Il M5S si spacca e si frantuma su tutti i temi decisivi per l’Italia, mettendo il crisi maggioranza e governo. Grillo mette sotto tutela Di Maio

Il M5S si spacca e si frantuma su tutti i temi decisivi per l’Italia, mettendo il crisi maggioranza e governo. Grillo mette sotto tutela Di Maio

Fondo salva-Stati (o Mes), Mose a Venezia, riforma della Giustizia e della prescrizione, soluzioni per ex Ilva e Alitalia, quota 100, le risorse da aumentare per istruzione e ricerca, altrimenti il ministro Fioramonti si dimette, ed ora anche le elezioni regionali, tra le altre: non c’è tematica di radicale e decisiva importanza per l’Italia che non veda il Movimento 5 Stelle frammentarsi, dividersi, litigare, tra vertice e base, tra membri dell’esecutivo, mettendo in grave difficoltà un governo nato su un programma preciso e non da un contratto, guidato da Giuseppe Conte, e con al suo interno il capo politico, Luigi Di Maio. Le continue fibrillazioni, suscitate anche da sconfitte elettorali e da sondaggi impietosi, non trovano ancora una sintesi politica nel M5S, al punto che affidarsi alla piattaforma Rousseau diventa un alibi: vota una minoranza degli aventi diritto su domande non sempre chiare. La loro presunta democrazia diretta non è altro che un tentativo per deresponsabilizzare i capi di un movimento che si trova privo di gruppi dirigenti all’altezza delle sfide politiche, economiche, sociali che il Paese vive. Non è solo una crisi d’identità, quella del M5S, è il nodo, che ora viene al pettine, di un gruppone parlamentare che vive la contraddizione tra l’antipolitica predicata come panacea e invece la necessità di governare le transizioni. E non è neppure una novità tra i 5Stelle. Basti solo solo ricordare come non è stata risolta la vicenda del dramma del ponte Morandi a Genova. E così, tra vertici che si susseguono a ritmi quotidiani, riunioni in cui si decide solo di procrastinare, il governo manifesta la sua fragilità, mettendo spesso i partner in gravissime difficoltà. Andiamo con ordine, e facciamo il punto su queste ore concitate, che non fanno presagire nulla di buono sulla continuità nel tempo di questo governo Conte bis.

E Grillo mette sotto tutela il capo politico Di Maio

Il capo politico resta Luigi Di Maio ma la strada è quella dell’accordo del Pd e le sirene leghiste vanno spente. E’ in questo concetto, soprattutto, che si cela il “dark side of the moon” dell’incontro tra Luigi Di Maio e Beppe Grillo. Un incontro che ha un “volto” diffuso sui social e sui media – il video del fondatore e del capo politico, vicini fino a toccarsi, compostamente sorridenti – e una parte i cui effetti forse, si vedranno solo fra qualche settimana. Ed è in questa parte “nascosta” che si cela quella sorta di diktat sul Pd che Grillo impone a Di Maio assicurandogli, al tempo stesso, di essere lui al timone del Movimento nella fase più delicata. Certo, Di Maio, non sarà più “solo”. Grillo lo scandisce nel video, assicurandolo a chi, di Di Maio, non si fida più. Il suo è un ritorno in campo da moltissimo tempo nel Movimento. Un ritorno a cui Grillo si vede quasi costretto per evitare l’implosione della sua creatura. Ed è un ritorno che, al momento, vede in posizione defilata Davide Casaleggio, di certo molto più scettico del fondatore rispetto a un percorso condiviso con il Pd. Sarà Grillo, invece, il Garante della transizione che porterà il Movimento agli Stati generali della prossima primavera. E non solo per l’ala ‘fichiana’ ma anche per chi, nell’inner circle di Di Maio, guarda al governo con il Pd con convinzione maggiore del leader, è una buona notizia. Di certo il capo politico è chiamato ad accelerare, entro metà dicembre, su quella formazione del team del futuro – “il primo organo politico” del M5S, precisa Di Maio – che vedrà 12 referenti tematici e 6 referenti organizzativi. Ed è in quest’ultima tranche che potrebbe concentrarsi quella reale divisione di poteri che in tanti, tra i Cinque Stelle, ora pretendono. Tanto che, tra i pentastellati, più che di facilitatori si parla anche di una sorta di “triunvirato” che abbia le funzioni che furono del Direttorio. Grillo già a Italia 5 Stelle aveva incontrato, singolarmente, scontenti e vecchia guardia, manifestando loro il rischio che un leader si circondi di “yes man”. Questa volta, però, non ci saranno “cartellini gialli” per Di Maio: il fondatore “vigilerà” anche nella sua linea politica. Sulla quale l’ex comico è netto: con la Lega non si torna.

Due ore di vertice a Palazzo Chigi per cercare di portare chiarezza sulla questione Mes, il meccanismo europeo di stabilità.

