Alberto Benzoni. Elezioni in Gran Bretagna, può succedere di tutto

Alberto Benzoni. Elezioni in Gran Bretagna, può succedere di tutto

Secondo un recente sondaggio, intorno al 40% degli elettori sarebbero potenzialmente disponibili ad esprimere un voto diverso da quello del 2017. Con quattro esiti diversi: la vittoria dei conservatori; un parlamento senza maggioranza, con la sconfitta sia dei conservatori che dei laburisti; la formazione di una maggioranza a guida laburista; la vittoria laburista. Niente è già scritto. Tutto dipenderà dalla consistenza e dalla credibilità delle strategie elettorali adottate dai vari partiti o, per dirla in altro modo, dal successo della loro “narrazione”. Vediamo come. A partire dalle reazioni dei popoli “non inglesi”che pur vivono da secoli all’interno del Regno Unito. Forti in Scozia; più sfumate in Galles; in futuro politicamente dirompenti nel campo chiuso dell’Irlanda del Nord.

Gli scozzesi sono (succede anche questo) fortemente identitari ma, al tempo stesso, visceralmente europeisti. Sono governati da diversi anni da un partito nazionalista; e hanno  votato per il “remain”con una maggioranza di circa due terzi. Subito dopo, il loro primo ministro ha annunciato l’indizione di un nuovo referendum nel 2020. E, successivamente, la trasformazione dei conservatori nel partito della Brexit, ha determinato le dimissioni del suo gruppo dirigente scozzese. Più che probabile , allora, la totale scomparsa dei  tory alle prossime elezioni; un fenomeno che potrebbe toccare anche se in misura minore, i laburisti. Il tutto in direzione della nostra ipotesi numero tre.

Fenomeni che si registreranno anche in Galles. Ma in misura molto più attenuata. Lì il nazionalismo è di tipo culturale; i seggi laburisti sono a prova di bomba; e la perdita di seggi da parte del partito conservatore andrà a vantaggio del partito gallese e, soprattutto dei liberaldemocratici.

Pochi cenni sull’Irlanda del Nord. Lì tutto si è giocato non sul referendum; ma sulla gestione della trattativa da parte del governo. Che ha corrisposto, in tutto e per tutto ( nessun confine tra Belfast e Dublino) ai desideri irlandesi mentre ha lasciato, nei fedeli dell’Union Jack, il senso di un totale tradimento. Si avvicina, così, l’ipotesi della riunificazione delle due Irlande; mentre si rompe, forse definitivamente, il legame secolare tra partito conservatore e protestanti dell’Ulster. A partire dei loro rapporti all’indomani delle elezioni.

I liberaldemocratici avevano scommesso, sin dal principio, sulla possibilità di rappresentare elettoralmente non diciamo la totalità ma almeno una consistente maggioranza di coloro che avevano votato “remain”. Da una parte, con la confluenza nelle loro file dei conservatori europeisti o quanto meno del loro elettorato. Dall’altra, spaccando il partito laburista a partire dal suo gruppo parlamentare. Ora, la prima operazione ha buone possibilità di riuscita ( ponendo a rischio un buon numero di seggi inglesi dei tory); non così la seconda. Così l’ipotetica frana nel gruppo parlamentare laburista non si è verificata; e Corbyn ha fatto passare la sua linea sull’Europa nel congresso. Lo stesso Blair, protagonista non tanto occulto del disegno centrista, ha finito per prenderne atto ; invitando a votare per i candidati di tutti i partiti comunque contrari alla Brexit proposta dai conservatori. Così, i liberaldemocratici aumenteranno sicuramente il loro peso e il loro ruolo; ma non fino al punto di essere al centro di una ricomposizione del paesaggio politico inglese.

