Walter Tocci. Ricordando Pasolini: per fare qualcosa di buono per Roma bisogna rimboccarci le maniche, non si piange, non si deve piangere (Parte prima)

Walter Tocci. Ricordando Pasolini: per fare qualcosa di buono per Roma bisogna rimboccarci le maniche, non si piange, non si deve piangere (Parte prima)

Walter Tocci. Nato a Poggio Moiano (RI) il 26-9-1952. Laurea in Fisica e in Filosofia. Ricercatore presso la Selenia spa di Roma nel campo delle tecnologie spaziali, dal 1972 al 1981. Conosce Roma come casa sua,ne vive i problemi sempre più gravi, mette la sua esperienza a disposizione di chi opera per salvare la Capitale. Fin da giovanissimo si occupa di politica, fa parte della federazione giovanile comunista, poi del Pci romano di cui diventa un autorevole dirigente, dai Ds, fino al Pd ci cui fa parte in modo “critico” dice. Presidente del 5° Municipio di Roma e poi consigliere comunale, dal 1981 al 1993, con i sindaci Petroselli e Vetere. È stato vicesindaco di Roma e assessore alla mobilità nella Giunta Rutelli, poi deputato dal 2001 al 2013, e senatore fino al 2018.

All’impegno politico ha accompagnato, come direttore del Centro per la riforma dello Stato, un’attività di ricerca sulla politica, le istituzioni, l’educazione, la scienza, le città. Tra i suoi libri, Roma che ne facciamo (Editori Riuniti, 1993); con I. Insolera e D. Morandi, Avanti c’è posto. Storie e progetti del trasporto pubblico a Roma (Donzelli, 2008); Politica della scienza? (Ediesse, 2008); Sulle orme del gambero. Ragioni e passioni della sinistra (Donzelli, 2013); Roma. Non si piange su una città coloniale (goWare, 2015); La scuola, le api e le formiche. Come salvare l’educazione dalle ossessioni normative (Donzelli, 2015).Di seguito pubblichiamo il testo di una relazione  sui problemi di Roma che ha tenuto ad convegno promosso di recente dalla Camera di Commercio della Capitale.

Nei tempi difficili bisogna chiedere aiuto ai poeti. Pier Paolo Pasolini scrisse in occasione del centenario di Porta Pia, per la musica di Ennio Morricone, un verso che in poche parole contiene già un bilancio di Roma capitale: Non si piange su una città coloniale. Lo rileggo da tanti anni nel tentativo di comprenderlo. Città Coloniale perché creata dall’esterno dalla classe dirigente sabauda e in breve tempo, solo un secolo e mezzo, a differenza delle lunghe storie delle altre capitali europee. Ma più misteriosa è la prima parte del verso, quel non si piange, che può avere almeno tre interpretazioni. Prima, l’interpretazione assertiva: Roma è così e non cambierà mai. È lo stereotipo che ci impedisce di vedere i cambiamenti sotto pelle che pure ci sono e preparano l’avvenire. Seconda, l’interpretazione spregiativa: Roma non merita neppure le lacrime, è solo da disprezzare. Questo è lo sdegno oggi prevalente, che non vede le differenze e produce solo la passività. Mentre servirebbe l’indignazione che invece vede le cause e chiama all’impegno e alla responsabilità. Terza, l’interpretazione esortativa: Non si piange, non si deve piangere, bisogna rimboccarsi le maniche per fare qualcosa di buono per Roma. È la versione preferita da tutti noi in questa sala, credo, ma proprio perché vogliamo impegnarci non dobbiamo indorare la pillola. La crisi è più grave di come appare. Non voglio dire che ci sia qualcosa di più grave degli autobus in fiamme, dei rifiuti per strada, del discredito nazionale e internazionale. Tutto ciò è la superficie visibile, ma c’è una crisi più profonda.