Al termine della riunione i nodi principali sono ancora da sciogliere, sul tavolo restano le obiezioni di M5s e Leu, con il “paradosso” che a difendere l’accordo ci sia chi non lo ha sottoscritto. Proseguiranno quindi nei prossimi giorni le riunioni tecniche e politiche per trovare una quadra. Non è un caso che sul tema sia intervenuto l’ormai prossimo ex commissario europeo Moscovici, per fare un po’ di chiarezza. “Non è un problema, ma un progresso verso una Unione bancaria più efficace”, ha affermato Moscovici al termine della sua visita a Roma durante una conferenza stampa, tenuta presso la rappresentanza in Italia della Commissione Ue. Anche per l’Italia “non solo non è un problema – ha detto – ma è un asset per il Paese e il suo sistema bancario” Il tema tuttavia è deflagrato negli ultimi giorni nel dibattito politico nella Penisola. In particolare a causa delle formulazioni tecniche con cui indirettamente si renderebbero possibili ristrutturazioni dei titoli pubblici di Paesi altamente indebitati (come l’Italia) in caso di una sua attivazione. L’accordo sulla riforma teoricamente sarebbe stato raggiunto lo scorso giugno. Tuttavia dato che il Mes è stato istituito con un trattato internazionale anche la sua riforma deve avere la medesima forma, che poi andrà ratificata da tutti i parlamenti nazionali. E se il Parlamento italiano non lo dovesse approvare la riforma stessa verrebbe dunque bloccata. Moscovici è stato ripetutamente interpellato sulla questione ed è parso restio ad addentrarsi di fatto su un terreno sul quale la responsabilità passerà a brevissimo al suo successore, l’italiano Paolo Gentiloni, commissario designato all’Economia

La via Emilia non è “il sentiero stretto” che i dem si preparano a percorrere, ma è certamente la strada per la quale passa il futuro del governo

Lontani dai microfoni, i dirigenti dem lo ribadiscono quasi all’unisono: una eventuale sconfitta di Bonaccini si porterebbe dietro anche il Conte II. “Il sentiero è molto stretto, ma vale comunque la pena cercare di percorrerlo”: un ministro del Partito Democratico sintetizza così l’umore imperante al Nazareno dopo il crack rappresentato dal voto sulla piattaforma M5s. Rousseau ha decretato che il Movimento 5 Stelle dovrà correre alle regionali in Calabria ed Emilia Romagna, ribaltando la linea del capo politico. Luigi Di Maio ha incassato e rilanciato dicendo che, siccome “lo chiedono consiglieri e parlamentari”, questa corsa dovrà essere in solitaria, senza alleanze. Una scelta che mette in difficoltà il candidato democratico. Stefano Bonaccini in mattinata ha infatti avvertito che, così facendo, “si fa un regalo alla destra”. Perché è chiaro che i candidati pentastellati andrebbero a rosicchiare consenso ai dem e non certo alla destra di Salvini, rendendo la vita difficile allo stesso Bonaccini e al candidato in Calabria Maurizio Talarico. E se c’è ancora chi, nel Pd sottolinea che “i sondaggi sono molto buoni per Bonaccini” e, quindi, “c’è fiducia che si possa vincere anche senza M5s”, l’avviso comune sembra essere quello di tentare il tutto per tutto per riportare Luigi Di Maio a più miti consigli. “Il voto alle regionali non avrà nessun impatto sul governo”, si è affrettato a dire il capo politico del M5s al termine della cena offerta da Conte questa notte. Parole scandite anche dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: “Il governo andrà avanti in ogni caso”. Ma una sconfitta in Emilia Romagna, regione rossa per eccellenza, porterebbe a una crisi nel Partito democratico con conseguenze sul segretario e, per l’effetto domino, sul governo Conte. Per questo al Nazareno si ragiona, da questa mattina, sull’ipotesi di far nascere un orientamento identico tra Pd e pezzi del Movimento 5 Stelle contrari alla linea Di Maio con l’obiettivo minimo di portare il capo politico del M5s a confrontarsi sul programma di Stefano Bonaccini. Il tutto, nella speranza che Beppe Grillo, precipitato a Roma dopo il ‘coupe de teatre’ di ieri, possa incidere sulle sorti dell’alleanza. A testimonianza di un stato non certo sereno tra i vertici dei 5Stelle la posizione di Fico: “di elezioni regionali ne abbiamo fatte tante, ce ne sono e ce ne saranno ancora, ma quello che urge è un momento di riflessione importante su organizzazione, temi, identità e posizionamento generale nel futuro di questo Movimento. Dobbiamo farlo, è urgente, non si può rimandare”.

E in Calabria il M5S lancia il suo candidato civico, dopo aver detto no al candidato del Pd

Francesco Aiello, docente di Politica economica all’Università della Calabria, è stato indicato dal Movimento 5 Stelle come candidato alla presidenza della Regione Calabria alle elezioni del prossimo 26 gennaio. E’ quanto si apprende dunque da fonti M5s. L’ufficializzazione del nome di Aiello quale candidato governatore M5s è attesa nella prossima settimana: sempre secondo fonti pentastellate, il docente universitario, che è anche il fondatore del portale “Open Calabria”, si sarebbe preso alcuni giorni prima di sciogliere la riserva. Il nome di Aiello era stato proposto nei giorni scorsi dalla maggioranza dei parlamentari calabresi del Movimento nel corso di una riunione con il capo politico Luigi Di Maio nell’ipotesi di presentazione, in Calabria, della lista pentastellata, presentazione che ieri e’ stata avallata dal voto favorevole sulla piattaforma Rousseau. In un vertice tra il capo politico Luigi Di Maio e il deputato Paolo Parentela, coordinatore della campagna elettorale del M5s alle Regionali in Calabria, è stata ufficializzata la presenza del Movimento “con liste civiche collegate e nessuna alleanza con il Pd”. Un’altra tegola sul Pd, insomma e sulla maggioranza di governo.

Non a caso preoccupazioni sono espresse dal segretario nazionale di Leu Roberto Speranza. “Insisto perché si apra un dialogo sulle prossime regionali”. Roberto Speranza non si arrende alla possibilità, che sta diventando sempre più certezza, che le forze politiche della maggioranza di governo si presentino divise alle regionali in Emilia Romagna e Calabria. Per il ministro di Leu, l’ipotesi che i 5 Stelle vadano da soli è da scongiurare. “Non ci rassegniamo alla divisione che non avrebbe alcun senso”, sottolinea.

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