Veniamo, allora, ai suoi due  protagonisti principali. Qui nulla, ma proprio nulla è scontato; perché tutto si giocherà sulla narrazione e sulla capacità di comunicarla. La strategia di Johnson è chiarissima, anche perché è obbligata. Il Nostro dà per scontata la perdita di voti in Scozia, Galles e nell’elettorato moderato del “remain”. Conta però di rifarsi in una specie di secondo referendum sulla Brexit di cui il Nostro sia protagonista indiscusso. Un referendum che avrà come suo epicentro elettorale nelle tradizionale terre laburiste del centro e soprattutto nel Nord dell’Inghilterre, terre che hanno votato per l’uscita in larga maggioranza. Qui si conta sul fatto che in un confronto sull’identità il messaggio socialista sia naturalmente perdente; e, a rafforzare il messaggio, promesse di aiuti e sussidi di ogni tipo, con il relativo aumento della spesa pubblica. Un messaggio falso e per giunta contraddittorio. Non è affatto vero che la Brexit senza accordo renda liberi. Rimangono gli impegni gravosi relativi alla gestione dell’uscita; impegni su cui l’Ue non è disposta a fare sconti. E rimane soprattutto il fatto che l’uscita non sarà una libera uscita: nel senso che la promessa di diventare  padroni di fare e disfare la propria politica economica e i propri rapporti economici e commerciali con il resto del mondo è senza fondamento; come ha certificato uno che se ne intende, il presidente Trump. Si dirà che le “fake promises”di regola vengono prese per buone. A meno di essere efficacemente contestate. Potrebbe farlo Farage; dovranno farlo i laburisti. Farage sa benissimo che la Brexit non è affatto una libera uscita. Se così fosse stato avrebbe ritirato i suoi candidati a favore dei conservatori, in cambio della possibilità di portare due o tre dei suoi in Parlamento. Minaccia invece di fare l’esatto contrario: di candidare i suoi dappertutto, denunciando Johnson, colpevole di essere venuto meno ai suoi impegni. Difficile, naturalmente, che vada sino in fondo; più difficile, se non impossibile, che si rimangi quello che ha detto: la denuncia della Brexit di Boris, come vero e proprio tradimento rispetto ai suoi conclamati obbiettivi.

Cadrà così il muro che ha sinora occultato la natura delle scelte compiute dal governo e, di riflesso, dal Parlamento nel corso di questi ultimissimi anni. E cambierà, cosa ancora più importante, il discrimine su cui si giocherà la campagna elettorale. Non più il sì o il no alla Brexit: discrimine su cui i laburisti si sarebbero infranti sino a inabissarsi. Ma un confronto sul futuro della società inglese; e sull’effetto che su questo futuro avranno i rapporti con l’Unione europea. Temi su cui i laburisti hanno moltissimo da dire: sulle disuguaglianze crescenti e sul ruolo dei tories e della loro Brexit nell’accentuarle; oltre che sulla necessità di mantenere o di costruire nuovi e positivi rapporti con l’Europa.

Tutto dipenderà, a questo punto, dalla capacità di comunicare; che è anche di proiettare un’immagine reale di sé stessi e del proprio leader; oggetto, e da anni di una campagna di odio e di disprezzo di una falsità, ma anche di una violenza senza precedenti. Per rimontare la china basterà – cosa che fino a qualche tempo sembrava fuori portata – tenere insieme, l’elettorato del leave e quello del remain, compensando, nella misura del possibile, le perdite che comunque si registreranno sul primo fronte sui guadagni realizzabili sul secondo. Già cominciano a manifestarsi, in quest’ultima prospettiva, segnali positivi e nel mondo imprenditoriale e nella pubblica opinione; insomma in quanti, nell’impossibilità politica di avere un nuovo referendum, sono comunque interessati a votare per quelli che intendono mantenere rapporti intensi e costruttivi con l’Europa. Nulla di scontato naturalmente. Ma quanto basta a politologi, esperti e scommettitori per rivedere le loro previsioni; con la relativa ricaduta sulla pubblica opinione. E, soprattutto, quanto basta a noi, custodi dell’ideale socialista, per rinnovare la  fiducia nel suo futuro.

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