grado di colpire gli esseri umani. Per evidenti ragioni di “regime” l’epidemia non viene riconosciuta fino al 20 gennaio, quando ormai la situazione è incontrollabile; e ora quello che si sa (si spera, almeno). Se questa vicenda insegnerà qualcosa ai satrapi di Pechino sarà quella di ulteriormente rafforzare la “controllocrazia”. Con il “pretesto” dell’emergenza, facendo leva su comprensibili timori e paure, sarà più facile, stringere le maglie, intensificare più di quanto già non siano, controlli e sorveglianza. Come ben ci ricorda Leonardo Sciascia, da sempre la sicurezza del potere si fonda sull’insicurezza dei cittadini.

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