Roberto Biscardini. Referendum costituzionale. Si possono fare battaglie perdenti?

Roberto Biscardini. Referendum costituzionale. Si possono fare battaglie perdenti?

In molti avevamo sostenuto, nei primi giorni di ottobre, sull’onda dell’indignazione manifestata anche da molti costituzionalisti, che la proposta di riforma costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari, sostenuta da M5S, bocciata per tre volte consecutive e poi approvata per pura “viltà” in quarta lettura, dovesse essere in qualche modo contrastata. Il fatto politico di allora era che il Pd e la sinistra la votarono in nome di un accordo capestro ed anche poco dignitoso, secondo il quale però, in cambio di quel voto, sarebbe seguita una nuova legge di riforma elettorale di tipo proporzionale per garantire il diritto di rappresentanza e il pluralismo politico, e nuove modifiche costituzionali per ricostruirne la coerenza. La riduzione dei parlamentari non doveva quindi incidere sulla riduzione della democrazia parlamentare e sull’indebolimento del ruolo e delle prerogative del Parlamento.

Non mi sembra che stia succedendo nulla di tutto questo. Anzi proprio nel Pd risorgono gli amori per un sistema maggioritario che ormai si è dimostrato fallimentare da molti punti di vista. E gli amori per un sistema bipolare destinato ad aggravare la situazione politica generale e ad essere persino la causa probabile della sua definitiva rovina. Perché anche da sinistra non arriva alcun segnale utile a testimoniare che si possono difendere le proprie idee? Semplice, perché prevale ormai nei partiti della sinistra, nei suoi deputati e persino in alcuni suoi elettori (piegati a una cultura della destra) una logica assolutamente pericolosa secondo la quale si sta solo nel “politicamente corretto”, rassegnati a tutto, rinunciando a sostenere con coraggio battaglie che si ritengono comunque giuste ma a priori perdenti.

Ma dietro alla frase “non si possono fare battaglie perdenti”, perché andremmo contro un’opinione pubblica prevalente, si manifesta ormai la gravità dell’attuale momento politico e la crisi morale della nazione. Alcuni di noi continuano a credere che, in nome del principio fondamentale secondo il quale ogni riforma costituzionale dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini, il referendum su questa riforma si possa tenere. Perché lo chiedono un quinto dei deputati o dei senatori, oppure cinque consigli regionali, oppure 500.000 elettori. Detto questo, anche se è assolutamente evidente come, nel clima politico attuale le possibilità maggiori di indire il referendum sono nelle mani dei parlamentari, perché non testimoniare comunque con la raccolta delle firme che ci sono ancora cittadini contrari a questa riforma? Che sono contro alle ragioni dello scambio politico che ha determinato la sua approvazione? Che sono per la difesa della democrazia contro ogni ipocrisia e opportunismo? Che non si può e non si deve, solo perché vale la logica del “non si possono fare battaglie perdenti”? Non si può ridare ai cittadini il diritto di esprimersi, perché la maggioranza dei cittadini avrebbe già deciso cosa votare? Perché si andrebbe contro i sondaggi? Non si può difendere la Costituzione difendendo contemporaneamente le ragioni che furono all’origine di un certo numero di parlamentari? Non si può difendere il principio della rappresentanza popolare?

Se anche la cosiddetta sinistra democratica è ridotta ad accettare questa logica e se nessuno ha più il coraggio di affrontare una battaglia a viso aperto e nemmeno i parlamentari hanno più il coraggio di mettere una firma, allora siamo passati dalla sfera del “politicamente corretto”, a quella del “politicamente pericoloso”.

Ma a questa logica non c’è fine.

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