È finito il ciclo storico iniziato a Porta Pia. Il vecchio modello di capitale, la città coloniale di Pasolini, non ha futuro. Siamo vissuti con tre rendite: il centralismo statale, il consumo immobiliare della campagna romana, il simbolo di un’immeritata eredità storica. Pur con tanti squilibri le tre rendite hanno trasformato un piccolo borgo papalino ottocentesco in una delle più grandi città europee. È evidente, però, che le rendite non funzioneranno più nel secolo appena cominciato. Quando di esaurisce un ciclo storico si aprono le buche non solo nelle strade, ma anche nell’economia, nella società e nella politica. E ciò apre domande difficili e appassionanti: di che cosa vivrà Roma? Quale forma urbana si darà? Come potrà rielaborare l’antico nella produzione culturale contemporanea? Sarà importante celebrare i 150 anni della capitale, ma senza nostalgia per il passato, anzi come occasione per ripensarne il modello e il senso. Ci sono tante emergenze da risolvere, affanni quotidiani da affrontare, servizi da migliorare, ma si possono fare le piccole cose solo avendo in mente un’ambizione per il secolo nuovo. Non vale il contrario: se manca l’ambizione non si realizzano neppure le piccole cose, come è sotto gli occhi di tutti. Accade alle città, come alle nostre vicende personali, perfino alle relazioni d’amore, che il pensiero ritorni all’inizio proprio quando finisce una storia. Allora ripensiamo ai sentieri interrotti. che abbandonammo per prendere la strada principale, che ora però si è esaurita. Prima di Porta Pia, ai governanti della destra storica i grandi intellettuali europei – Mommsen, Gregorovius e altri – rivolsero un ammonimento e una domanda. Rimasero appunto dei sentieri interrotti, ma sono quanto mai attuali. L’ammonimento era questo: state attenti a non chiudere Roma nell’angustia nazionale, perché è una città per sua natura universale. Quintino Sella, il più grande tra loro, rispondeva che non sarebbe stata una città burocratica e neppure una città industriale, ma un centro di produzione culturale. Utilizzava un’espressione bellissima – il luogo del “cozzo delle idee” – per sottolineare che la conoscenza si produce nel confronto e anche nel conflitto dei saperi. Al netto della retorica romantica e idealistica è una proposta contemporanea. Nella globalizzazione Roma non ha ancora giocato la sua carta migliore di essere città del mondo. E ciò vale oggi in due sensi: la città aperta al mondo perché capace di ripensare il carattere universale, non solo per l’eredità del passato, ma per le innovazioni contemporanee. E in senso inverso, il mondo entra in città con le persone migranti che portano le lingue, le speranze e il saper fare da 150 paesi lontani; da come Roma saprà governare la transizione multiculturale dipenderà la sua fortuna nel secolo appena cominciato.

Il papato di Bergoglio è un faro mondiale per il ripudio delle guerre e delle ingiustizie e rilancia la centralità religiosa e morale di Roma. È l’occasione per affermarne anche una missione politica come luogo di iniziative per la pace e la cooperazione tra paesi ricchi e poveri. Nella capitale italiana si potrebbero svolgere forum permanenti, convegni di studio, confronti diplomatici informali come quelli di S. Egidio, incontri delle organizzazioni non governative, dialoghi interreligiosi sulle grandi questioni internazionali. Dovrebbe avere l’ambizione di capitale del Mediterraneo che si occupa del futuro dell’Africa e cerca di convincere l’Europa a non girare più le spalle all’antico mare. Il Mediterraneo non è il confine, è l’origine dell’Europa. Non a caso Mimmo De Masi ha posto in esergo al suo libro una riflessione fulminante  di Ludovico Quaroni: “È una città che quando non è quella di tutti nel mondo, è solo la miseria morale di un paese”. La funzione internazionale si misura nella capacità attrattiva dei giovani. Sono loro che indicano le tracce dell’innovazione urbana, come si è visto a Berlino negli ultimi venti anni. Purtroppo, qui si registra la principale inadeguatezza. Non solo non arrivano ma c’è un esodo di giovani verso l’estero. Eppure per tutta l’epoca moderna il viaggio a Roma è stato un elemento irrinunciabile della formazione dei giovani creativi europei.Questa tradizione può essere rinnovata. Nel mondo c’è una crescente domanda di formazione specializzata. Si può immaginare un polo mondiale di formazione sull’arte e la città. A realizzarlo dovrebbero essere chiamate le nostre accademie, gli istituti dei beni culturali, l’Auditorium e le università e i centri di cultura stranieri, circa un centinaio, che potrebbero diventare un formidabile veicolo di internazionalizzazione.

