Roma. Caso Cucchi. I periti al processo d’appello: avrebbe potuto salvarsi se fosse stato sottoposto a una alimentazione adeguata e a un costante monitoraggio cardiaco

Roma. Caso Cucchi. I periti al processo d’appello: avrebbe potuto salvarsi se fosse stato sottoposto a una alimentazione adeguata e a un costante monitoraggio cardiaco

Stefano Cucchi, durante la sua permanenza all’ospedale Sandro Pertini, avrebbe potuto salvarsi se fosse stato sottoposto a una alimentazione adeguata e a un costante monitoraggio cardiaco. “La sua è stata una morte cardiaca su base aritmica improvvisa nel senso che nessun medico avrebbe potuto prevedere il 21 ottobre 2009 che il decesso si sarebbe verificato il giorno dopo. Tuttavia, c’erano già degli indicatori prognostici sfavorevoli che dovevano essere visti, intercettati e corretti”. A queste conclusioni sono giunti la professoressa Anna Aprile e il dottor Alois Saller, periti d’ufficio, che oggi hanno illustrato la loro relazione davanti alla seconda corte di assise di appello di Roma nel terzo grado di giudizio (dopo due annullamenti delle sentenze di assoluzione da parte della Cassazione) a carico di chi aveva in cura Cucchi: imputati di omicidio colposo (reato ormai prescritto) sono il primario Aldo Fierro e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo che si occuparono a vario titolo del geometra di 31 anni, arrestato e picchiato dai carabinieri la notte tra il 15 e il 16 ottobre di dieci anni per possesso di droga e deceduto sei giorni nella struttura protetta al Tiburtino. Traendo spunto dalla perizia medica collegiale del giudizio di merito di primo grado, dalla prima consulenza della procura e dalle sentenze dei primi due processi, i due esperti hanno spiegato che Cucchi entrò in ospedale con un peso di 50 kg circa “presentando una condizione preesistente di rischio: forte assuntore di sostanze stupefacenti e di farmaci antiepilettici (anche se non sono emersi elementi oggettivi attestanti una sua epilessia), incallito fumatore (almeno 20 sigarette al giorno), uso di alcool e una situazione stressogena legata al suo arresto e alla presenza di lesioni traumatiche di cui sappiamo la localizzazione. E chi ha uno stato di nutrizione scadente ed è affetto da anoressia nervosa può essere soggetto a morte per aritmia cardiaca”. Il corpo di Cucchi in sede di autopsia pesava 37 kg.

Per i due periti, nominati dal presidente Tommaso Picazio, “negli individui affetti da anoressia nervosa la mortalità è cinque volte superiore rispetto alla mortalità della popolazione generale. Si stima che almeno un terzo di questi decessi sia imputabile ad una morte cardiaca improvvisa, in quanto fino all’80% di tali pazienti sviluppa complicanze cardiovascolari, come bradicardia, ipotensione aritmie e anomalie della ripolarizzazione”. E nel caso di Cucchi – hanno specificato i due esperti – le cartelle cliniche raccontano che il ragazzo si è più volte rifiutato di alimentarsi, assumendo solo raramente qualche bicchiere d’acqua. “Alla malnutrizione – hanno poi spiegato Aprile e Saller senza fare alcun riferimento al processo che vede imputati per omicidio preterintenzionale alcuni dei carabinieri che arrestarono Cucchi – va aggiunta una situazione corporea di sofferenza per le lesioni in zona sacrale e alla schiena con robusta assunzione di antidolorifici. Il protrarsi del digiuno, con conseguenti bradicardia e ipoglicemia gravi, ha determinato il peggioramento delle condizioni generali fino al decesso. Sia la bradicardia sia l’ipoglicemia erano condizioni potenzialmente reversibili mediante un corretto apporto nutrizionale ma non è possibile fornire valutazioni precise sull’entità delle probabilità di salvezza legate a una diversa cura (alimentazione adeguata, monitoraggio cardiaco) messa in atto durante il ricovero”. Per i due periti d’ufficio, Cucchi “durante il ricovero al Pertini assunse farmaci che interferivano con l’attività cardiaca per il controllo dell’epilessia (anche se non risulta che fosse affetto da tale patologia) più un antidolorifico (il Contramal) con potenziali effetti bradicardizzanti. Un esperto della rialimentazione sarebbe stato sicuramente necessario – hanno specificato i due -. Se Cucchi fosse stato detenuto in cella, le sue condizioni sarebbero state dichiarate incompatibili con il regime carcerario. Ma all’ingresso al Pertini, comunque, il paziente era stabile e dal punto di vista clinico, pur presentando forti dolori, non necessitava un ricovero in terapia intensiva. In quel momento e nei giorni successivi non era prevedibile il pericolo cui sarebbe andato incontro. Però manifestava valori e dati che se letti e interpretati nel modo corretto avrebbero potuto scongiurare l’evento morte”.

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