Nuccio Iovene. Il nuovo governo M5S-Pd-LeU, portare fino in fondo la scommessa avviata in queste settimane, per un vero cambiamento

Nuccio Iovene. Il nuovo governo M5S-Pd-LeU, portare fino in fondo la scommessa avviata in queste settimane, per un vero cambiamento

La Lega fuori dal Governo e, soprattutto, Salvini fuori dal Ministero dell’Interno, relegati insieme al resto del centrodestra all’opposizione. Quella esperienza politica è finita, consentendo a tutti coloro i quali hanno a cuore la democrazia di tirare finalmente un sospiro di sollievo. Sarebbe stato preferibile che questa esperienza di governo non cominciasse proprio, quattordici mesi fa, come era assolutamente possibile. A questo esito, per amore di verità, non ci ha portato una battaglia di opposizione, sebbene non sia mancata la generosa mobilitazione del sindacato e quella della società civile contro le più odiose iniziative contro i migranti. Al contrario è bene ricordare che tutto ebbe inizio grazie alla famosa battuta sui popcorn di Matteo Renzi, quasi si fosse al cinema. Poi, dopo le elezioni politiche, abbiamo avuto per più di un anno il Pd occupato nel proprio congresso e LeU a disfare ciò che fragilmente aveva portato a casa il 4 marzo 2018.

È stata invece l’ubriacatura di potere del leader Salvini, e una serie di errori gravi da lui compiuti, a fare precipitare la situazione e fargli scoprire che non era ancora il padrone assoluto dell’Italia. Nel caldo torrido d’agosto, con un look che da solo risultava inquietante, dalle spiagge della riviera romagnola il capitano ha affondato il suo stesso governo, certo di poter arrivare a nuove elezioni sull’onda dei recenti risultati alle europee e dei sondaggi favorevoli. Ma il diavolo fa le pentole e non i coperchi, ricorda il vecchio adagio. Come un giocatore d’azzardo qualsiasi Salvini ha giocato tutta la posta sulla casella sbagliata e ha semplicemente perso tutto. Che l’ubriacatura di potere fosse ormai a livelli intollerabili e preoccupanti lo dicevano da tempo numerosi segnali, piccoli e grandi. L’uso strumentale e al limite del blasfemo dei simboli religiosi per pura propaganda elettorale che ha giustamente irritato, e non poco, la Chiesa e i veri credenti; l’andare contro la casa comune europea a testa bassa (senza neanche guardare a quello che i suoi alleati più scaltri in Europa andavano facendo) dimostrando e confermando la propria totale inaffidabilità; lo scandalo Savoini e l’occhiolino strizzato a Putin imperdonabile da parte degli Stati Uniti, anche quando a guidarli è uno come Trump.

E poi l’uso privato delle istituzioni, l’ossessione maniacale contro i migranti e le ONG, unico argomento su cui si è cimentato in questi lunghi mesi, infliggendo gratuite ed odiose sofferenze a chi era in pericolo e ostacoli e umiliazioni a chi era chiamato a prestare soccorso. Quindi c’è poco da spaccare il capello in quattro, cercare il pelo nell’uovo: essere riusciti a liberarsi, per il momento, di Salvini e della Lega è un grande risultato e come tale va salutato e festeggiato. Ovviamente questo è stato possibile perché i veti nei confronti del tentativo di far nascere una maggioranza diversa sono finalmente caduti. Meglio tardi che mai. Alla disinvoltura dei Mattei dovremmo essere abituati ormai: argomenti considerati tabù inavvicinabili si sfarinano in un batter d’occhio davanti ai pericoli incombenti. Così mentre Matteo Salvini, vedendo svanire il suo delirio di onnipotenza, l’affidamento dei pieni poteri e le elezioni anticipate, ha tentato di fare una repentina ed umiliante marcia indietro, offrendo a Di Maio la Presidenza del Consiglio, ritirando la mozione di sfiducia, evitando di presentare le proprie dimissioni e quelle della delegazione al governo della Lega, nel vano tentativo di evitare lo sfratto, Matteo Renzi, preoccupato che le elezioni avrebbero potuto falcidiare la propria componente in Parlamento, che al momento controlla i gruppi parlamentari del Pd, ha fatto cadere il #senzadime ostentato e ripetuto in tutti questi mesi, buttato nel cestino il pacchetto di popcorn e spiazzato tutti, aprendo lui stesso la strada alla nuova maggioranza.

A farne le spese i pochi come Calenda e Richetti che, frastornati dall’inversione di linea di 180°, sono rimasti visibilmente indietro a ripetere, come un disco rotto, il ritornello sbagliato dei quattordici mesi precedenti. Perché un punto deve essere chiaro: l’errore non è stato, oggi, quello di far nascere questa maggioranza, ma semmai quello di non aver tentato di farlo, con coraggio e generosità, all’indomani dell’elezioni politiche del 2018, pur sapendo a cosa si sarebbe andati incontro spalancando a Salvini le porte del governo. Così oggi abbiamo un nuovo governo a tre, 5 stelle, Pd e LeU. La partita che si è aperta è delicatissima e di grande responsabilità. Un fallimento a breve di questa esperienza riaprirebbe le porte a Salvini e precipiterebbe il Paese in una situazione ancora più grave. È bene saperlo e occorre assumersi per intero l’onere di portare fino in fondo la scommessa avviata in queste settimane, cogliendo l’occasione di un vero cambiamento.

Ne guadagnerebbero il Paese, la politica e le istituzioni. Ma di questo parleremo meglio e più approfonditamente nelle prossime settimane. Un’ultima annotazione invece è necessaria perché riproporrà un tema che nei mesi passati abbiamo più volte provato ad affrontare. Abbiamo detto che quello appena nato è un governo a tre e LeU è uno dei soggetti che ne ha permesso la nascita. Sì, proprio quella LeU liquidata all’indomani delle politiche dai suoi fondatori, ciascuno impegnato a intraprendere percorsi diversi e fallimentari (basti vedere i risultati delle elezioni europee), ridotta a incerto gruppo parlamentare e non più presente nel Paese, torna obtorto collo ad essere un riferimento ed una protagonista della stagione che si è appena aperta. E sarebbe assurdo e sbagliato lo fosse solo in Parlamento e non anche nel Paese. Quindi il dibattito è oggettivamente riaperto. Vedremo nei prossimi mesi se ci sarà finalmente il coraggio di una severa autocritica e di un cambio di passo e direzione.

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