Anche le nostre università possono fare di più per la città. Governare il sistema urbano è oggi prima di tutto un problema cognitivo, richiede sempre più l’innesto di conoscenze nell’organizzazione della vita collettiva e nel contempo comporta un apprendimento sociale dei saperi urbani. Non può essere affidato solo ad apporti individuali di professori come consulenti e talvolta come assessori. L’università dovrebbe essere coinvolta nel governo locale in modo sistematico. Basti pensare alla funzione decisiva che i due Politecnici di Torino e Milano hanno svolto nella transizione postindustriale di quelle città. A Roma ci sono competenze scientifiche e tecnologiche perfino superiori. Si fatica a vedere, anche in questo convegno, la capitale della scienza e della tecnologia: uno dei migliori dipartimenti di fisica nel mondo, una scuola di matematica attestata ad alto livello per oltre un secolo, l’Istituto Superiore di Sanità che è stato crocevia di alcuni premi Nobel, la filiera aerospaziale che lanciò il primo satellite nello spazio, dopo i russi e gli americani, e di recente ha contribuito con il suo radar alla rilevazione della presenza dell’acqua su Marte. Tutte queste competenze sono disperse nei dipartimenti delle tre università e nei centri di ricerca, ma potrebbero essere integrate – almeno nell’attività di ricerca, pur rimanendo distinte nelle organizzazioni accademiche – per costituire un virtuale Politecnico di Roma, in grado di guidare la transizione tecnologica della città.

Veniamo all’altro sentiero interrotto, la domanda rivolta dagli intellettuali europei ai governanti italiani: come risolverete il problema dell’Agro romano? Il tema veniva dalla letteratura del gran tour che aveva rappresentato lo stupore e il timore dei visitatori nell’attraversare, dopo il bel paesaggio toscano, la campagna malarica, misteriosa e selvaggia. Era il grande vuoto, rappresentato dal Belli come un deserto in cui si trova solo la “bbarrozza cor barrozzaro ggiù mmorto ammazzato”. Infatti, l’Agro romano diventa, nella seconda metà dell’Ottocento, un tema per diversi saperi: la ricerca sulla malaria; lo studio del giovane Sombart sullo sviluppo locale; l’ingegneria della bonifica; la pittura del paesaggio e così via. Ma nel Novecento il problema è stato risolto nel modo peggiore, esportando la periferia prima nella campagna e poi nell’area regionale. La chiamiamo ancora Roma, utilizziamo il nome storico per una conurbazione che ha modificato una geografia secolare. L’espansione edilizia ha piallato i caratteri dell’Agro romano e ha omologato le due alterità originarie del litorale e dei Castelli. Sono nate periferie alla «seconda potenza» intorno ai nuclei storici come Fiano, Monterotondo, Guidonia e Tivoli, che in alcuni casi moltiplicano la marginalità locale con quella verso Roma. Eppure, nonostante la dissennata espansione edilizia, la campagna romana sarebbe ancora un organismo ambientale prezioso per la vita della città, se smettessimo di vederla come un vuoto da colmare col cemento e l’asfalto. Non si è attuata l’utopia dell’Asse Attrezzato che voleva spostare il centro terziario nella periferia orientale. Ma è stato realizzato l’anello terziario e commerciale del Gra nella nebulosa dell’abusivismo. Più di un milione di romani vivono in insediamenti frantumati e sconnessi, senza trasporto pubblico, in condizioni non urbane. Trasformare questa corona, generando tessuti connettivi e integrandoli con i valori ambientali, facendo emergere le città del Gra, questa è la più grande questione di politica urbana del nuovo secolo. Nonostante la sua fragilità, questa corona, insieme alla bretella Fiano-Valmontone, svolge oggi la funzione di piattaforma per gli scambi con l’Italia centrale, tramite i centri commerciali, le attività produttive e i nodi della logistica, come la nuova sede di Amazon a Passo Corese. Si va configurando una regione della capitale, che non è più solo un’estensione della città. Si notano fermenti innovativi nel Lazio, soprattutto nella nuova agricoltura e nelle innovazioni industriali, ma lo sguardo della politica e dei media è rivolto prevalentemente verso il centro. Roma non può chiudersi nel municipalismo, ha bisogno intorno a sé di una regione strutturata, produttiva e molteplice.Le città europee che negli ultimi trent’anni hanno compiuto il salto della rana nella traiettoria dello sviluppo hanno avuto il pieno sostegno delle rispettive aree regionali. Basti considerare la forza della Catalogna per Barcellona e quella della Baviera per Monaco.

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